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Uno studio svizzero svela le 147 banche e finanziarie che controllano il mondo

novembre 30, 2011 Rodolfo Casadei

The Network of Global Corporate Control è il titolo di uno studio pubblicato dalla Scuola politecnica di Zurigo sulle 43 mila più grandi imprese mondiali. La ricerca ha svelato che 147 di esse, da sole, controllano il 40 per cento del valore totale delle multinazionali. Siamo di fronte alla prova dell’esistenza di una teoria del complotto?

Nel giorno in cui la Svizzera torna a fare notizia sui giornali italiani come rinnovato rifugio di capitali in fuga e come destinazione di personaggi noti che hanno fatto ricorso al suicidio assistito, non si può tralasciare lo studio da poco rilasciato dalla Scuola politecnica federale di Zurigo di cui i quotidiani internazionali stanno parlando perché rilancia il dibattito sugli gnomi della finanza mondiale che controllerebbero l’economia, la speculazione e molto altro.

Nel loro studio che reca il complottistico titolo The Network of Global Corporate Control, Stefania Vitali, James B. Glattfelder e Stefano Battiston hanno analizzato i termini della capitalizzazione delle 43 mila più grandi imprese mondiali, ovvero tutte le più grandi multinazionali. Una delle scoperte è stata che 773 di queste imprese attraverso le loro partecipazioni nelle altre 42 mila e passa controllano l’80 per cento del valore totale del network, calcolato sulla cifra d’affari complessiva. Di più, 147 di esse da sole controllano il 40 per cento del valore totale, e i tre quarti di questo gruppo è composto di banche e società finanziarie. Considerata l’entità delle partecipazioni incrociate fra queste 147 società/banche, gli autori dello studio le definiscono «una super-entità economica nella rete globale delle grandi società». La numero uno è la britannica Barclays, la numero quattro la francese Axa; quattro dei primi sei posti sono occupati da banche e finanziarie statunitensi, fra le JPMorgan Chase, quindici nelle prime 25; la prima italiana è Unicredito Italiano Spa al 43° posto.

È questo il sindacato nascosto della finanza che tira i fili dell’economia mondiale, e dunque anche della crisi dell’eurozona? I blogger annuiscono vigorosamente, gli economisti esortano alla calma. Sottolineano che non bisogna fare confusione fra detenzione di azioni e controllo, che spesso gli istituti finanziari contro cui si punta il dito sono solo intermediari, gestori delle azioni e non proprietari; che anche senza una maggioranza di controllo gli Stati o le dinastie familiari che hanno creato un gruppo sono in grado di controllarlo con quote di minoranza abilmente ripartite in piramidi di holding e attraverso diritti di voto multipli. Gli autori dello studio smentiscono di aver voluto costruire una teoria del complotto, e di avere voluto piuttosto evidenziare una criticità del sistema finanziario globale, l’esistenza di un potere d’influenza potenziale che potrebbe essere esercitato, volendo, da chi ne è il titolare.

«Il nostro principale messaggio», spiega James Glattfelder «è il seguente: non possiamo escludere che i principali detentori di capitali che abbiamo identificato sulla scala mondiale, esercitino il loro potere potenziale, formalmente o in modo informale». «Il nostro lavoro ha mostrato per la prima volta su scala mondiale» insiste Stefano Battiston «l’esistenza di una “super-entità” in seno alla rete mondiale delle grandi imprese (…). Questa scoperta solleva almeno due domande  fondamentali per la comprensione del funzionamento della nostra economia: in primo luogo, quali sono le implicazioni per la stabilità finanziaria mondiale? (…) In secondo luogo, quali sono le implicazioni per la concorrenza sui mercati?».

Alla seconda domanda risponde in termini tranquillizzanti Xavier Gabaix, professore di finanza alla Stern School of Business dell’Università di New York. «Queste imprese» spiega «sono in numero sufficiente perché sia loro difficile agire in modo collusivo. Sarebbe erroneo pensare in termini di controllo coerente, di cospirazione. Queste società – spesso grandi banche – cercano di massimizzare i loro profitti in maniera molto concorrenziale. Lo studio evidenzia che circa 700 imprese “controllano” indirettamente l’80 per cento del valore aggiunto. Ma 700 è un numero molto vicino alle condizioni di concorrenza pura. Anche a livello locale, il mercato resta dunque abbastanza competitivo». Gabaix invece è più preoccupato della risposta alla prima domanda: «Fino a oggi l’approccio è stato: “Lo Stato mantiene la concorrenza e interviene in caso di catastrofe”. Ma questo studio mostra che un approccio che tenga conto dell’essistenza di queste reti è utile. È precisamente il genere di strumento che le banche centrali stanno cercando di mettere a punto per evitare un altro caso Lehman Brothers. Come i controllori di volo, le banche centrali e gli Stati devono osservare in tempo reale la situazione dei principali attori del reticolo economico ed esigere cambiamenti puntuali per evitare le catastrofi».

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