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L’ultima cima, il film su don Pablo Dominguez a Milano. Come si può vivere così?

aprile 24, 2013 Benedetta Frigerio

La vita normale di don Pablo a cui il grande schermo non riesce a resistere. E che ha cambiato tanti uomini facendo semplicemente quel che doveva, ma in un modo straordinario.

È il documentario più visto nella storia della Spagna. L’ultima cima è uscito nel 2010 in quattro sale ed è poi stato proiettato in altre 168, superando gli spettatori dei campioni di incassi Sex and City ed Harry Potter. Eppure la pellicola parla della vita di don Pablo Dominguez, un giovane prete di 42 anni, non un vescovo, non un missionario, neppure un parroco, semplicemente un sacerdote “normale”.

SUCCESSO TRAMITE PASSAPAROLA. Da quando è uscito a Milano, per la prima volta l’11 aprile scorso presso il Centro Rosetum, in due settimane ha attirato circa 1.500 persone. «Andremo avanti anche questa sera e domenica 28 aprile alle 17.30 ci sarà la sesta replica. Non ci aspettavamo tanta gente, stiamo andando dietro a quel che accade», spiega a tempi.it Davide Maddaloni ingegnere che ha deciso, con un gruppo di amici (“Gli Amici di Zaccheo”), di impegnarsi per diffondere il film a Milano. Anche qui, come in Spagna, la pellicola sta girando senza un centesimo di spese pubblicitarie: «La gente la conosce e va a vederla tramite passaparola. È un po’ come accaduto a me quando il 3 marzo scorso ho letto sul blog di Costanza Miriano un appello di un giovane di 29 anni, Francesco Travisi, che diceva così: “Ho comprato il dvd in spagnolo e dopo aver finito di vedere il film mi sono detto: ‘Questo deve uscire anche in Italia'”. Il ragazzo parlava di un uomo e un film incredibili, e io incuriosito ho deciso di dar credito a quel presentimento buono. Ora mi sono messo nei guai, come ha detto il regista che ha seguito la vicenda di don Pablo».

UNA CURIOSITA’. La pellicola fu proiettata la prima volta a Roma nel 2010, presso l’Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, e il 5 luglio 2011 in curia a Milano. L’uscita cinematografica è del 16 marzo scorso, a Firenze, quando fu tradotta e sottotitolata da Travisi. Maddaloni ha trovato ospitalità presso la sala Rosetum di Milano. La prima meneghina è stata l’11 aprile e vi ha partecipato anche il regista, Juan Manuel Cotelo, il quale, conosciuto per caso don Pablo Dominquez, ha rivelato di non riuscire a credere che una persona fosse «davvero così buona». Per questo Dominguez si è messo a investigare sulla vita del sacerdote, quasi per coglierlo in fallo. Ma più procedeva, più l’impressione iniziale lo travolgeva con un’infinità di fatti che gli fecero pensare: «Ti sei messo nei guai!». Infatti, l’invidia e il desiderio di essere felici come quell’uomo sono cresciuti nel regista tanto da fargli abbandonare il pregiudizio iniziale. In lui è emersa la domanda su come sia possibile vivere così intensamente l’esistenza, a un livello quasi umanamente impossibile, scoprendo che «se lo desideri può accadere anche a te».

CHI È PABLO. Nel documentario parlano bambini, adulti, ricchi, poveri, gente della strada, vescovi, preti, madri, padri, amici e familiari: «Mi diceva che potevo chiamarlo a ogni ora del giorno e della notte»; «durante una fiera del libro di Madrid lo vidi parlare agli anarchici con allegria, e quelli imbarazzati erano loro»; «mi guardava come la cosa più importante al mondo»; «si preoccupava solo della salute altrui mentre lui era stato ricoverato 47 volte»; «predicava e insegnava teologia con una semplicità che capivano i bambini»; «in un giorno teneva conferenze, confessava un convento intero, scriveva libri, visitava i poveri, sembrava vivesse 48 ore. Ti chiedevi come potesse essere sempre dappertutto».
Numerose sono le testimonianze di vite cambiate, ribaltate da piccoli fatti che hanno del miracoloso, mentre don Pablo non fa altro che quello che gli è chiesto: insegnare, stare con la gente e andare in montagna ogni volta che può, «ma sempre fino in fondo, vedendo in tutti e in tutto il Cristo di cui era innamorato», confessa un amico.
Emergono la bellezza, la gioia, l’ironia, la «ragionevolezza della fede» di un teologo e pastore insieme, «amante degli uomini, intollerante con il peccato del relativismo», e «felicissimo di essere cristiano», come sottolineava lui.
Fino a non avere paura di ridare tutta la vita, come disse nel 2009 poco prima di morire sulla vetta più alta delle cime che amava scalare, quasi a voler anticipare il paradiso. Poi, alla notizia della sua scomparsa, lo sgomento della Chiesa che si stava accorgendo di lui, capendo di averne molto bisogno. Come testimonia l’udienza privata tra lui e papa Benedetto XVI qualche giorno prima della sua morte.
Ai funerali parteciparono 26 vescovi e 3 mila persone e i fatti accaduti successivamente, che lo stanno rendendo noto anche al di là dell’oceano, fanno riemergere in molti la domanda: come si può vivere così? La risposta alla fine è tanto chiara che si può certo evitare, ma non altrettanto facilmente dimenticare.

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