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Twitter, Fiorello e gli intellettuali incompresi che escogitano pensierini

marzo 31, 2012 Antonio Gurrado

Per lo scrittore Jonathan Franzen, Facebook è per ragazzini che desiderano diventare famosi pubblicando le proprie foto da sbronzi (o per mariti controvoglia che vogliono rivedere le compagne di scuola in bikini) mentre Twitter è per sofisticati intellettuali incompresi che aspirano a far leggere i propri pensierini da Obama e da Fiorello.

di Antonio Gurrado

Che lo scrittore Jonathan Franzen non sia un ammiratore della modernità è emerso quando s’è scagliato contro gli ebook. Chi ha ribattuto, argomentando che sono più economici, più pratici e più leggeri, non ha tenuto presente che l’intemerata di Franzen non fosse solo pratica ma soprattutto estetica: del libro lui ama la consistenza, il rumore delle pagine, l’odore della rilegatura. Magari verrà un giorno in cui qualche futuribile scrittore tradizionalista difenderà a spada tratta l’ebook da qualcosa che nemmeno possiamo immaginare proprio perché ne ama la sottigliezza, il rumore di quando carica i testi, l’odore del display. Fortunatamente, quel giorno saremo già nel mondo dei più.

Nei giorni scorsi Franzen ha piazzato un nuovo attacco contro la moderna tecnologia. Non se l’è presa con uno strumento innovativo, che consente di fare diversamente una vecchia cosa, ma contro uno strumento-feticcio, che coincide con la cosa che consente di fare: dalle pagine della Repubblica a quelle del Corriere, è tutto un Franzen contro Twitter. Ha detto che esprimere un parere in 140 caratteri è come scrivere un romanzo senza mai usare la lettera p. Ha detto che Twitter è la versione scema di Facebook, contravvenendo così a un assunto basilare del galateo da social network secondo il quale Facebook è per ragazzini che desiderino diventare famosi pubblicando le proprie foto da sbronzi (o per mariti controvoglia che vogliano rivedere le compagne di scuola in bikini) mentre Twitter è per sofisticati intellettuali incompresi che aspirino a far leggere i propri pensierini da Obama e da Fiorello.

Dell’argomentazione di Franzen colpisce la capacità di confutare Twitter colpendolo a morte su punti deboli talora ignoti ai suoi più affezionati utenti. Prendiamo la considerazione sul limite dei 140 caratteri: l’esempio del romanzo senza p è un chiaro riferimento a una delle opere più ardimentose di Georges Perec, un giallo intitolato La scomparsa in cui non viene mai usata la lettera e. Un romanzo del genere richiede genio, applicazione e pazienza infinita, poiché di e ne sfuggono sempre più di quante si preventivi; probabilmente Franzen intendeva che altrettante qualità servono a mettere in commercio il proprio pensiero in barattolini da 140 caratteri. Nella peggiore ma più probabile delle ipotesi, non ci si riesce e si finisce per dire meno di quanto si vuole, o per essere più volgari e banali di quanto preventivato. Nella migliore delle ipotesi, ne esce una frasettina perfetta, che avrebbe conquistato un maniaco dello stile come Flaubert ma che nel giro di mezza giornata sarà stata dimenticata, seppellita da un cimitero di astuzie abortite. Ne vale la pena? Se ogni utente di Twitter dedicasse metà del tempo a scrivere invece un romanzo senza una consonante, la storia della letteratura ne trarrebbe molto più vantaggio di quanto ne possano trarre Obama e Fiorello dal ritwittare una battuta riuscita.

Franzen ha individuato anche un problema di contenuti, aggravato dall’evenienza che i social network siano forma pura, in cui non conta ciò che si dice ma solo che si parli. I social network sono anzi l’incarnazione del principio secondo il quale chiunque abbia la possibilità di dire qualcosa deve sentirsi obbligato a dirla: basta possedere una tastiera per essere convinti che il resto del mondo smani per leggere il succo dei nostri polpastrelli. Se vi sintonizzate su Twitter per un’oretta vi renderete agevolmente conto di quanti utenti si rifugino in proposizioni fàtiche, ossia che si dicono tanto per dire, un po’ come le frasi di circostanza che i più temerari scambiano con gli sconosciuti in ascensore invece di guardare cogitabondi il pavimento. Su Twitter il pavimento non esiste e quindi bisogna far colpo dicendo qualcosa di intelligente; poiché riuscirci è molto raro già nella vita reale, e figuriamoci in un ascensore virtuale, si finisce per ricorrere alle più comode scorciatoie.

La prima è ritwittare, ossia ripubblicare testualmente ciò che qualcun altro ha detto. La prassi è che lo sconosciuto, poniamo che si chiami Gasperino, tenda a riproporre le parole di qualcuno più famoso, poniamo Karl Lagerfeld; quando (molto raramente) accade il contrario, l’evento viene equiparato senza meno all’ordinazione di un cavaliere di gran croce, così che Gasperino passerà il resto della giornata a vantarsi ritwittando Karl Lagerfeld che a sua volta ha ritwittato Gasperino. Nessuno, intanto, ha cuore di dire a Gasperino che potrebbe diventare molto più famoso se si decidesse a spegnere il computer e combinare qualcosa di utile.

La seconda scorciatoia è scrivere qualcosa di largamente condivisibile, in maniera tale da essere ritwittati da quante più persone: è l’antica legge secondo la quale più una proposizione è generica, meno si potrà contraddirla. Infatti una rapida scorsa ai profili dei vip denota una netta maggioranza di considerazioni vaghe, tutte prudentemente di qua dal più rigido confine del politicamente corretto, che fanno venire un’improvvisa voglia di tornare su Facebook a guardare le foto di adolescenti molto più costruttivi che si rotolano nel proprio vomito.

La terza scorciatoia è la più frequente alle nostre latitudini. Com’è noto l’Italia è campione del mondo di salto sul carro del vincitore, e Twitter è lo strumento ideale per esprimere cieca deferenza gerarchica nei confronti di chi si ritiene debba avere sempre ragione. Su Twitter vige dunque una costituzione immateriale i cui princìpi coincidono col più vieto pensiero unico politicamente corretto, un prontuario per fare bella figura apparendo moderni coi pensieri altrui. I custodi di tale costituzione non sono i soloni di cui sopra ma gli scagnozzi che li seguono impetrando attenzione e illudendosi di poter uscire dall’anonimato rientrando estemporaneamente nelle loro grazie; per dimostrare la propria dedizione non esitano a rovesciare addosso a chi osa dissentire insulti o sarcasmi, col tono di chi sa di avere ragione perché gliel’ha detto qualcun altro.

Come avveniva nelle grandi dittature novecentesche, il più grave reato che si possa compiere su un social network è sparlare dello stesso social network. Quando infatti Franzen ha dichiarato che Twitter è una cosa stupida, come un sol uomo Twitter gli ha risposto che anzi lo stupido era lui, per mezzo della voce di tanti microscopici sconosciuti che indubbiamente scriverebbero romanzi molto migliori dei suoi se solo non fossero così impegnati a escogitare pensierini intelligenti.

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