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Telese: «Grillo è un pifferaio di Hamelin, che si porta dietro i suoi topi»

novembre 9, 2012 Chiara Sirianni

Intervista a Luca Telese, direttore di Pubblico: «In Grillo una certa misantropia si unisce a un nichilismo da Ventennio. Si è creata una piccola setta, che è feroce con chi fa informazione».

«Si sente aria da Putsch di Monaco. Quando si inizia con le invettive contro gli intellettuali, il “culturame”, agitando il complotto pluto-giudaico-massonico per cui i servi sono schiavi del sistema, c’è puzza di totalitarismo». A Luca Telese, direttore di Pubblico, Beppe Grillo non piace. E sul vademecum in cui si parla della partecipazione ai talk show degli eletti del M5S, partecipazione «fortemente sconsigliata, in futuro vietata» ha le idee molto chiare: «Un editto ligure. Lo trovo gravissimo».

In passato Grillo è stato in tv, dimostrando di saper padroneggiare il mezzo con competenza. Perché ora gioca di sottrazione, negando se stesso e il suo Movimento al piccolo schermo?
È una strategia, quella della presunta scomparsa, che è un altro elemento di integralismo. Si gioca su una doppia garanzia: il leader che in televisione non ci va, e impedisce ai suoi di andarci. È un’assenza presunta, perché, di fatto, tutti noi, per via di un legittimo bisogno di dare informazioni, dobbiamo mandare in onda le immagini dei suoi comizi. La nostra debolezza è quella di essere democratici. Di fatto siamo accusati di essere “truppe cammellate” e “fate smemorine” da uno che si rifiuta di rispondere alle domande. Come risultato finale Grillo è su tutti i media che disprezza.

Sul blog del fondatore del M5S è apparso un pesante insulto antisemita di un commentatore rivolto al conduttore Gad Lerner, poi rimosso da Grillo. Il comico ha parlato di punto G, «quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show», in riferimento alla partecipazione del consigliere comunale di Bologna Federica Salsi, che è stata ospite del programma di Floris. Questa violenza verbale fa audience? 
Grillo non avrebbe dovuto cancellare l’insulto a Lerner. Perché è un pifferraio di Hamelin che si porta dietro i suoi topi. Chi ha insultato è un suo topo, e lui lo ha voluto. Questa violenza ha un tratto nuovo, nemmeno Umberto Bossi parlava così. Tutta l’iconografia leghista, per quanto oscena, si è sempre nascosta dietro a un sorriso goliardico. Qui c’è il ghigno del dittatore di nicchia. Anche Berlusconi ha utilizzato la retorica dell’invettiva contro il nemico. Ma mai con questo turpiloquio compiaciuto e aggravato.

Un editoriale sul Guardian di oggi analizza il fenomeno Grillo, e avverte: «L’antipolitica ha una lunga storia in Italia, risalente al fascismo stesso». Un paragone azzeccato? 
Sicuramente c’è un sostrato culturale, su cui Grillo si è impiantato: una certa misantropia, unita a un nichilismo da Ventennio. Si è così creata una piccola setta, che è feroce con chi fa solo informazione. È un clima che francamente mi preoccupa. Le fatwe contro i dissidenti, il modo in cui si fa terra bruciata attorno a chi disobbedisce agli ordini: sono tutti segnali inquietanti, e anche degradanti.

Grillo ha definito il cambiamento della legge elettorale un «colpo di Stato», contestualmente ha smentito le voci che lo darebbero alleato al leader dell’Idv per le prossime politiche. Come andrà a finire? 
Molto dipenderà dalla legge elettorale. La cosa certa è che Di Pietro ha rottamato il suo partito per riciclarlo, per renderlo “adottabile”. Tutto sta in un dettaglio del cosiddetto “non statuto”, che rende impossibile qualunque alleanza con un partito. Ma non con una lista.

Prima di fondare Pubblico, a luglio, lei aveva lamentato l’atteggiamento eccessivamente “grillino” del Fatto Quotidiano. Ora cos’è cambiato?
Allora qualcuno disse che stavo esagerando. Ora mi sembra che non ci siano più dubbi: quel giornale è diventato un quotidiano di partito. Che si dedica, ed è una funzione legittima, ad attaccare chi deve attaccare e a intervistare i possibili alleati. A Servizio Pubblico Travaglio ha difeso l’editto di Grillo, sostenendo che chi vuole fare di testa sua è liberissimo di farlo, a patto di non iscriversi al Movimento Cinque Stelle e a nessun partito che abbia delle regole. Io difendo il diritto di chiunque di aderire a un Movimento senza per questo dover rinunciare a usare il cervello.

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