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Te Deum, Rondoni: Per quegl’incontri che m’han suscitato amore

dicembre 30, 2012 Davide Rondoni

Quelli arrivati come temporali. E quelli nati come leggerissima edera sui giorni. A Te Deum chiedo: ora amali Tu, come io non so nemmeno immaginare

Come ogni anno, l’ultimo numero del settimanale Tempi raccoglie una serie di “Te Deum” di personalità significative all’interno del panorama sociale italiano. Nel numero che trovate in edicola a partire da giovedì 27 dicembre troverete i contributi di Angelo ScolaLuigi NegriAlberto Caccaro, Aldo TrentoLuigi Amicone, Antonio SimoneRoberto Formigoni, Marina Corradi, Renato Farina, Mattia Feltri, Pippo Corigliano, Annalisa Teggi, Costanza Miriano, Davide Rondoni, Giampiero Beltotto, Maria Rita O., Antonio Gurrado, Cecilia Carrettini, Gian Micalessin, Lorella Beretta, Andrea Mariani, Berlicche e molti altri.
Pubblichiamo il Te Deum di Davide Rondoni

Te Deum… A Te Deum, cosa diciamo guardandoti negli occhi, se possibile, ora che il tuo zoom di Natale e Fine Anno ci inquadra e squadra, nel vuoto di una navata cattedrale o in chissà che angolo buttati, e siamo soli ciascuno di noi di fronte a Te Deum, Te Deus, o Te cosa, che zoomi il nostro viso con il tuo sguardo da tigre o radar, cosa sei che ci premi in petto e chiami da tutte le parti, dai disegni incantati degli alberi nel gelo, dalle vetrate in successione delle città e anche dal niente, dal vuoto del nostro stesso male che cola a fine anno nel fosso nel canto o mugugno? Te Deum che ci deflagri a volte nella mente? E che mormori in angoli oscuri, in visi di sfuggita, in tanti filamenti lievi fragili della vita…

Te Deum Domine, se sei davvero Tu il Dominus, il Signore, che si ha da ringraziare – e sì si deve, pena diventar altrimenti ridicoli, presuntuosi, noiosissimi – per ogni respiro e sospiro e per ogni bacio e ferita dentro cui brucia ribrucia la vita; ecco Te Deum, se Te sei Deus volevo dirti anche da qui una cosa, e metterti una bomba tra le mani: ti ringrazio per quelli che amo. E ora amali tu. Lo dico io, ma so che questo è un ringraziamento generale. Che tutti fanno, quasi banale, se non fosse che è questo amore fatale il tuo primo violento e dolcissimo segno. Il tuo pegno.

E allora dico grazie per gli amori, sì, quegl’incontri che m’han suscitato amore. Anche se non mi amano, o se non mi amano più, anche se non so fare ad amarli. Anche se ho potuto disfarli. Sì insomma Deum, Deus, ascolta, grazie per tutti gli amori, quelli dritti e quelli sghembi, quelli che son sorrisi eterni di ogni giorno e quelli che sono solo un segno fuggevole d’eterno, tra le mani neanche un giorno… Quelli che non ho fatto quasi in tempo a dire il nome ed erano già via, per i campi, e oltre la collina, perché ogni amore se è vero sconfina. Quelli arrivati addosso come temporali. E quelli che sono nati come leggerissima edera sui giorni. Io non so come fare. Secondo me, nessuno sa come fare. E allora a Te Deum, se sei Deus, ti chiedo – ora amali Tu, come io non so nemmeno immaginare.

I nomi, i nomi li sai. Non sei Deum, non sei Deus, se non li ami meglio di me. Si capisce la mia preghiera? Lo senti il mio sbandato ringraziamento? Ti arriva la voce? O nella mente è già tutta sera, cresce solo il tormento… Se li ama come me, che Deus è? Io glieli voglio lasciare, stanotte, lasciarli a Lui che li ami come sa fare. E certo prima, ma non solo, gli amori fondamentali – taluni amici, e lei e le creature che mi fiatano accanto nelle colline sui crinali – ma anche quelli che stanno agli incroci del vento – lo dico Deus, perdonatemi – come angeli, come sorelle. E poi anche gli amori da niente, laterali, quelli perduti in un andar via di fanali. O gli amori da due lire, da smagar via la mente. E pure i remoti, quelli forse là nel tempo onice restati, come ombre o immobili pitture, delicate che fan tremare, compagni di scuola, amici al mare…

Per cos’altro ringraziare in questa epoca che ci priva di tutto, buttandoci tutto addosso come ombra come niente. Per cosa altro alzare gridare Te Deum laudamus, se non per la primizia, la prima saporita liquirizia dell’umano essere, che è appunto il fragile, il tremante amare, come il metter germoglio, o timido belare di creatura che dice “io” e poi senza potere fermarsi, quasi proseguendo lo stesso balbettio o traccia profonda e atomica neuronica dell’essere, dice “tu” – e cosa è, questo affidare, donare, conoscere…

Te Deum per l’amore di cui siamo capaci e incapaci. Per il tuo brillare a volte in fondo anche ai gesti ragazzescamente rapaci, come smisurata dedizione o sperdimento, per il tuo, Deus, essere stoffa unica della tessitura d’amore su amore, fino a fare la storia, più di quel che può l’odio, o la guerra. L’amore che rammaglia continuamente, segretamente il mondo, in stramiliardi di gesti non visti, non notati da nessuno: manda un bacino con le dita, un sms con un love, gira il brodo con il cucchiaio per chi nemmeno saluta, leva i capelli dagli occhi del piccolo prima della scuola, allaccia la camicia nello specchio all’amante, tornisce una volta in più il suo pezzo di mondo, lascia correre l’offesa e ci spara sopra due cazzate, dice buongiorno anche se non lo riceve, canta al mattino anche se ha il magone, china la testa di fronte al bene più grande che è lei, mormora un requiem per chi non ne ha, dice una parola che fa onda e non palude… L’amore che dà ritmo al mondo, e fa la storia, anche insorgendo, altro che le lotte e le rivoluzioni in nome delle idee che la guastano e riguastano…

Te Deum, se sei Deus, ringrazio se ti fai carico dei nostri amori così come dei nostri peccati, se li ami come sai fare solo tu. I nomi, tutti quei nomi li sai…

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