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Dopo la strage nel Mediterraneo tutti dicono: «Aiutiamoli a casa loro». Sì, ma come? Con Chesterton, ad esempio

aprile 21, 2015 Rodolfo Casadei

Qui vi raccontiamo la storia di John Kanu, laureato a Oxford e poi tornato in Sierra Leone per applicare le teorie economiche dello scrittore cattolico inglese

John Kanu-sierra-leoneDopo la strage di migranti nel canale di Sicilia ci è tornato in mente un articolo di Rodolfo Casadei apparso su Tempi nel luglio 2013. L’articolo, che trovate di seguito, non trattava del problema dell’immigrazione né di come fermare gli scafisti (qui, sempre Casadei, ha scritto in merito per tempi.it), ma di una piccola eppur eccezionale esperienza in Sierra Leone. Siamo convinti, infatti, che anche lo slogan “aiutiamoli a casa loro” necessiti di una qualche specificazione e illustrazione per non diventare una semplice scusa per ripulirsi la coscienza. L’esperienza di John Kanu (al centro nella foto sopra) è, a parere nostro, esattamente questo: un tentativo intelligente e umano – quindi lontano dai puri slanci emotivi o dai biechi interessi neocoloniali – di aiutare le persone a vivere con dignità, libertà e, non ultimo, allegria. Oggi l’opera di Kanu prosegue con frutto: è composta da una quarantina di cooperative e coinvolge tra le cinquemila e le seimila persone. Gente a cui i “chestertoniani africani” insegnano un mestiere (agricoltori, artigiani, cuochi, etc etc) che li renda indipendenti e autonomi. Chi volesse dar loro uno mano, fornendo utensili e quant’altro, può farlo visitando il sito www.pumpstreet.it.

Nell’ottobre 2002 la Sierra Leone era un poverissimo paese africano stremato da undici anni di guerra civile che aveva causato la morte di 50 mila esseri umani. Due milioni e mezzo di persone sono rimaste senza casa, dieci mila senza un braccio o un avambraccio, mutilate a colpi di machete. John Kanu invece era un fortunato e volonteroso trentottenne sierraleonese che dopo sforzi eroici era riuscito ad approdare all’università di Oxford e a ottenere un master in Scienze sociali applicate. Intorno a quello che John aveva fatto per convincere la sua famiglia a mandarlo a scuola – unico bambino del suo villaggio – per continuare gli studi dopo la morte del padre e per ottenere un visto e una borsa di studio per frequentare l’università in Inghilterra, si sarebbe già allora potuto scrivere un libro.

sierra-leone-chestertonA quel tempo a Oxford i neolaureati sierraleonesi erano in tutto sei. Cinque presero la strada degli Stati Uniti e del Canada o si fermarono nel Regno Unito. Uno solo, nonostante un’offerta per restare a lavorare in terra britannica, decise di tornare nella devastata patria: John Kanu, appunto. Nostalgia di casa, per quanto derelitta? Appoggi politici? Niente di tutto ciò. Non indovinereste nemmeno con un milione di tentativi. «Avevo scoperto Gilbert Keith Chesterton, e volevo applicare le sue idee sull’uomo e sull’economia nel mio paese», racconta Kanu.
Pochi lo sanno oltre agli appassionati dello scrittore cattolico britannico, ma Chesterton, insieme a Hilaire Belloc e Vincent McNabb, è considerato il teorico del distributismo, la filosofia economica che alla fine dell’Ottocento si presentava come una traduzione della dottrina sociale cristiana contenuta nella Rerum Novarum di Leone XIII e come terza via fra socialismo e capitalismo.

Fra gli insegnanti di Oxford, Kanu incontra Stratford Caldecott, direttore del Chesterton Institute for Faith and Culture. Diventano amici e il britannico introduce il sierraleonese al pensiero dello scrittore. «Tre temi mi colpirono in particolare. L’idea della necessità di distribuire quanto più possibile la proprietà fra tutti i membri della società; l’importanza attribuita all’economia rurale e agli artigiani che vivono del lavoro delle proprie mani; la visione della famiglia come la principale unità sociale e la base di una famiglia estesa multi-generazionale. “Questo è il meglio della cultura tradizionale africana, riprodotto in filosofia economica da uno scrittore cattolico di fine Ottocento, e noi lo stiamo perdendo”, mi sono detto. Cominciai a pensare che, tornato in patria, avrei fondato una società chestertoniana sierraleonese».

Le cose vanno proprio così. Kanu torna in Sierra Leone e si guadagna da vivere come consulente o come esperto in progetti di Ong ed enti internazionali quali il Catholic Relief Service, l’International Rescue Committee, Usaid, Management Systems, eccetera. Collabora al reinsediamento nelle campagne della popolazione rurale che a centinaia di migliaia si era riparata in città durante la guerra. Si dedica all’arduo problema dell’impatto dannoso dell’industria mineraria sulle attività economiche e sulle condizioni di vita della popolazione e dei distretti interessati dalle estrazioni. E insieme ad alcuni amici fonda il Sierra Leone Chesterton Center (Slcc), che nel 2006 viene registrata come organizzazione comunitaria presso il ministero dello Sviluppo rurale e del Governo locale. «Non siamo una Ong», ci tiene molto a sottolineare Kanu, che con le Ong ha lavorato e lavora tuttora. «Quelle vanno e vengono, hanno un mandato imperativo e circoscritto e devono spendere i loro soldi tutti e subito, cosa che favorisce la mentalità assistenzialista. Noi invece siamo presenti per tutto il tempo che è necessario, puntiamo a costruire le capacità locali e ci basiamo molto più sulla forza delle idee e sul cambiamento di mentalità che sulla quantità dei soldi».

John KanuUn ponte fra equilibrio e follia
Per quel che riguarda i soldi, la differenza rispetto alle Ong è decisamente abissale. Da quando esiste, la donazione più grossa che l’Slcc ha ricevuto è costituita da 600 sterline versate da Aidan Mackey, il fondatore del Chesterton Study Centre in Inghilterra. Tutto il resto è basato sul volontariato e sul contributo delle stesse comunità oggetto degli interventi, che comprendono l’insegnamento di tecniche agricole attraverso la cosiddetta Farmer-Field-School, l’assistenza nell’accesso a sementi speciali, l’organizzazione dei contadini in cooperative, la costruzione di due scuole professionali di villaggio che presto entreranno in funzione.

«Gli abitanti del villaggio hanno messo a disposizione tutti i materiali e tutto il lavoro, tranne lo zinco per i tetti e per il cancello all’ingresso che abbiamo procurato noi», spiega John. «Dalle scuole usciranno carpentieri, muratori, meccanici e altre figure tecniche che si impegnano a non migrare in città, ma a rendere il loro servizio nelle comunità rurali da cui provengono. Adesso hanno bisogno degli strumenti e delle macchine da mettere in dotazione nelle scuole, ed è per questo che io sono in Italia e che per la prima volta chiediamo un aiuto a donatori esterni». Invitato dalla Società chestertoniana italiana, Kanu ha incontrato associazioni e privati disponibili a una partnership a Siena e Ferrara. Ma negli incontri pubblici ha parlato principalmente della filosofia dello sviluppo e dello stile di intervento dell’Slcc.

«Il ruolo della famiglia è centrale», spiega questo padre di quattro figli. «In Africa non ci sono sistemi di welfare come in Europa: la famiglia è il nostro welfare, la nostra carta di credito, la nostra banca, la nostra cassaforte. Se qualcuno ha bisogno di un prestito, non va alla banca, dove verrebbe sfruttato, ma si rivolge al giro dei parenti. La famiglia è il luogo dove ci si sente a casa, è la chiave dell’educazione morale, è un ponte gettato fra l’equilibrio e la follia. Quando da bambino insistevo con mio padre perché mi mandasse a scuola, la famiglia estesa di 20 persone venne riunita e dopo lunga consultazione decisero di iscrivermi in una scuola di una località vicina. In Sierra Leone i musulmani sono il 70 per cento, noi cattolici siamo il 15 per cento e gli altri sono cristiani protestanti, ma tutti condividiamo la stessa concezione: la famiglia è la principale fonte della vita».

Il panegirico della famiglia africana, istituzione che presenta anche molti lati problematici che frenano lo sviluppo umano, non deve far pensare che l’Slcc si faccia portatore di una visione immobile e passatista dell’Africa, centrata sull’esaltazione del buon tempo andato. «La grande sfida dello sviluppo consiste nel cambiare le mentalità. Lo sviluppo, dico sempre, non è una questione di elettricità, di strade, di infrastrutture. Tutto questo serve, ma lo sviluppo è in primo luogo una questione di persone. Il nostro lavoro consiste nel cambiare le mentalità e questo avviene attraverso l’educazione. L’educazione compie, realizza, completa. Ma solo se è centrata sulla verità e su ciò che è giusto. Allora diventa quella scintilla dentro di te che nessuno ti può portare via. L’educazione ti arricchisce di una ricchezza che nessun ladro potrà mai rubarti». Prima ancora di lanciarsi nel progetto delle scuole professionali di villaggio, l’Slcc ha contribuito all’obiettivo dell’educazione aiutando le famiglie del distretto rurale di Kono ad aumentare il proprio reddito, perché ciò ha permesso a esse di mandare i figli a scuola. Poi c’è la formazione dei contadini alle nuove tecniche agricole.

«Noi non gli diciamo che il modo in cui coltivano la terra è sbagliato, gli mostriamo concretamente i vantaggi delle nuove sementi o delle nuove tecniche. Quando il governo ha deciso di diffondere anche nel nostro paese la varietà di riso ibrido ad alto rendimento Nerica, anzitutto abbiamo fornito la nostra intermediazione perché le comunità rurali più marginali non venissero tagliate fuori. Poi, per convincere i coltivatori dei vantaggi delle nuove sementi, ci siamo fatti dare un pezzo di terra a fianco dei loro campi coltivati nel modo tradizionale. Lo abbiamo seminato col riso Nerica. Al primo raccolto, tutti hanno visto la differenza e sono venuti a chiederci come dovevano fare per avere quelle sementi».

Non è stato tutto tempo sprecato
L’Slcc non si tira indietro davanti all’impegno politico in senso lato, che consiste nel difendere i diritti delle comunità rurali davanti ai grandi interessi dell’industria mineraria, che naturalmente condiziona la risposta delle istituzioni. La Sierra Leone è ricchissima di diamanti alluvionali. Questo significa che le pietre vengono cercate su grandi estensioni di terreno intorno ai letti dei fiumi. I danni all’ambiente e all’agricoltura sono enormi.

La legge imporrebbe alle imprese estrattive di bonificare i terreni al termine della ricerca, ma spesso non viene rispettata. «Nel distretto di Kono e in tanti altri, industria mineraria e agricoltura sono in competizione. Le acque e le terre sono contese. Noi lavoriamo con organizzazioni della società civile, in particolare quelle specializzate nel rapporto fra sviluppo e giustizia, per richiamare il governo ai suoi doveri. Chiediamo che siano applicate le leggi che stabiliscono la bonifica dei terreni invasi per la ricerca dei diamanti». Quarantacinque cooperative costituite fino ad oggi, seicento persone circa beneficiate da interventi che vanno dalla fornitura delle sementi speciali alla formazione a tecniche agricole alla fornitura di attrezzature e strumenti. Non sono grandi numeri quelli che l’Slcc può allineare, ma sono di grande qualità. Perché frutto di idee e gratuità anziché di assistenzialismo e progetti calati dall’alto.

«Da bambino ho lottato come un leone per potere andare a scuola, ho sfinito mio padre per convincerlo a mandarmi. Poi, quando sono arrivato all’università di Oxford mentre la Sierra Leone bruciava, ho pensato che il mio sapere non sarebbe servito a nulla, che il paese aveva bisogno di altro», conclude John Kanu. «Per fortuna i miei amici inglesi mi hanno fatto scoprire Chesterton e le sue tre idee economiche: la redistribuzione dei mezzi di produzione, l’importanza dell’economia rurale, la centralità della famiglia. Oggi dico a tutti: sono le uniche tre cose importanti che ho imparato studiando a Oxford. Ma non ditelo al rettore dell’università e ai suoi professori».

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3 Commenti

  1. SUSANNA ROLLI scrive:

    ALLELUJA!! Alla fine è venuta fuori la verità e la soluzione…ma c’era una marea di gente che lo sapeva, perchè ‘sto silenzio?
    Il vero dramma della menti/anime di oggi -soprattutto di quelle Occidentali- è che si cerca la soluzione piu’ facile e sbrigativa per risolvere i problemi, ma si crede di risolverli, in realtà si peggiorano le cose..
    Hai una gravidanza indesiderata? ABORTISCI, c’è anche la legge! Tua moglie ti rovina il fegato? DIVORZIA!, c’è pure quello breve, si fa prima.Il tuo vicino ti assilla? VATTENE ALTROVE, là si vive bene…Sei drammaticamente sterile? Cerchiamo di rimuovere le cause?MA NO, VATTENE A COMPRARE UNO!!, c’è pure la legge…In Africa si vive male? E VIENI IN EUROPA! che ci pensiamo noi ad illuderti! Ditemi se non è così, e ci siam dentro -volenti o nolenti- un poco tuttti quanti -chi piu’, chi meno..Dio ci aiuterebbe volentieri se solo non Lo chiudessimo fuori dalla porta delle nostre povere anime (tante in delirio d’onnipotenza)…

  2. Giu scrive:

    Sono 20 anni che la nostra classe politica utilizza queste parole e di fatto non è stato fatto niente… a parte gli aiuti dati a Gheddafi per creare campi di concentramento in Libia.
    Ma non è tutta colpa loro noi in primis Italiani ed Europei dobbiamo riflettere sui nostri egoismi solo allora con una classe politica all’altezza possiamo pensare ad un piano vero per aiutare questi paesi.
    Saluti
    GV

  3. maurizio scrive:

    Il punto Giu é che gli aiuti non andrebbero dati(come si é fatto finora,questo l’errore di fondo)ai governi ma a iniziative o progetti come questi…e ce ne sono molti di più di quanto si creda.Basterebbe appoggiarsi ai missionari ed alla Chiesa cattolica del posto..non ai politici nostrani o locali.Certo,é una progettualita’educativa che ha tempi lunghi ma quanta gente salverebbe dall’ignoranza,dallo sfruttamento,dalla fame e dall’esodo..con vantaggio anche per noi e senza blocchi navali!

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