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Storia di Monique. Tossica, carcerata, invisibile. Ma che ha incontrato “cuore, mani e piedi di Dio”

gennaio 15, 2013 Benedetta Frigerio

Chi pensa ai detenuti quando escono dal penitenziario? L’esempio del Catherine Center di San Francisco che aiuta i dimenticati da tutti. Un modello che funziona

Per cercare di evitare l’“Obama Mandate”, che costringe gli ospedali e le opere private a pagare per la contraccezione e l’aborto dei suoi assicurati e per evitare le continue ingerenze nei programmi educativi, ha preso la decisione di non ricevere più finanziamenti del governo. «Così da avere la flessibilità necessaria per essere in grado di servire chiunque attraversato il nostro cammino, piuttosto che essere costretti da altri criteri spesso collegati a finanziamenti federali». Così ha spiegato al quotidiano cattolico fra i più noti in America, il National Catholic Register, Lorraine Moriarty, direttore esecutivo della Società di San Vincenzo de’ Paoli di San Francisco.

 IN PIEDI SENZA FONDI. Basta la storia di Monique, 28 anni, a dire di cosa si occupa la San Vincenzo. Bella e giovane vuole finire l’università per aiutare i ragazzi in difficoltà a trovare lavoro. Ma Monique dieci mesi prima era in carcere per un carico di droga. E la paura di tornare nel giro la paralizzava. Sapeva bene che era difficile trovare lavoro una volta uscita dal carcere, soprattutto perché figlia di tossicodipendenti. Ma, scontata la pena, Monique va al Catherine Center, una casa di accoglienza cattolica per detenute in libertà vigilata. Sempre con sede a San Francisco, il Catherine Center è stato istituito nel 2003, per supportare i programmi di riabilitazione della Società di San Vincenzo.
Da dove sono venute le risorse? Le suore della Misericordia parlano di provvidenza: un donatore generoso ha offerto denaro per l’acquisto e l’aggiornamento di tre camere da letto e una casa. Sovvenzioni giunte anche dalla Western Association dell’Ordine di Malta e da altri gruppi ecclesiali. E perché non negoziare con il governo? «Dio è amore – ha detto Moriarty –. Questa è stata la missione prevalente sin dall’inizio del Catherine Center. Noi siamo il cuore e le mani e i piedi del Signore per le persone che non hanno mai conosciuto Dio come amore. Indipendentemente dalle loro scelte di vita, quello che offriamo viene solo dalla misericordia e la compassione di Dio che è lì per loro».

LA FAME DI INFINITO. Così, con un bilancio annuo di 500 mila dollari, la Catherine Center fornisce trattamenti per la tossicodipendenza, vitto e alloggio, assistenza sanitaria. E, come papa Benedetto XVI continua a ricordare agli enti caritativi, all’assistenza materiale viene offerta quella dell’anima: perciò ci sono due sessioni di preghiera quotidiana, la meditazione, la guida spirituale e un ritiro annuale per offrire un quadro di riferimento forte ai detenuti in libertà vigilata che spesso lottano per non tornare al passato. I residenti che provengono da altre fedi sono incoraggiati a proseguire la loro tradizione religiosa. Ma molti residenti sono intrappolati in un passato di delinquenza, di abuso di sostanze. La maggior parte ha subìto sfruttamento fin dall’infanzia. Perciò capita che reagiscano alla bontà incondizionata con sospetto: «Ma anche se la maggioranza di loro – continua Moriarty – non ha nessuna educazione religiosa, hanno una grande fame di Dio. Perciò, quando gli ricordiamo che la loro natura da conoscere è quella di essere a immagine e somiglianza di Dio, ci provano».

CEDERE AL BENE. Certamente, occorre un lavoro di «elaborazione di emozioni soppresse da anni. È poi fondamentale che i nostri residenti si sentono al sicuro e amati. Perché è solo così che poi sono in grado di elaborare il dolore e la sofferenza», ha spiegato lo psicoterapeuta del centro, Suzi Desmond. Per Monique, iscritta al programma di riabilitazione per detenuti in libertà vigilata, è andata così. Si sentiva “invisibile”. La dona racconta di essere ritornata in contatto con la fede cattolica della sua infanzia, «ma, in un primo momento era strano ricevere tanto amore. Non ero abituata a questo». Monique non cedeva perché con quanto aveva fatto non si sentiva «degna di questo amore che ho ricevuto, e, a volte, non volevo essere lì». Fu solo durante un colloquio che venne fissata per molti minuti con uno sguardo di bene tale che la porta ad arrendersi.

LA RECIDIVA. Ma il passaggio dal carcere alla vita tradizionale è pieno di pericoli. Le persone tornano spesso a delinquere: le prime 24.748 ore sono poi il momento più critico. Il tasso di recidiva, sottolinea il quotidiano americano, è notoriamente elevato. Il Dipartimento di Giustizia cita una serie di studi che confermano la difficoltà di stare lontano dalla droga: «Tra circa 300 mila prigionieri rilasciati in 15 Stati il 67,5 per cento sono stati nuovamente arrestati in tre anni». Mentre per chi segue il progetto descritto le recidive diventano irrisorie: dopo la routine di supporto, c’è il collocamento accompagnato di due anni: tutto lo staff resta in contatto con chi ha completato il programma.

«HO BISOGNO». «Si fidano di me con le loro storie mi dicono: “Io sono qui perché ho bisogno di aiuto”. Ogni storia è un mistero. Perciò non faccio esperienza “burnout”», ha detto Moriarty. «Ma piuttosto vivo un senso di stupore e meraviglia quando riescono a condividere la loro storia con me». Infine, tra i responsabili c’è anche chi è stato aiutato dai suoi volontari del Caterina Center: «Kristina Lopez rimase nel programma molti anni: “Sono uscita solo quando ho saputo, con ogni parte del mio essere, che non volevo tornare alla mia vita passata. Personalmente, mentalmente e fisicamente da immatura sono diventata adulta. E sia il sostegno educativo sia quello spirituale sono stati essenziali. Mi hanno dato la fede e la speranza, che ancora mi dà conforto quando ho paura».

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