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Spagna, spread alle stelle e un buco di 200 miliardi

maggio 15, 2012 Massimo Giardina

In Spagna il debito pubblico cresce insieme alla disoccupazione e lo spread. Il piano salva-banche che non convince i mercati. E il tempo per intervenire è poco.

«La Spagna non ha più tempo e l’impennata dello spread tra i titoli di stato spagnoli e i bund tedeschi di ieri è un chiaro segnale». Andrea Giuricin è un ricercatore legato all’Istituto Bruno Leoni che in questi giorni ha pubblicato su Chicago-blog, diretto da Oscar Giannino, due interessanti interventi sulla difficile condizione economica in cui naviga la penisola iberica.

In questo momento di tensione nei mercati, c’è un dato spagnolo che preoccupa maggiormente?

Sì. I quasi 200 miliardi di euro che la speculazione immobiliare di fine decennio 2000 ha lasciato nelle banche spagnole. Non mi riferisco a tutto il sistema bancario, ma alle cosiddette Cajas, le banche locali. Se prendiamo due istituti importanti come Santander e Bbva, non troviamo un ammontare di crediti di difficile realizzo così come sono presenti nelle cajas.

Qual è stata l’anomalia di queste banche locali?
La politica. Il vero problema sta nella presenza della politica in queste istituzioni. I membri dei Consigli di amministrazione sono scelti con criteri clientelari, ben lontani da logiche di efficienza. Negli anni passati, queste banche hanno prestato capitali a soggetti privi di merito creditizio solo perché la politica optava per certe soluzioni. Si pensi alla spinta immobiliarista all’epoca di Zapatero. Se oggi la Spagna ha una disoccupazione vicina al 25 per cento lo deve alla contrazione del mercato immobiliare dopato fino al 2008: oggi, rispetto a quel periodo, si costruiscono un terzo delle case.

Come se ne esce?
Il lavoro di Rajoy è necessario ma non sufficiente. Il “buco” stimato nelle banche era, a fine 2011, di 188 miliardi di euro. Probabilmente ora è già salito a 200 miliardi: una cifra impressionante, circa il 20 per cento del Pil spagnolo. Il piano di riforma presentato dal governo non convince i mercati per una questione molto semplice: sono stati messi a copertura 30 miliardi di euro, a fronte dei rischi appena menzionati. Così si prende tempo, ma non si risolve il problema. Una vera presa di posizione sarebbe depoliticizzare le banche spagnole a prescindere dal loro colore.

Basterebbe questa operazione, anche se di difficile realizzazione?
Ritengo che non sia corretto che i cittadini paghino i default delle banche. Con i 30 miliardi di Rajoy questo è ciò che si sta verificando. Prima o poi, quei crediti in pancia alle banche dovranno sparire perché inesigibili e, in quel caso, molte cajas potrebbero fallire. Che falliscano, e che vengano asssorbite da Santander o Bbva: banche più solide e di dimensioni internazionali. Così si valorizzerebbero gli asset buoni, sparirebbero quelli che in sostanza non esistono e soprattutto non si farebbero pagare i default ai cittadini.

Ma non si risolverebbe un altro grave problema del sistema bancario spagnolo: il sovrannumero degli sportelli.
Sì, ha ragione. In questo percorso va anche ridefinito il numero degli sportelli bancari, che sono notevolmente al di sopra della media europea e che costituiscono un costo di struttura notevole per i bilanci. Anche questo è l’esito di una cattiva gestione clientelare.

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