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Silvia Kalina, uno scheletro sorridente muore a San Vittore

novembre 13, 2012 Renato Farina

Sta in carcere, in custodia cautelare, malata di cancro, incapace di esprimersi. Ha già perso diciotto chili. Chissà per quanto resterà in vita. Di sicuro non può rimanere in cella. Com’è possibile una simile disumanità?

«Kalina! Kalina! Vieni Kalina ti cercano!». L’agente di polizia penitenziaria chiama ad alta voce, nella zona dove le detenute prendono l’aria a San Vittore. Nel cortiletto dipinto di verde per fingere il prato, forse, Silvia Kalina si alza da sotto il muro di cemento. Se ne stava accovacciata in mezzo alle altre, con una cartelletta blu in mano, ed è uno scheletro avvolta in qualcosa di grigio. Quanti anni avrà? Settanta, ottanta? Si avvicina e saputo che un deputato italiano è lì per lei, ha un bel sorriso, e da sotto i capelli bianchi spuntano due pezzi di smeraldo che sono gli occhi.

In una intervista trasmessa da Radio Radicale, Marinella Colombo parlava di questa signora incarcerata (a proposito della Colombo e delle sue terribili vicende, conviene leggere qui), e concludeva così: «Spero che qualcuno intervenga». Il giornalista Lanfranco Palazzolo rilanciava: «Spero che qualcuno ci ascolti». Eccomi, ore 13 circa di venerdì 9 novembre. La denuncia era chiara. Giace nel carcere milanese, in custodia cautelare, una signora malata di cancro, incapace di esprimersi, non ascoltata da nessuno. Com’è possibile una simile disumanità? C’entra qualcosa con la legge, con i diritti umani sulla cui base l’Europa si è messa tutta sotto la bandiera azzurra con dodici stelle?

Premetto: la vicenda giuridica è confusa. Kalina è accusata di aver rapito la sua stessa figlia di 17 anni, è ritenuta parte di una specie di organizzazione che provvede a strappare alla patria tedesca (leggete qui per comprendere la vicenda), per conto di padri e madri che germanici non sono, i figli che a ogni costo lo Stato della Merkel impone restino sotto la bandiera di Berlino. In carcere il deputato non può parlare di questioni processuali con i reclusi, tanto più quando sono in attesa di giudizio. Ma la salute, lo stato della detenzione quello sì che si può e si deve esplorare. E ad occhio nudo questa donna non può stare lì. Le mettano un braccialetto elettronico, la chiudano in un ospedale: ma così è la morte vivente e temo presto non più vivente.

Chiedo a Silvia come sta. Parla il tedesco, e io no. Non lo parla nessuno tra le bravissime agenti della polizia penitenziaria. Mastica un poco di inglese, e le uniche compagne con cui dica due parole sono una polacca che qualcosa di inglese sa, e si chiama Danuta, ma di italiano nulla (parla uno spagnolo scalcinato); e poi c’è Veronica, che qualche frasetta britannica sa tirarla fuori. Mi dicono che Silvia non ha 80 anni ma 55, e da 3 è ammalata di cancro. Le è stato asportato un seno, e le metastasi – a quanto dice la Kalina – si sono diffuse, ha subìto diverse operazioni («Sì sì, ha le cicatrici», dicono) e lei mostra il fegato, e mima anche ferite al cuore, ma non si capisce se sono lacerazioni morali o a qualche muscolo, ma forse tutt’e due. «Ho perso diciotto chili da quando sono stata estradata in Italia», penso di capire. Mi segna su un foglio le date: 14 maggio 2012, arrestata in Germania su ordine dei giudici italiani con mandato di cattura europeo. Il 20 luglio viene trasferita a Roma, il 31 luglio a Milano. Avrà il processo a dicembre. Dice che doveva essere sottoposta a esami, ma non ha accettato di farsi passare sotto i raggi dell’ospedale, sostenendo che la macchina era vecchia di quarant’anni, e l’avrebbe esposta troppo a lungo a raggi nocivi. Mi dice: «Sono stata visitata. La visita è durata trenta secondi». Ed è stata rimandata qui. Qualcuno la viene a trovare in prigione? «Nessuno. Verrebbe mia figlia, ma ha diciassette anni e dalla Germania non la lasciano uscire». È la figlia che avrebbe rapito a se stessa…

Non afferro molte cose, e non sono certo medico. Lei mi sorride: è abituata a non essere capita da nessuno. Mi mostra la cartelletta blu, la apre. Ci sono esercizi elementari di lingua italiana, sta cercando di imparare. Io le tiro fuori un libretto per lei, è la versione tedesca di Chi prega si salva (edizioni 30 Giorni) con preghiere nella sua lingua e in latino, e la prefazione di Joseph Ratzinger. Allora mi bacia proprio sulla guancia, tra il riso contagioso delle detenute, specialmente di una ragazza che uscirà l’indomani.

Ma poi un’altra signora rompe il clima di festa e piange. Mi domanda di fare qualcosa. È russa di San Pietroburgo, si chiama Oxana. Dovrebbe uscire presto dal carcere, e ha un bambino di tre anni in una comunità. Lo ha avuto da un macellaio marchigiano, e dunque il piccolo è italiano. Lei vorrebbe portarlo a casa in Russia, dai genitori, hanno una casa dignitosa: impossibile. Il padre non vuole né madre né figlio tra i piedi, ma nemmeno autorizza la loro partenza. Dice Oxana: «Mio Dio che errore ho fatto». Non per quel che l’ha portata in cella, che io non so, ma per essersi messa con quel macellaio, il quale in due anni le ha spedito 500 euro per il bambino e basta così: «Non ci ama», dice. Scrive il numero di telefono dell’uomo perché io lo convinca a dire di sì.

Altre donne allora si avvicinano, e raccontano le stesse storie, ma le lacrime sono tutte diverse. E le agenti di polizia si commuovono.

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2 Commenti

  1. Enrico scrive:

    La gravissima malattia di Silvia Kalina è incredibilmente inferiore al cancro dello Stato e della classe dirigente italiana, politica e non, sempre più distante dalla cittadianza e dalla realtà.
    Viviamo in un paese dove abbondano uomini di legge che non sanno più cosa sia la Giustizia.

  2. Anna59 scrive:

    buongiorno a tutti,

    mi domando come mai il papa Joseph Ratzinger sia così assente in questi casi. Forse sarebbe ora che il clero la smettesse di essere così venale e ingerente nei casi politici e nei sistemi economici di convenienza e che si decidesse a intercedere nei casi singolari come questo da Voi descritto.
    Anna59

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