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Si fa presto a dire follia. Viaggio dentro la terribile verità che si nasconde nella mente impazzita

aprile 26, 2015 Laura Cioni

Mentre le cronache si riempiono di “raptus” e “gesti folli”, non si può non rileggere Mario Tobino, il medico scrittore che dedicato la vita ai «matti». Imparando da loro a «sgominare le ipocrisie»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

Poiché tanto si parla di follia nel commentare avvenimenti di cronaca dolorosi e talvolta tragici, è utile andare a ripescare chi di follia se ne intendeva parecchio e l’ha descritta in alcuni romanzi di cui si arricchisce la sua produzione e quella letteraria italiana del Novecento.

Mario Tobino, nato a Viareggio nel 1910, dopo una giovinezza in cui legge Machiavelli e Dante, Tacito e Orazio, si laurea in medicina nel 1936, diviene ufficiale medico al reggimento Quinto Alpini di stanza a Merano. Nel 1940 parte per la Libia: la guerra infuria nel deserto pieno di sole e di dolore. Congedato nel 1942, lavora nel manicomio di Maggiano, in provincia di Lucca e si lega alla Resistenza. Pubblica alcuni romanzi che raccontano, tra invenzione e memoria, quelle esperienze. Ma la vera notorietà gli viene proprio dai libri in cui narra la sua esperienza di psichiatra nel manicomio: nel 1953 esce Le libere donne di Magliano, nel 1972 Per le antiche scale, con cui vince il premio Campiello, nel 1982 Gli ultimi giorni di Magliano. Muore ad Agrigento nel 1991.

Nei suoi romanzi manicomiali l’universo psichiatrico diventa poesia della solitudine e della sofferenza. Proprio il contrario di ciò che avviene troppo spesso nelle dichiarazioni a distanza con cui ci si affanna a pronunciare diagnosi affrettate e imprecise, volte per lo più a rassicurare i lettori e gli spettatori sul mistero del male, che si annida nella violenza sugli altri e su di sé. In Tobino il mestiere di medico e di scrittore resta sempre sulla soglia invalicabile della libertà umana.

Il primo romanzo è anche il capolavoro dell’autore, frammentario, breve, scritto in una lingua accesa da lampi di poesia. Nel 1963, per la ristampa, dichiara: «Scrissi questo libro per dimostrare che anche i matti sono creature degne d’amore, il mio scopo fu ottenere che i malati fossero trattati meglio, meglio nutriti, meglio vestiti, si avesse maggiore sollecitudine per la loro vita spirituale, per la loro libertà. Non sottilizzai sulle parole, se era meglio chiamare l’istituto manicomio oppure ospedale psichiatrico, usai le parole più rapide, scrissi matti, come il popolo li chiama, invece di malati di mente».

Nella testa il loro delirio
Scaturito dalla rielaborazione delle cartelle cliniche compilate per anni al manicomio, scritto all’interno dell’ospedale, nelle due stanzette in cui Tobino visse fino alla pensione, in una convivenza con la follia spesso lacerante, il libro rivela una condivisione del dolore di grande umanità: «Stamani mentre passavo per le sale, ogni malata mi gettava dentro la testa il sasso del suo delirio; camminavo come alla berlina; i delirii dentro la testa mi si convertivano in un inizio di pianto, che strozzavo».

«La mia vita è qui, nel manicomio di Lucca. Qui si snodano i miei sentimenti. Qui sincero mi manifesto. Qui vedo albe, tramonti, e il tempo scorre nella mia attenzione. Dentro una stanza del manicomio studio gli uomini e li amo. Qui attendo: gloria e morte. Ed il mio desiderio è di fare di ogni grano di questo territorio un tranquillo, ordinato, universale parlare».

Chi abbia visto la pur bella fiction televisiva su Franco Basaglia, C’era una volta la città dei matti non può non notare il differente approccio alla malattia mentale che vi si trova rispetto alla scrittura di Tobino: al posto della compassione, la durezza di una lotta ideologica che portò sì, con la legge 180 del 1978, a chiudere gli istituti psichiatrici, ma non a sostituirli con sufficienti presidi territoriali a sostegno dei malati e delle loro famiglie. Quella lotta Tobino aveva inizialmente condiviso, nell’ottica di un ospedale aperto e vivibile, quando dagli anni Sessanta aveva iniziato, nella generale perplessità, alcuni esperimenti di socioterapia; in seguito però aveva preso le distanze dalla attuazione pratica della 180, sostenendo l’utilità del manicomio, divenuto casa per molti malati dopo tanti anni di degenza.

Del resto egli nutriva delle riserve anche sull’uso generalizzato degli psicofarmaci. A un anno dalla loro invenzione, egli scriveva: «Oggi succede che con alcune pasticche si riesce a parlare con i malati, si può spiegare loro cosa è successo, si può tentare di attenuare le nebbie che ancora fanno aureola intorno alle loro tempie». Ma in questo modo la malattia è attutita e i suoi sintomi giungono velati all’occhio del medico. E allora racconta, proprio perché è consapevole di un mondo che sta per scomparire, le vicende e gli spasimi delle sue ammalate, dalla Berlucchi ossessionata dal senso di colpa, alla tragica lussuria della Maresca, all’epilettica Soldani che non può parlare, tanto le assenze sono frequenti, e mai maledice il destino, «come fosse giusto così, anzi, già fosse assai la sua fortuna di poter esistere anche in quel modo».

mario-tobino-fondazionemariotobino-it«Le celle sono il luogo più doloroso. Piccole stanze dalle pareti nude, con una porta molto robusta nella quale è infisso un vetro spesso per guardare dentro; nella parete di fronte, la finestra per la luce. L’ammalato, il matto, vi vive nudo. L’alienato nella cella è libero, sbandiera, non tralasciandone alcun grano, la sua pazzia, la cella suo regno dove dichiara se stesso, che è il compito della persona umana». Sta parlando degli agitati nelle lunghe fasi di una follia violenta per sé e per tutti.

La sapienza degli infermieri
«Quando suor Giacinta distribuisce il vitto nella sala di soggiorno, ha intorno duecento malate. Molte volte le hanno tolta la cornetta perché si vergognasse ad apparire pelata, hanno tentato di picchiarla, le hanno urlato sconcezze, l’hanno frugata nei suoi sentimenti più delicati. Suor Giacinta vive insieme alle matte, loro sorella, il suo destino immolarsi ogni ora senza premio». Tobino voleva dedicare il suo libro alle suore, sue collaboratrici al manicomio. Le osserva, le ammira e stima il loro silenzio al mattino, dopo la comunione. «La bava, la lussuria estiva, le donne che si toccano, si abbracciano, la saliva, gli occhi languidi lucidi: in manicomio, nei reparti femminili, senza pudicizia si scarica la sensualità. È d’estate. L’epilettica Gianni stamani era tutta attaccata a una idiota sbavante che non capisce un’inezia ma al piacere ubbidisce. La pazzia sgomina tutte le ipocrisie. Come bandiere vittoriose sventolano nel prato nude e le loro parole, i loro inviti, gli atti, sono di una tale verità che rapisce osservandola e subito dopo la vogliamo dimenticare».

Questi alcuni degli episodi, e non dei più impressionanti, sorpresi dalla penna di Tobino. Ma l’occhio esperto nell’osservazione dei sintomi e nelle diagnosi si posa anche su altre cose: «Il manicomio si erge, bastione monumentale, su una collina che s’alza dopo la discesa del monte di Quiesa; a poche centinaia di metri scorre il fiume Serchio. D’estate le cicale vi cantano perdutamente. È un paese rinserrato e stretto che contiene circa mille matti e trecento infermieri; non si contano gli anditi, le scale, le soffitte che ogni generazione ha sfatto e aggiunto. La sua organizzazione è dovuta a diverse generazioni di medici. L’esperienza e la sapienza degli infermieri vecchi si trasmette ai giovani. Medici che vivettero da certosini dentro queste mura insegnarono ai campagnoli: è per questa loro dedizione che si riesce a tenere più di mille matti in un breve spazio».

Questa è sofferenza
La figura di uno dei suoi predecessori riempie di sé la prima parte di Per le antiche scale: il dottor Bonaccorsi, vero governatore del manicomio al posto dei più scialbi colleghi, pieno di iniziativa, di ricerca, di avventure amorose con le mogli degli altri tre medici, di interesse alla formazione dei giovani dottori, di abilità professionale e organizzativa. Andò in pensione, insieme agli altri psichiatri, all’avvento del fascismo, per non dover subire ingerenze dalla dittatura. È l’omaggio a una tradizione che Tobino sa di avere ereditato e che intende continuare. E così dona al lettore il distillato di oltre trent’anni di servizio, nel tentativo di compatire la sofferenza psichica, di curarla quando è possibile, di farla parlare nelle sue espressioni anche più inaspettate e crude. Di riconoscere la sua dignità: «Che è mai l’uomo, perché di lui ti ricordi?».

Illustrazione manicomio da Shutterstock

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