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Scuola, piovono diagnosi di DSA sui nostri figli. Ma sono loro a essere tutti dislessici, o sono gli insegnanti che non sanno insegnare?

luglio 9, 2014 Margherita Pellegrino

Lettera di una professoressa «sbigottita» dalla tendenza del nostro sistema educativo ad attribuire ogni difficoltà degli alunni a ipotetici disturbi mentali. Le nostre scuole stanno diventando ospedali psichiatrici?

Riceviamo dalla professoressa Margherita Pellegrino, insegnante a Segrate (Mi), e pubblichiamo

Egregio Direttore, sono rimasta sbigottita: «Oltre 90 mila alunni con DSA tra gli anni scolastici 2010/2011 e 2011/2012 , 24.811 certificazioni in più (+37 per cento). L’incremento più significativo alle superiori, il numero più alto di studenti alle medie» (Ministero dell’Università, dell’Istruzione e della Ricerca).

Un trend in salita come si evince anche dall’allarme che è stato lanciato a Pisa: «La dislessia rischia di diventare un’emergenza sociale. Nel 2013 all’ ASL 5 sono arrivate 530 richieste di valutazione per DSA che hanno confermato 343 diagnosi. In pratica, si è registrata una richiesta di diagnosi ogni circa 641 persone e un caso di Dsa ogni 990 abitanti» (OrizzonteScuola.it)

Da quando è stata approvata la legge 170/2010 sui Disturbi Specifici dell’Apprendimento, i DSA sono entrati ufficialmente nella scuola segnando una svolta nella didattica, e questi ne sono i risultati.

Sono aumentati i corsi di aggiornamento ai docenti per indottrinarli sull’esistenza e individuazione di questi disturbi, così la soluzione agli errori commessi dagli alunni in fase di apprendimento, non è individuarne la causa, correggerli e far fare esercizio, come facevano i nostri insegnanti, ma indirizzare il genitore dell’alunno dal neuropsichiatra per una valutazione di DSA sul figlio e questo alla fine della seconda elementare, quando non viene fatto già nei primi anni della scuola dell’infanzia.

Attribuire gli errori dell’alunno ad un “disturbo” dovuto ad ipotetici “difetti di migrazione cellulare” secondo gli esperti, ma poi fare diagnosi attraverso test di lettura, scrittura che ben poco hanno di scientifico, dire ad un bambino che il suo cervello non è come quello di tutti gli altri sulla base della lettura di una lista di parole, lista di non parole , di un dettato, di risposte alle tabelline, calcolandone i tempi di esecuzione, non sono cose da poco. Dire che di questi disturbi non si guarisce, che non sarà mai in grado di leggere e/o scrivere e fare i calcoli correttamente significa inculcargli l’idea di incapacità, significa negargli la vera istruzione: non insegnargli a leggere, scrivere e far di conto, che è la funzione primaria della scuola elementare.

Basta che un’insegnante non sappia insegnare per creare un alunno DSA.

Non si va ad indagare sui metodi didattici utilizzati dall’insegnante. Una delle cause di così tanti errori e difficoltà degli alunni è stata individuata, ad esempio, nel Metodo Globale, ora utilizzato da molti maestri nella scuola elementare; le classi pollaio vanno bene: è l’alunno che è affetto da “disturbi”.

Nel Manuale Statistico e Diagnostico, il testo utilizzato per le diagnosi delle malattie mentali, dove tra l’altro sono riportati anche i DSA, tutte le malattie sono indicate come disturbi, quindi di che cosa stiamo parlando?

Nel solo 2011 sono stati erogati ben 705.308,81 euro da Enti Pubblici (istituti scolastici, ASL) all’Associazione Italiana Dislessia per attività formativa (Bilancio AID 2011). «Presso strutture private alcuni genitori hanno speso anche 1000 euro per una diagnosi DSA» (AID, comumicato stampa, marzo 2012).

Una seduta dallo psicologo o logopedista costa circa 80 euro, in alcune regioni viene anche riconosciuta agli alunni DSA un’indennità di frequenza, un disborso mensile di 238,00 euro più 10 euro per ogni corso riabilitativo frequentato, oltre all’aumento degli assegni familiari. Che cosa sta venendo finanziato? In che cosa sta investendo la scuola? In 90 mila alunni certificati DSA esclusi dalle prove INVALSI, perché la loro partecipazione avrebbe abbassato la media nazionale dei risultati delle prove?

Il problema è didattico e la soluzione è nella didattica.

Se 20, 30, 40 anni fa qualcuno avesse acceso i fari sui nostri errori e comportamenti, a quanti di noi e dei nostri compagni sarebbero stati diagnosticati DSA o ADHD? Eppure ce l’abbiamo fatta, le nostre carriere non sono state stroncate, i nostri sogni non sono stati buttati nella spazzatura.

Quella che è stata fatta è una Riforma strisciante della Didattica, studiata astutamente, e supportata da un accurato piano di marketing. Come è stato apertamente dichiarato dagli stessi artefici di campagne mediatiche che hanno portato all’approvazione di questa legge in uno dei tanti convegni sul soggetto: «In realtà siamo indietro con la comprensione di quelli che sono i disturbi specifici dell’apprendimento… la teoria che aiuta a capire è ancora tutta da costruire tuttavia la legge ci ha dato questa opportunità cioè di cambiare la cultura… ci sono sicuramente poche scuole che giudicano bene il cambiamento della didattica ma sono convinto… che con il contributo di tutti questo percorso di cambiamento culturale sarà rapido e non ci vorranno troppe generazioni» (2° convegno nazionale scuola e DSA: riflessioni e proposte).

Bisogna fare un passo indietro su questa legge se non vogliamo creare un generazione di incapaci, insicuri, ignoranti e facilmente manovrabili, come ha scritto Frank Furedi, Professore di Sociologia: «Se l’attuale tendenza continua, presto ci sarà poca differenza tra una scuola e una clinica per malattie mentali… se consideriamo le sfide della vita come un’esperienza cui i bambini non possono far fronte, i ragazzi raccoglieranno il messaggio e le considereranno con terrore. Tuttavia, se la finiamo di giocare a fare il dottore ed il paziente e aiutiamo invece i bambini a sviluppare la loro forza attraverso l’insegnamento creativo, allora i piccoli inizieranno a tener testa alle situazioni… proteggere i bambini dalla pressione e dalle nuove esperienze rappresenta una mancanza di fiducia nel loro potenziale di sviluppo attraverso nuove sfide». (F. Furedi, The Express, 20 maggio 2004).

Prof.ssa Margherita Pellegrino


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64 Commenti

  1. ALfonso MAsciocchi scrive:

    si i dislessici sono tanti tanti…. prima li chiamavate asini e lazzaroni… adesso fatevene una ragione e aggiornatevi…. magari imparate a usate le lim e i computer, imparate a preparare documenti stamkpati in verdana da consegnare e insegnate al posto di buttare ore su ore a dettare appunti

    • Menelik scrive:

      Io gli appunti non li detto, glieli faccio prendere direttamente dal bancone del laboratorio in piedi, così si allenano anche a sintetizzare un discorso, intercalando parole a simboli e disegni.
      Schematizzare, in una parola, e poi, sulla scorta dei dati raccolti da loro stessi, elaborare una strategia operativa.
      Niente LIM, ma lavagna, gessi, penna e la mente che acquisisce input, cataloga, rielabora e riproduce.

      • ALfonso MAsciocchi scrive:

        perche’ non il calamaio e il pennino? mi fa sempre una strana impressione che si usino pseudonimi perche’ non si ha la sicurezza di usare il proprio nome e cognome…. e mi intriga la sfrontatezza con la quale si afferma “io sono con i vecchi metodi!!!” ok siamo sereni prima o poi dovrete andarvene per raggiunti limiti di eta’ e lascerete la scuola sporca ma almeno fruibile

      • Rossana Piras scrive:

        Sei, ovviamente, un tecnico di laboratorio, e non un insegnante.
        Le norme sballate elaborate per distruggere il sistema scolastico fanno si che, tu e i tuoi colleghi, spesso solo in possesso della terza media, possiate far parte di consigli di classe addirittura delle superiori, e prendere uno stipendio che letteralmente vi cade dal cielo.
        Attento perche nessun docente che sia realmente tale vi considererà diversamente da cio che siete, professionalmente parlando: personale ata nel posto sbagliato.

    • Maria Paola Lou scrive:

      Rispondo agli attacchi che ogni giorno devono subire i docenti. Sicuramente molto va rivisitato nella scuola! Ma dico alla dott.ssa Pellegrino quando dice che, noi delle generazioni precedenti, ce l’abbiamo fatta a formarci e ad intraprendere percorsi e carriere anche di eccellenza. Quanti? Chi ce l’ha fatta! Fino a non molto tempo fa erano o le classi differenziali, terra da zappare, massetta e scalpello senza nessuna preparazione, allontanati e basta! Servono anche quelli, per carità. Dico anche, però, attenti ad ostinarci a volere a tutti i costi degli Einstain, e spesso questo chiedono le famiglie agli insegnanti in una scuola inserita in un sistema competitivo, specchio della società contemporanea. La realtà é che esistono bambini con delle diverse intelligenze e la scuola dovrebbe dotarsi di strumenti didattici adeguati. La scuola andrebbe riformata alla radice. Troppo facile scagliarsela coi docenti. Ci sono anche quelli poco capaci, può essere, come in tutti i mestieri d’altronde. Si sta demonizzando troppo questa categoria. Attenzione! Con questa solfa si rischia di aggiungere danno al danno. Vogliamo dire anche di molte, troppe famiglie deleganti? La scuola non può tutto! La famiglia è la prima agenzia educativa e deve assumersi le proprie responsabilità. Pseudo acculturate schiave, spesso, di input mass e multimediali negativi, quando non intrise di tele novelas o becera pubblicità. Troppo facile scagliarsela con i docenti che ormai sono diventati l’anello debole di questo perverso sistema. Chiedo una scuola che non trascuri niente compresi i DSA. Ciò che conta è che si rifletta sui problemi. Prima la scuola era escludente, ora sarebbe discriminatoria. Una scuola più attenta e più inclusiva non dipende solo dagli insegnati. Dipende dal ripensare la scuola. Lo stesso siatema degli insegnanti di sostegno andrebbe rivisitato. Ma questo deve arrivare dall’alto. Ho conoscito presidi, responsabili della didattica, ricoprenti quei posti spesso sappiamo come nel nostro sistema Italia, con scarsissime competenze. E così via fino ad arrivare alla cima della piramide. Vorrei una scuola che valorizzasse davvero le risorse degli alunni. Una scuola messa nella condizione di individuare le diverse intelligenze degli alunni. Una scuola che faccia diventare laurea il mestiere del muratore, dell’elettricusta, del meccanico, dell’idraulico, del pastore, dell’agricoltore. Solo così si potrà restituire al mondo, anche economico quella dimensione umana che nell’identita affonda le proprie radici. Grazie. Maria Paola Loi.

      • Kiki 7 scrive:

        Se tutti gli insegnanti la pensassero così come Lei saremmo già a buon punto!

      • Rossana Piras scrive:

        @Maria Paola Loi: sei coraggiosa. Hai scritto un lungo post scegliendo di esprimerti in una lingua che evidentemente non conosci, per toccare argomenti che devo sperare non rientrino nella tua esperienza lavorativa.

        Io invece non conosco Einstain, purtroppo. Anzi, scusa: pultroppo.

        Troppo facile scagliarsela.
        Cordialità, e tante buone letture se possibile.

  2. simona conte scrive:

    Seguendo mia figlia mi sono resa conto di essere anch’io dislessica,ho notato che dalle elementari e alle medie attribuivano la sua ansia da prestazione normale per ogni bimbo alle mie probabili pressioni per i voti alti……cosa che io me ne guardavo bene dal fare.. alle medie le e’ stato negato dalla professoressa di italiano, coordinatrice di classe, di fare da rappresentante di classe e di partecipare ad un concorso letterario, perche’ ” non adatta”…. di colpo quest’anno alle superiori, 8 in fisica 7 in italiano, 7 in matematica….. 6 in inglese , dopo che la professoressa d’inglese ha applicato quelle che sono le metodologie del pdp…… ovviamente per prendere 6 finale e’ passata da un3,5, al 8,9 nello scritto e 7 nell’orale bastava metterla a suo agio, cercando d’infondergli un minimo di sicurezza, insomma fare il lavoro dell’insegnante, CARA la mia prof….. a aaaaahhhhh vorrei ricordare che se andiamo in Inghilterra o in Irlanda il 90 % dei ragazzi hanno problemi di lettura e di calcolo, sono gli insegnanti che si adattano….. questo per dovere di cronaca….

  3. maria scrive:

    Leggo con dispiacere le parole ‘cattive’ della collega. Io, insegnante e madre di figlia Dsa (sorella di Dsa, zia di Dsa….forse io stessa Dsa), non posso accettare una superficialità così palese nell’analizzare un fenomeno che per troppo tempo è stato ignorato: chi aveva alle spalle una famiglia culturalmente preparata ha studiato, con fatica, ma ha studiato; chi non capendo la sua scrittura era ‘asino di natura’ è rimasto al palo. Potrei elencare le sofferenze patite da mio fratello, oggi laureato in medicina veterinaria ma con serie difficoltà di lettura, o se, preferisce, le sofferenze di mia figlia, abbandonata alle sue pagine iniziate e non finite, perché troppo lenta, ma le capirebbe? La scuola non ha più bisogno di insegnanti che ragionano come la prof.ssa Pellegrino. Il miglior aiuto per una Dsa è l’insegnante competente.

  4. Lula Palula scrive:

    Finalmente!
    ca 2 anni fa ho sgamato su ben 3 bambini egiziani delle diagnosi completwnte sbagliate.
    Che schiappw!
    Poveri bambini
    Ho parlato con le loro mamme cercando di convincerle ad andare fino in fondo perche non c era nessun sintomo che portasse alla didlessia/ disgrafia.
    E infatti…
    I ragazzi erano sani come un pesce. ..

  5. Maria Adinolfi scrive:

    Quello dei DSA è uno dei tanti aspetti in cui si documenta la tendenza questa sì oramai affermata di “patologizzare” ogni difficoltà. Io sono convinta che tanti dei sospetti DSA potrebbero essere recuperati con interventi didattici mirati, ma vogliamo dire qualcosa del rapporto tra apprendimento e “fatica”? sapete che se in prima elementare la maestra chiede di leggere 5 volte una lista di parole o una breve lettura tanti genitori hanno il problema che il bambino si stanca? Sono 36 anni che insegno e il problema più grave, per esperienza, non è ormai più il metodo globale (tanto per chiarire oramai anche nei libri di testo non è più proposto ed è stato esplicitamente sconsigliato dalla circolare ministeriale sui DSA), ma la teorizzazione che l’apprendimento è spontaneo e giocoso e la ripetizione e la memorizzazione attività desuete e umilianti. Se “non sta scienza senza lo ritener l’aver appreso” la nostra scuola ha fallito proprio perchè ha rifiutato tutte quelle attività che creano automatismi e perciò rendono anche piacevole l’imparare cose più complesse…

  6. Anna scrive:

    Sbigottita sono io, mamma di un bambino dislessico e insegnante (anche) di bambini dislessici da vent’anni, per la faziosità ignorante di quest’articolo. Forse alcuni insegnanti rimpiangono i tempi in cui potevano dire: “C’è chi è nato per studiare e chi per zappare”, disinteressandosi dei problemi dei loro alunni.

    • Menelik scrive:

      Senza togliere nulla a quel che ha scritto (non entro nel merito in quanto la scuola primaria, so solo che esiste), ma i tempi sono cambiati: oggi è richiesta più studio e preparazione per “zappare” che per fare l’impiegato.

  7. Valeria Strada scrive:

    Trovo innanzitutto questo articolo non solo di un aggressività spaventosa ma anche scritto da chi é molto poco informato. Si utilizzano test approvati dalla comunità scientifica internazionale per tanto scientifici. La didattica voene sempre presa in considerazione perché laddove il problema fosse stato causato dalla didattica appunto, con il potenziamento il bambino segue una certa curva di crescita rispetto alla velocità di lettura che il dislessico non avrebbe. Incapaci sono coloro che come chi ha scritto questo articolo non sa nulla a proprio nulla di come avviene l’apprendimento e che con l’abolizione della 170 farebbe lui un passo indietro. Invito inoltre la professoressa che ha scritto questo articolo di studiare prima di scrivere queste sciocchezze. Ah…s’informi meglio sui test e su cosa si indaga in una diagnosi.

  8. Valeria Strada scrive:

    Trovo innanzitutto questo articolo non solo di un aggressività spaventosa ma anche scritto da chi é molto poco informato. Si utilizzano test approvati dalla comunità scientifica internazionale per tanto scientifici. La didattica viene sempre presa in considerazione perché laddove il problema fosse stato causato dalla didattica appunto, con il potenziamento il bambino segue una certa curva di crescita rispetto alla velocità di lettura che il dislessico non avrebbe. Incapaci sono coloro che come chi ha scritto questo articolo non sa nulla a proprio nulla di come avviene l’apprendimento e che con l’abolizione della 170 si farebbe un passo indietro. Invito inoltre la professoressa che ha scritto questo articolo di studiare prima di scrivere queste sciocchezze. Ah…s’informi meglio sui test e su cosa si indaga in una diagnosi.

    • ftax scrive:

      “Invito A studiare”: si dice così, non si dice “invito DI studiare”.
      Invitiamo anche Lei a studiare…

  9. Alessandra Magli scrive:

    STORIA DI NICO

    I problemi di Nico sono cominciati a 6 anni in prima elementare.

    Non aveva cambiato scuola, frequenta una piccola scuola privata con materna elementari e medie,
    non aveva cambiato compagni, 14 su 17 bambini erano gli stessi compagni della materna
    con i quali aveva passato due anni insieme, non aveva avuto altri traumi, in famiglia non era successo niente.

    Dopo la prima settimana di prima elementare mio figlio IMPAZZISCE.

    Urla, strilla, dice parolacce (mai dette prima) alle insegnanti ed alla preside, si butta per terra e si rotola in classe,
    strappa a pezzi libri e quaderni suoi e dei compagni, taglia con le forbici astucci, zaini e giacconi.

    La maestra non sa cosa fare. Parla con le colleghe della materna, con la preside, con la bidella,
    con la suora direttrice dell’istituto, con Marina, la psicologa responsabile per l’istituto, ma nessuno
    sa darsi una spiegazione. Quel bambino in cui si era trasformato mio figlio per loro era un estraneo,
    loro non lo avevano mai visto, non lo riconoscevano.

    Nico ricomincia a fare la pipì a letto, incubi, sonnambulismo, sogni e fantasie sulla morte:
    “Mamma è buia la bara? Mamma se muoio devo starci da solo nella tomba?”

    Psicologa della scuola, insegnante di sostegno privata, tutti i giorni mi chiamano, un incubo.

    Portarlo a scuola è una pena. Urla, piange, si aggrappa al mancorrente, si butta per terra.
    Ogni mattina lo lascio con la sensazione di averlo portato al patibolo.

    Diventa violento, solleva un banco e lo lancia contro il muro; dà ad un compagno un pugno così forte
    allo stomaco da lasciarlo senza fiato; spinge, tira i capelli, aggredisce i compagni.

    Approdiamo alla ASL, lo visita il primario. Colloquio, tre giorni di Test e la diagnosi è
    DEPRESSIONE INFANTILE.

    Io faccio una battuta:”Depresso a 6 anni? Un piccolo Woody Hallen!”
    Lui mi guarda serio e risponde: “Signora, non rida, i bambini depressi a 6 anni sono quelli
    che a 9 si suicidano per un brutto voto.”

    Cominciano le domande: “Cosa è successo in famiglia che lo ha traumatizzato?”
    Come se fosse colpa nostra, colpa mia. “Signora, lei è troppo ansiosa e il bambino vive la sua ansia”.

    Ansia questa parola ricorre in ogni colloquio che facciamo con gli psicologhi.
    Come posso non stare in ansia! Vedo mio figlio, un bambino allegro, solare, gentile, sognatore,
    un piccolo ometto trasformarsi sotto i miei occhi in un grumo incandescente di odio, frustrazione,
    rabbia e infelicità.

    Mi chiede aiuto, piange fra le mie braccia:”Mamma perchè non ci riesco? Mamma cos’ho che non và?
    Mamma, cosa mi succede? MAMMA AIUTAMI!!!”

    Gli faccio una promessa:” Non so cosa ti succede, non so da cosa dipende, non so come aiutarti,
    ma ti prometto una cosa: troveremo la soluzione insieme, passerà tutto.
    Un giorno guarderemo indietro e tutto questo sarà risolto. Ce la faremo, ce la farai!!!”

    Nel frattempo Nico non riesce a svolgere il lavoro in classe nonostante l’insegnante di sostegno

    A casa è lentissimo e deve anche recuperare il lavoro scolastico, cominciamo con gli psicologhi.

    Durante una seduta dalla psicologa fotografa più di 700 volte l’immagine di uno scheletro.

    Cambia insegnante di sostegno in seconda elementare e la nuova, che è anche una logopedista,
    ci consiglia un dettato al giorno -per sciogliere il polso-, dice lei, in aggiunta a tutti i compiti assegnati.

    A casa cominciamo i compiti alle 15:00 per finire alle 21:00 – 22:00 tutti i giorni, nel week-end anche
    la mattina per cercare di recuperare quello che non fa in classe, e parliamo di seconda elementare!

    Una sera ero seduta accanto a lui mentre faticosamente finiva di scrivere e grosse lacrime
    hanno cominciato a cadere sulla pagina.
    Scendevano in silenzio, senza singhiozzi ne sussulti, una pioggia di dolore inarrestabile
    su quel foglio ancora bianco.

    Un giorno l’ho cronometrato mentre scriveva: 9 parole 27 minuti.

    Una sera ha lanciato libri e quaderni contro il muro e mi ha urlato:
    “COMPITI COMPITI COMPITI. IO SONO UN BAMBINO. MA IO QUANDO GIOCO?”

    Passano tre anni di inferno, note sul diario, gesti violenti e di ribellione, ma a volte anche autolesionisti
    e di isolamento Quando andiamo ai colloqui in realtà non sappiamo cosa dire, il nostro dolore
    lo vediamo riflesso negli occhi delle maestre che spaesate quanto noi, provano una strategia dietro l’altra
    per cercare di aiutarlo. Prima severe, poi accondiscendenti, poi punizioni, poi un giochino a punti e premi…
    Niente funziona, la situazione peggiora.

    Mio figlio perde tutti gli amici che conosceva da quando aveva quattro anni e che gli volevano bene.

    “Nico è diventato cattivo in prima” dice una bambina che lo conosceva fin dalla materna, durante una festa.

    In terza elementare arriva una nuova insegnante di sostegno. È la terza.

    Nico comincia a domandarmi insistentemente se è una psicologa, me lo chiede tutti i giorni, più volte
    al giorno,è ossessionato da questo dubbio.
    Io davvero non lo so, ma non è questo il punto.
    Perchè lo vuole sapere?
    Alla fine cerco di farmi spiegare come mai lo vuole sapere, cosa cambia per lui.

    Mi risponde: “La prima insegnante di sostegno era una psicologa e se n’è andata. La seconda era una psicologa
    e se n’è andata. Le psicologhe SANNO che sono cattivo, se ne accorgono LORO, e se ne vanno.
    Se anche questa è una psicologa sicuramente andrà via anche lei”

    Era convinto che il normale avvicendamento delle insegnanti, dovuto a esigenze dell’istituto, fosse colpa sua,
    convinto di essere talmente brutto e cattivo da farle scappare.

    Parlo con la nuova insegnante che mi rassicura, farà di tutto per spiegarli che se c’è stato
    un cambio di insegnante non è dipeso certo dal suo comportamento.

    Dopo un paio di mesi di osservazione le maestre hanno un’intuizione e si fanno dettare un tema.

    Mio figlio non scriveva i temi e secondo gli psicologi il motivo era un blocco psicologico
    causato dal fatto che io ero troppo presente nella sua vita, troppo invadente,
    e lui non riusciva ad esprimere pensieri tutti suoi.

    Con questa tecnica del prestamano viene fuori un tema di 3 pagine e questo ci fa capire che qualcosa non va.

    La scuola ci propone di aspettare e di fare osservazioni in classe, ma io e mio marito
    decidiamo di muoverci immediatamente.

    Conosco l’ospedale di L’Aquila grazie ad un’amica che ha entrambi i figli DSA, mi informo
    e prenoto con la dott.ssa MARIMPIETRI.

    A novembre telefono per l’appuntamento, a gennaio il primo colloquio, a marzo i test e
    l’elettroencefalogramma, ad aprile la diagnosi.

    DISPRASSICO di grado medio-grave, ADHD, e DSA, in particolare disgrafico di grado grave, per lui è
    impossibile scrivere a mano in modo automatico.

    Quando torniamo dall’Aquila Nico ci fa l’interrogatorio. “Voglio sapere tutto. Non nascondetemi niente!”
    ci intima perentorio.

    Gli spieghiamo che c’è un problema, che è nato così, che adesso che sappiamo cosa fare
    sicuramente andrà meglio.

    Ci guarda torvo, cupo e silenzioso. Cosa significano quelle parole strane?
    Come potranno risolvere i suoi problemi a scuola?
    Sembra pensare mentre cerchiamo di spiegargli il risultato dei suoi test.

    Lo iscriviamo a psicomotricità, gli compriamo il computer e gli spieghiamo
    che lo avrebbe usato per scrivere sia a casa che a scuola.

    La sera prima di portare il computer a scuola mi ha detto: “Mamma, tu credi che se mi impegno di più,
    se faccio più esercizio posso scrivere anch’io con la penna, come i miei compagni?”

    Capito???? LUI SI SENTIVA IN COLPA COME SE DIPENDESSE DA LUI!!!!

    Io gli ho risposto che lui aveva sempre fatto tutti i compiti, anche in ospedale quando si era operato
    alle tonsille, anche i libri delle vacanze che quasi nessuno faceva, anche i 5 quaderni aggiuntivi di dettato,
    e non era mai migliorato.

    “Amore, quanto esercizio serve per riuscire a scrivere senza tutta questa fatica? Tu ne hai fatto come gli altri
    ed anche di più, TU CI HAI MESSO TUTTO L’IMPEGNO, NON È COLPA TUA!!!
    Pretendere che tu scriva a mano è come pretendere che un bimbo con gli occhiali se li tolga e poi legga
    la lavagna dall’ultimo banco. Lui non legge senza occhiali, tu non scrivi senza computer”.

    Mi ha abbracciato forte forte ed è scoppiato in un pianto liberatorio, ha capito che non era colpa sua.

    Usava il computer a casa e a scuola da due mesi quando è successo un piccolo problema tecnico
    con un software del PC, un programma per lui essenziale non funzionava più.

    Gli abbiamo detto:” Non preoccuparti, lo sistemiamo subito. Lascia il computer a casa
    e per domani scrivi a mano. Vedrai che quando torni da scuola il computer sarà a posto.”

    Nico quella notte ha avuto un incubo e si è svegliato urlando.
    Era in un cimitero, dentro una fossa, pronto per la sepoltura.
    Era paralizzato e non riusciva a muoversi ne a parlare. Ha visto dall’alto la pietra tombale che calava
    piano piano per sotterarlo definitivamente.
    La pietra tombale era IL BANCO DI SCUOLA CON SOPRA LIBRI, QUADERNI, PENNE!!!

    Non lo abbiamo mandato a scuola senza computer, abbiamo aspettato il giorno dopo per evitargli
    di ricadere nell’incubo della scrittura a mano.

    E la diagnosi di depressione infantile? Certo che era depresso, non riusciva a fare niente
    di quello che facevano i suoi compagni. Era questo che lo rendeva depresso e arrabbiato.

    C’è voluto un po’ di tempo, certo, ed anche i compagni si sono dovuti adattare a vederlo con il PC.

    All’inizio ci sono state anche alcune battutine da parte loro ma Nico non ha mai avuto problemi a spiegare
    agli altri l’uso del suo PC.

    Un giorno un amico gli ha provocatoriamente detto “Certo che prendi bei voti, tu sei facilitato con il computer!”
    Lui ridendo gli ha risposto :” Ma no, che dici, il computer non mi facilita nella verifica, mi serve solo per scrivere.
    Se io scrivo 7×8=128 il computer lo scrive e la maestra me lo corregge. Il computer è una penna. Tu hai una penna fatta d’inchiostro, io ho una penna fatta di tasti!”

    Ora è sereno, autonomo, con il computer fa i compiti, studia, e i temi sono di 2 pagine dattiloscritte, tutto da solo.

    I suoi rapporti con i compagni sono migliorati ed è tornato il bambino allegro e compagnone che era prima.

    Dalla diagnosi in poi anche il suo rapporto con la scuola è cambiato. Ci va volentieri, torna sereno; ora che la quinta elementare sta per finire mi ha detto: “Mamma, perché non può esserci una sesta?”

    Anche le maestre hanno fatto di tutto perché trovasse la sua strada ed una volta avuta la diagnosi hanno diretto tutti i loro sforzi nella direzione giusta e si sono impegnate al massimo perché, con i suoi strumenti, diventasse autonomo e recuperasse autostima.

    Proprio ieri la sua maestra mi ha detto che Nico lo porterà sempre nel cuore, che per lei è come un figlio.

    Quando parliamo del passato, di quei tre anni prima della diagnosi lui dice che era malato di monellagine e che ora è guarito.

    Sa che la monellagine era il suo modo di difendersi, per evitare di fare quello che non gli poteva riuscire, ma l’angoscia e l’infelicità di quei primi anni dice che non la scorderà mai.

    Oggi lo guardo di nascosto da dietro la porta mentre fa i compiti da solo seduto davanti al PC e penso:” Ho mantenuto la promessa, abbiamo trovato la soluzione.”

    Non importa penna o computer, Nico è tornato il bambino allegro e solare che era sempre stato.

    Condivido la storiadi mio figlio per far capire a chi ha scritto quest’articolo che dall’altra parte della barricata ci sono i BAMBINI che soffrono, che piangono, che diventano depressi, violenti, aggressivi perchè si sentono inadeguati, stupidi, cattivi.
    Noi mamme affidiamo a voi insegnanti quanto abbiamo di più prezioso: I NOSTRI FIGLI.
    Le parole del primario della ASL mi riecheggiano nelle orecchie….”I bambini depressi a 6 anni sono quelli che a 9 si suicidano per un brutto voto…”
    VOLETE DAVVERO ABBANDONARE I NOSTRI FIGLI PER I VOSTRI STUPIDI PREGIUDIZI?
    HANNO IL DIRITTO DI ESSERE RISPETTATI ED AIUTATI SECONDO LE LORO CARATTERISTICHE.
    E COME DIAVOLO FATE A CONOSCERLE QUESTE CARATTERISTICHE SE NON VI FIDATE DELLA DIAGNOSI?
    Le maestre di mio figlio erano incredibilmente collaborative, ma i risultati si sono visti solamente quando, grazie alla diagnosi corretta, hanno diretto tutti i loro sforzi nella giusta direzione.
    PRENDETE ESEMPIO

    • Mema scrive:

      Cara alessandra capisco quello che hai provato. Mio figlio è andato in prima elementare a 5 anni e dopo il primo mese di scuola mi ha detto: mamma se non imparo a leggere e scrivere entro dicembre sono fritto. Ho capito subito che c’era qualcosa che non andava. Un bambino estremamente brillante con un lessico molto evoluto non riusciva a riconoscere le lettere o scriveva senza interruzione parole diverse. A volte scriveva da destra a sinistra senza accorgersene. Subito mi sono informata e ho trovato una bravissima logopedista che lo segue il pomeriggio da quando andava in prima elementare. Sapevo che per una diagnosi bisogna aspettare la seconda, ma lui mi aveva chiesto aiuto con molta lucidità e io intendevo darglielo subito senza aspettare due anni. Alla fine della seconda è arrivata la diagnosi: lieve dislessia, grave disgrafia e disortografia. Quest’anno va in quarta, è molto migliorato ma ha bisogno del mio aiuto per i compiti. Da quest’anno userà il tablet. Abbiamo aspettato a farglielo usare per fare in modo che acquisisse comunque un po’ di automatismo. Abbiamo deciso di mandarlo da quest’anno in una scuola privata con maestre aggiornate sulla Dsa e classi piccole. È un sacrificio ma quello che più conta è che sia sereno e sicuro di sé.
      Per questo sappi che tuo figlio ha dimostrato grande caparbietà, forza e determinazione rimanendo a fare i compiti tutti i giorni per tante ore. E questo sarà un vantaggio per lui nel futuro. Per come affronterà le difficoltà.
      È vero anche però che l’articolo di cui sopra non voleva sminuire le vere difficoltà di chi é un Dsa ma indicare che cambiando metodo di insegnamento si può fare tanto. Quello che ho visto fare alla logopedista potrebbe essere applicato tranquillamente in una classe e agevolerebbe tutti i bambini non solo i Dsa. Senza contare l’utilità delle mappe concettuali, l’uso dei simboli nell’analisi logica o grammaticale, la spiegazione prima dello studio. La creatività del lavoro di gruppo. Sono cose facili da realizzare per le quali non servono soldi, non serve la lim, ma solo corsi di aggiornamento, competenza e passione. E queste cose sono gratis, quindi realizzabili anche nella scuola pubblica (dalla quale noi stiamo scappando)
      Auguro a Nico ogni bene. E vedrai che grande carriera avrà….e veramente un giorno guardandovi indietro ci riderete sopra. 😉 in bocca al lupo

    • Tiziana Manca scrive:

      Gentile Signora, grazie per il suo contributo e complimenti per la sua tenacia.
      Sono un’ insegnante di tedesco nella scuola superiore e spesso ancora oggi arrivano alle superiori ragazzi “bollati” con “non diagnosi” che fanno loro credere di essere incapaci, cosa che non sono.
      Se mi consente vorrei condividere sulla mia pagina fb https://www.facebook.com/unaprofaformadimamma?ref_type=bookmark questa sua storia, affinchè altre mamme e insegnanti la leggano e traggano spunto.
      Grazie
      Tiziana Manca

      • Alessandra Magli scrive:

        Se parli della storia di Nico condividila pure, spero che possa dare fiducia ad altri bimbi e ad altre mamme e possa far capire agli insegnanti che la diagnosi è elemento imprescindibile non solo per il successo scolastico ma per la vita serena del bambino

    • Nix scrive:

      Il caso di suo figlio è innegabilmente frutto di un disturbo… il caso di mio fratello invece è completamente diverso… incomincia la prima elementare inizialmente tutto bene… poi incomincia pian piano a prendere brutti voti e a distrarsi in classe… a questo calo i genitori decidono subito di intervenire a livello medico e gli viene diagnosticata una lieve dislessia e un altrettanto lieve disturbo dell’attenzione… l’incubo x noi è cominciato quel giorno… sia a scuola che a casa era diventato tutto un “eeeeeeh … sono dislessico non devo mica studiare” “eeeeeeh l’ha detto anche il dottore che non riesco a concentrarmi… cosa pretendi?” Questa situazione è durata x tutte le elementari… la diagnosi era diventata la scusa x non impegnarsi in niente e fare la vittima. i genitori, già tormentati dai sensi di colpa x la separazione, continuavano a dargliele tutte vinte trattandolo sempre come una vittima… fatto sta che ste benedette elementari finiscono faticosamente e a settembre dello scorso anno incominciano le medie. Tutti preoccupatissimi… tutti tranne il mio fratellino (abbiamo 19 anni di differenza). I casi della vita vogliono che pochi mesi prima io mi debba trasferire a casa di papà permettendomi così di essere più presente in questa situazione. Fatto sta che dopo un paio di settimane dall’inizio della scuola mentre stavamo facendo i compiti mi dice “a scuola mi prendono in giro xchè sono dislessico… sai che c’è? Ho deciso che non lo sono più!” Da quel giorno mio fratello ha cambiato completamente atteggiamento e grazie a un’insegnante stupenda che tre pomeriggi a settimana lo aiutava a recuperare tutto il programma non studiato delle elementari, a oggi mio fratello vanta una pagella con la media del 7.5 … l’unica insufficienza è musica “non sono bravo a suonare il flauto… poi a me la musica piace ascoltarla e ballarla, mica suonarla!” Finalmente ha smesso di nascondersi dietro la diagnosi ed ha imparato ad ascoltare se stesso!

      Conclusione: se invece di portarlo da un medico i genitori si fossero occupati di lui con un po’ di fatica, severità e sostegno, magari sarebbe stato meglio… è come se mio fratello avesse lamentato un fastidio al ginocchio e lo avessero messo sulla sedia a rotelle!

    • Debora scrive:

      Cara Alessandra,
      grazie per la tua testimonianza.
      Sono un’insegnate specializzata nel sostegno, di ruolo nelle scuole superiori. Vivo in Abruzzo e conosco il team della dott.ssa Marimpietri, per aver mandato io stessa una ragazza a visita presso il Centro di Neuropsichiatria Infantile dell’Aquila, diretto (allora, non so ora) dall’eccellente Prof. Sechi.
      Purtroppo esiste ancora molta ignoranza sui DSA e su come essi vengano affrontati a scuola.
      Come docenti curricolari e specializzati molti di noi si informano e tentano di mettere in atto tutte le strategie che hanno a disposizione perché i ragazzi con DSA possano riuscire ad apprendere esattamente come tutti gli altri.
      Bisogna capire che i DSA non sono una malattia, ma semplicemente un altro modo di imparare: siamo noi insegnanti a dover trovare le giuste strategie.
      Mi preoccupa che questo articolo sia stato scritto da un’insegnante: questo dimostra che ancora, in Italia, ci sono docenti non preparati su questa materia. Nelle nostri classi ci sono anche DSA non certificati e, se non riusciamo ad identificarli, corriamo il rischio di utilizzare con loro la stessa metodologia e lo stesso tipo di valutazione che usiamo per tutti gli altri. Dobbiamo aggiornarci, cari colleghi,ed assumerci le nostre responsabilità: se nel vostro curriculum non c’è un corso di aggiornamento, un master sui DSA, beh, è ora che voi pensiate di farne uno!
      “Sono tutti DSA? Sono gli insegnanti che non sanno insegnare!”… è vergognoso che ancora oggi si dicano queste bestialità!
      Grazie ancora, cara Alessandra, e mille auguri a te e al tuo ragazzo!

  10. francesca scrive:

    E’molto probabile che si voglia creare una societa di insicuri facilmente manovrabili .comunque il progresso l’abbiamo usato malissimo , la societa sta rotolando .

  11. Alfonso Benedetto scrive:

    Gentilissima Professoressa,
    Ho un figlio dislessico disortografico e discalculico, diagnosticato al reparto di Psichiatria infantile all’ospedale di Niguarda, (immagino che lei conosca), con una pre-diagnosi fatta nel 2008 nel corso della seconda elementare e causa la tenera età, ripetuta per maggior sicurezza alla fine della terza elementare e ripetuta all’inizio della prima media, dove è stata ampiamente confermata.
    Mio figlio in prima elementare ha avuto la disgrazia di incontrare una maestra che dopo due mesi di scuola ci aveva detto che nostro figlio era svogliato non interessato alla scuola!!!.
    A fine novembre del primo anno scolastico, mio figlio non mangiava e quando alla mattina dovevamo uscire per raggiungere la scuola, si buttava rannicchiato in un angolo della casa perché non voleva uscire.
    Grazie al cielo una direttrice di una scuola paritaria a dicembre lo ha accolto nella sua scuola e dopo la diagnosi ed il lavoro costante degli insegnanti, supportati dalla neuro-psichiatra infantile e dall’insegnante di sostegno, oggi mio figlio frequenta felicemente la seconda media nello stesso istituto e grazie all’utilizzo degli strumenti compensativi e soprattutto al bene che gli insegnanti gli hanno voluto, è riuscito ha raggiungere importanti risultati ed obbiettivi.
    Le assicuro che esercizi tipo ripetere le tabelline a memoria, scrivere pagine di parole per cercare di correggere errori ortografici, esercitarsi nella lettura, mio figlio ne ha fatti parecchi, perché comunque nonostante che, lui possa utilizzare gli strumenti compensativi grazie alla certificazione di DSA, i suoi insegnanti non hanno mai voluto fargli perdere il contatto con il libro la lettura e la scrittura.
    Grazie alla dedizione di questi insegnanti che sono stati i primi a fidarsi di qualcuno che nel campo della DSA, aveva più esperienza di loro, mio figlio si è potuto fidare di loro ed acquisire quell’autostima che aveva completamente smarrito nel primo anno di scuola.
    Mi spiace leggere queste cose sapendo che molte persone non hanno avuto le mie stesse possibilità e non è stata data alcuna possibilità ai loro figli di riscattarsi nello studio perché hanno abbandonato precocemente il percorso scolastico.
    Una volta queste persone incontravano l’artigiano di turno che tenendolo in officina, gli insegnavano un mestiere e dando a loro una dignità, magari riscoprivano sul campo quelle regole matematiche o scientifiche che la scuola non è riuscita ad insegnargliele perché non ha trovato un metodo.
    Grazie all’esperienza fatta sul campo, con la passione e la strategia queste persone sono anche magari diventate imprenditori di successo (non so con quali ricordi scolastici).
    Oggi purtroppo chi abbandona precocemente lo studio no ha più le possibilità come quelli di 30 o 40 anni fa che ce l’hanno fatta lo stesso, come lei sottolinea nell’articolo.
    Purtroppo non esistono più le officine che ti tengono per insegnargli un lavoro. Anzi non lo possono neanche più fare perché sarebbero fuori legge.
    Pertanto sono condannati spesso ad un fallimento senza nessuna possibilità di riscatto, sperando che prima o poi incontrino qualcuno di cui fidarsi, che li accompagna con uno sguardo e un metodo diverso a realizzare i loro sogni.
    Una cosa è certa: gli insegnanti con loro hanno fallito!
    Una nota per la redazione.
    Ritengo Tempi una rivista bellissima e condotta da persone molto intelligenti e brave. Spererei vedere sempre su questo sito la replica da parte di chi ha competenze mediche e scientifiche e da qualche insegnante che testimoni come è bello poter insegnare anche con metodi diversi e con strumenti compensativi, riscoprendo magari che utilizzare le mappe concettuali per spiegare una lezione in classe può essere utile a tutti gli alunni non solo ai dislessici.
    Cordialità

  12. Alessandro scrive:

    E quando i genitori portano una certificazione di DSA a maggio perché hanno paura che il loro figlio venga bocciato? Ne vogliamo parlare?

    • Alessandra Magli scrive:

      Quando la portano a maggio controllate la data della diagnosi stessa. Se risale a parecchi mesi prima avete ragione, ma se la data della diagnosi è di maggio beh…. Benvenuti nella nostra triste realtà. Se le liste di attesa sono così lunghe, sia quelle per prenotare la prima visita, sia quelle fra un test e l’altro non è mica colpa nostraaaa!!!!

    • fabio scrive:

      Quando la portano a maggio da bocciare sarebbero gli insegnanti, perché con un MINIMO di attenzione e preparazione non è difficile accorgersi della caduta di prestazione sulle abilità strumentali di un alunno con DSA. La diagnosi serva a tutelare un diritto, ma gli insegnanti (quelli veri) in genere la anticipano.
      La cosa che lascia senza fiato, di questo articolo, è la incommensurabile ignoranza sull’ argomento di chi lo ha scritto: sul contenuto della legge, su cosa sia un DSA, su cosa siano gli strumenti. Ma non esiste una responsabilità per quello che s scrive? Chiunque può scrivere qualunque oscenità e rimanere impunito? Un insegnante che scrive queste cose anche solo sulla sua bacheca dovrebbe essere rimosso!

    • Alessandra Magli scrive:

      Leggi la storia di mio figlio (pubblicata prima di questo tuo commento sul portare la diagnosi a maggio per fare i furbi)

      A novembre telefono per l’appuntamento, a gennaio il primo colloquio, a marzo i test e
      l’elettroencefalogramma, ad aprile la diagnosi.

      Noi abbiamo avuto la diagnosi a fine aprile, l’abbiamo portata a maggio anche noi!

      E calcola che da Roma siamo andati a L’Aquila perché quì i tempi erano ben più lunghi: un anno di attesa solo per la prima visita.

      Provate a metterci nei nostri panni invece di sputar sentenze.

  13. Silvia colasanti scrive:

    Leggo con molto rammarico questo articolo. sono un’ insegnante di scuola primaria che ha avuto la fortuna di poter essere stata “indottrinata” con un master di primo livello sui disturbi specifici dell’apprendimento, da lì è iniziata la mia seconda vocazione:quella di formatore e referente per i disturbi specifici.Non è una novità, ma una dolorosa conferma la posizione di questa insegnante.
    Negare la natura neurobiologica dei DSA e continuare ad asserire che la legge 170/2012 è soltanto un mezzo di faciltazione per alunni svogliati e senza metodo di studio è soltanto un modo che questi meri trasmettitori di sapere usano per evitare di mettersi in discussione e convogliare nuove energie in una occupazione che ormai è solo marginale nelle loro esistenze. vorrei fosse possibile in questa sede far capire loro quale rivoluzione copernicane sia questa legge che finalmente ê alunnocentrica e obbliga noi insegnanti ad insegnare davvero utilizzando metodologie ogni giorno differenti e obbligandoci ad un lavoro di ricerca- azione costante. Spero di incontrare sempre meno spesso persone come questa che non si arrendono allo spegnimento dei riflettori sulle loro lezioni frontali e che oscurano tutti quegli insegnanti che ogni giorno vanno a scuola pronti per una nuova sfida!

  14. simona diotalevi scrive:

    La dislessia la conosceva anche Quintiliano e mi stupisco come oggi si possa negare … ho cinquant’anni e sono stata diagnosticata a 15 anni dislessica. Ho avuto insegnanti eccezionali che non mi hanno mai fatto sentire inadeguata, né handicappata. All’epoca non esisteva il pc e mi hanno insegnato metodi di studio talmente efficaci che sono uscita dal liceo con 60/60. Quei metodi di studio li ritrovo ora come metodi efficaci per dsa … cosa vuol dire … nella mia vita sono andata avanti e ho avuto anche un certo successo. Oggi faccio l’insegnante. Ho una figlia anche lei dsa con un qi di intelligenza pauroso, molto più alto di me (già considerato molto superiore al normale dai test fatti in terza media) … non ripeto quello che ha passato a scuola, dico solo che ha tentato tre volte il suicidio grazie a professori che non sapevano neppure dell’esistenza della dislessia. Eppure ha una intelligenza superiore alla mia, e abbiamo lo stesso identico disturbo di apprendimento (raro ma succede). A lei è stata negata la possibilità di imparare, ed è questo che fanno gli insegnanti che negano la dislessia.
    Comunque che piaccia o no il 5% della popolazione mondiale è dislessica ed è calcolato per difetto perché nuovi studi parlano addirittura del 10%. Comunque se il 5% della popolazione è diagnosticata dislessica … perché al MIUR sono arrivati dati decisamente inferiori nonostante l’incremento delle diagnosi? Solo il 3,3%. Vuol dire che quelli fino ad ora riconosciuti sono ancora solo una parte … quindi con conoscenze migliori e approfondite ci sarà un ulteriore incremento … questo signori vuol dire che è necessario cambiare moltissime cose nella scuola, imparare e aggiornarsi. Inutile negare, glibstudi sulla dislessia sono decenni che ci sono (altrimenti come mi potevano diagnosticare tale 35 anni fa?) È un problema squositamente scolastico perché sul lavoro noi dislessici siamo sempre un passo avanti agli altri … quindi rassegnatevi e datevi da fare.

  15. Maria Angela scrive:

    Sono un’educatrice professionale e per sette anni ho lavorato in un
    centro di formazione per ragazzi a rischio di dispersione scolastica.
    Sono veramente dispiaciuta che una
    rivista come Tempi pubblichi un
    articolo del genere. Le diagnosi di
    DSA sono aumentate per il semplice
    fatto che ora esistono strumenti più
    efficaci per rilevare questa
    problematica. Gli insegnanti
    dovrebbero aggiornarsi seriamente.
    Durante la mia esperienza lavorativa
    ho incontrato ben pochi colleghi
    disposti a mettere in discussione il
    proprio metodo didattico e ho
    assistito a scene raccapriccianti di
    insegnanti che si lamentavano di
    dover preparare materiale apposito
    per alunni con disturbi
    dell’apprendimento. Per non parlare
    di emeriti incompetenti messi a
    dirigere l’area dei sostegni. Invece di gridare al complotto ci si attivi altrimenti per divenire in grado di affrontare queste situazioni.

  16. iride scudellari scrive:

    No, non sono d’accordo con la prof.ssa Pellegrini. La dislessia esiste ed è un fatto . Anni fa era lo stesso, solo che i casi non erano riconosciuti. I ragazzi che non ce la facevano erano considerati asini, e poche storie, altro che sogni e carriere realizzate! E finiamola con i com’eravamo, e con i come si stava bene quando si stava peggio, ma per favore! Occorre aggiornarsi, rinnovarsi e mettersi in gioco. E’ facile dire “non ne ha voglia” sedersi in cattedra e lasciare indietro quelli che non ce la fanno. Certo ci sono casi più gravi e altri meno, ci sono studenti dislessici che vengono riconosciuti tali tardi e che vanno guidati a recuperare un’autostima che non hanno più o stanno perdendo, altri che lavorano senza risparmiarsi nel cercare un metodo di studio alternativo che permetta loro di diventare autonomi, e altri che, è vero, lazzaronano, come tanti dei loro compagni non DSA, perchè si sa, i ragazzi sono ragazzi. E poi ci siamo noi, insegnanti, che lavoriamo con quello che abbiamo per offrire a tutti una possibilità (cosa che non a tutti piace evidentemente). Quelli delle signora, più che fatti appurati da uno studio serio della materia, mi sembrano piuttosto pareri personali, fin per carità accettabili, ma poco rispettosi di chi tutti i giorni deve fare i conti con tali situazioni. Ah, e per la cronaca, gli studenti Dsa non sono dispensati dalle prove INVALSI, questa è grossa per un’insegnante, Inoltre, mi permetto di rivolgermi alla redazione: va bene la libertà di parola e di informazione, ma sul titolo di questo articolo, ho qualche perplessità. Scusate se sono ripetitiva, un po’ più di rispetto per chi nella scuola ci lavora aiuterebbe.

  17. Chiara Agnese Portalupi scrive:

    Scrivo questa risposta in parte per la professoressa Pellegrino e in parte per Tempi, un giornale di cui ho molta stima ma che forse dovrebbe prima di pubblicare queste lettere prendere una posizione decisa rispetto a delle esternazioni di un insegnante che non parla di scuola come luogo in cui l’umano cresce nella sua totalità (compresa la dislessia) ma come un luogo di addestramento professionale. E mi aspetto quanto meno che prenda contatto con professori che invece i DSA dei loro alunni li utilizzano come una risorsa eccezionale per imparare e che scriva quante occasioni stupefacenti e belle sia a livello didattico ma ancora di più a livello umano nascono, sbocciano e crescono sempre accompagnate con infinita passione pazienza.
    Eviterei di raccontare la mia meravigliosa storia con il mio grandissimo Pietro (oramai tredicenne) dislessico, disortografico, disgrafico e discalculico, perchè sono certa non farebbe cambiare idea alla professoressa rispetto ai disturbi specifici dell’apprendimento.
    A tutti vorrei solo chiarire una questione che io ho compreso solo dividendo le mie giornate con Pietro. I figli sono un dono di nozze, nessuno li mette nella lista nozze, io si, e sono meglio di quelli che scegli, perchè i piatti e le pentole sono sempre quelli, un figlio è una sorpresa, la vera essenza del concetto di dono, sono gratuiti e ci vengono elargiti indipendentemente dalla nostra bravura anzi, spesso più ci sentiamo incapaci più ne arrivano (io ne ho tre pertanto…). Un richiamo per la prof, provi a pensare ai suoi alunni da questo punto di vista insolito e forse potrebbe cambiare idea su alcune cose, comunque prosguo.
    Un dono così prezioso ma così difficile che non può che essere ogni giorno una sfida a scoprire che intanto non sono di nostra proprietà, e che sono DIVERSI, diversi da noi diversi tra loro, unici e in questa unicità c’è anche il DSA cara professoressa.
    Questo il punto di vista di un genitore, non sono un professore ma ho due genitori che lo sono stati e guardo a loro con questa ammirazione il fatto di averli visti estremamente inflessibili(come con me) ma estremamente paterni, quindi hanno guardato sempre agli alunni che hanno avuto chi per poco chi per 15 anni come a dei figli, UN DONO, tanto da ricordarsi ancora oggi delle treccine di quella che, ironia della sorte, oggi è la professoressa del mio Pietro.
    La metta in nota questa “definizione” di dono perchè le servirà per capire il mio ragionamento.
    Ciò che spinge un genitore ed un professore con l’aiuto di medici esperti a fare un percorso lungo e doloroso, per certi versi, ma estremamente affascianate, verso una diagnosi di DSA per il proprio figlio o allievo è solo ed unicamente la passione e l’amore che si prova nel guardare a colui o colei che abbiamo davanti come a un dono grande che per essere pienamente felice di ciò che è e di ciò per cui è stato desiderato ha bisogno di uno sguardo unico accogliente, amabile, mai assolutamente arrendevole. E’ come se anzichè un solo strato di carta colorata ce ne fossero due ad incartare questo dono, più difficile scoprire il contenuto ma più affascinante.
    Questo passaggio non è facile per il ragazzo ma prevede che genitori e professori spesso chinino la testa e si lascino guidare umilmente, lascino in disparte la loro saccenza e si pieghino a seguire un percorso che magari al momento non si comprende e che può anche essere doloroso personalente.
    Questo è quello che lei cara professoressa tralascia, la base di tutto, il motivo per cui ogni mattina ci si alza e nonostante i pianti e le fatiche si guarda al proprio figlio con la passione di un innamorato e lo si accoglie e lo si accompagna (anche fisicamente) a scuola e certe volte anche in classe per farlo sentire sicuro e certo delle sue doti.
    Ho letto bene il suo articolo e lei usa a tratti parole di cui mi chiedo se ne conosce il senso es: “affetto da DSA”, ma il DSA non è una malattia, uno è affetto da morbillo ma non da disturbi di apprendimento.Oppure “Fare esercizio”, se potessi chiederle un suo difetto per esempio il più comune, la miopia, se le facessi fare kilometri di esercizi di lettura migliorerebbe senza un paio di occhiali?
    “Riforma strisciante della Didattica, studiata astutamente, e supportata da un accurato piano di marketing” è agghiacciante questa definizione che lei da sembra rivolta ad un ente di controllo e non di formazione.
    Ma ce ne sono una miriade di definizioni nella sua lettera, il problema è che sono definizioni, noi non parliamo di definizioni quando guardiamo i nostri figli o quando gli insegnanti che io ho incontrato guardano Pietro, noi parliano di una persona con un nome, un indole, dei desideri, un CUORE.
    Se manca il CUORE cara professoressa lei potrà essere la migliore del mondo intero come insegnante ma le mancherà l’esperienza che si fa “facendo esercizio” con questo organo non con le regole, quelle si possono imparare a memoria, non si può imparare a memoria come voler bene ad una persona, si può imparare a voler bene al suo cuore, capire ed accogliere la sua fatica (così come viceversa lui dovrà fare con la nostra,le non fa fatica?) ed insieme ci si accompagna a conoscere Dante, Manzoni, la matematica e tutto il resto.
    Su un unica cosa sono d’accordo con lei che basta un insegnante che non sappia insegnare per creare un alunno con DSA, perchè in realtà il problema dell’apprendimento non è dell’alunno ma della passione con la quale un insegnante lavora per lui che deve essere unica per ciascun alunno e non standardizzata, se no è uno scerzo da ragazzi, se no mi vien da dire, per cosa viene pagato un insegnante, per irpetere per tutti gli anni fino alla pensione le stesse cose, gli stessi esercizi ……che noia mortale.
    Io professoressa leggerei se fossi in lei un passaggio del libro Il piccolo Principe che mi colpisce sempre, la volpe spiega al Piccolo Principe il significato di addommesticare, le consiglio questo dialogo, lo leggo sempre per ricordarmi che il mio lavoro non è una sorta di addestramento alla vita che prevede anche la scuola, ma un creare dei legami con i miei figli (addomesticarli) perchè “Loro saranno per me unici al mondo e io sarò per loro unica al mondo” in questo rapporto tutto è fattibile addirittura leggere un libro per un dislessico.
    Vorrei dire un’ultima cosa, se io non avessi Pietro oggi non saprei cosa vuol dire guardare una montagna e vedere un gigante che dorme, guardare la lettera E e scoprire che può diventare uno sgabello vero (che la scuola sta facendo produrre da un falegname, prodigioso se si pensa ad uno studente DSA), studiare l’inglese con la musica dei Queen e adesso che c’è anche la serenità di sapere che il DSA è una grazia, anche i suoi baci e i suoi abbracci sono più commoventi.
    Signora professoressa nella vita ci sono due modi di guardare ai doni che ci arrivano, o la modalità mi piace non mi piace o la modalità perchè proprio questo a me oggi e adesso e cosa facciamo insieme.
    La prima modalità non apre spiragli, la seconda vuol dire aprirsi all’infinito appasionandosi al destino di chi abbiamo davanti che sia figlio o alunno.
    A tempi chiedo solo di avere maggiore attenzione perchè nessuno scriverà mai quanto lavoro fanno certi insegnanti in scuole paritarie dove insegnanti spesso lavorano più del richiesto, dove i fondi si devono cercare e dove i genitori devono, come in questo caso, sotenere le ragioni della propria scelta senza essere a loro volta sostenuti.
    Cordiali saluti

  18. Dario Neri scrive:

    La prof.sa Pellegrino è una nota mitomane che da anni cerca di screditare le ricerche scientifiche da parte di tutte le facoltà di nuropsichiatria dei paesi civilizzati cercando di far passare le sue opinioni come fatti ma senza portare alcun dato a supporto del proprio pensiero.

    Se vedete infatti riporta i fatti sulla dimensione del DSA ma nulla a supporto delle proprie tesi.

    Non per nulla è un membro di Scientology e nessuno ha mai saputo che cosa realmente insegni.

    E’ sufficiente qualche ricerca con google per capire che si tratta solo di un “Troll” che reitera il proprio messaggio periodicamente verso le testate che non conoscendola abboccano e pubblicano i suoi scritti.

    • Giovanna scrive:

      Effettivamente questa professoressa sembra piuttosto lontana dalla realtà dei ragazzi con dsa, talmente tanto che le sue tesi sono proprio indifendibili da chiunque ci sia un pochino dentro.
      Ma la sua lettera è stata comunque l’occasione di leggere tante interessanti testimonianze , tra cui quella bellissima di Chiara Agnese : è importante l’aiuto a rimettersi davanti ai figli col cuore .

  19. Martina Orlando scrive:

    Trovo che l’articolo offra spunti interessanti. A dispetto del titolo, troppo semplicistico, credo che agli insegnanti venga rivolta non tanto (o non solo) una critica, quanto un invito a riappropriarsi dell’onere e del privilegio di svolgere a tutto tondo il loro meraviglioso lavoro. La pedagogia, non la capacità di trasmettere informazioni e nozioni, ma la disciplina che aiuta a far crescere i bambini e i ragazzi, a educarli tirando fuori il meglio di ciascuno di loro, accogliendo e accettando anche le diversità nei tempi e modalità della crescita di ognuno, è una scienza che dovrebbe appartenere ai docenti e non essere necessariamente delegata a figure professionali diverse come psicologi e psichiatri. Le famiglie e gli insegnanti potrebbero ritornare ad essere protagonisti della formazione dei bambini che non dovrebbero cadere negli automatismi di un meccanismo che li certifica come malati. Forse tra i bei tempi andati in cui questi piccoli (e non solo) venivano etichettati come asini e i tempi attuali e futuri in cui diventano e diventeranno sempre più dei malati (come è correttamente scritto nell’articolo DSA e ADHD sono disturbi compresi tra le malattie psichiche) riusciremo a trovare una terza via che permetterà di considerare che si può apprendere in modo e misura diversa senza dover patologizzare il fenomeno. Strumenti dispensativi e compensativi possono essere utili, ma le percentuali di dimensioni quasi pandemiche possono far sorgere il sospetto che si stia scivolando verso un sistema meccanicistico con interessi economici non trascurabili sullo sfondo. O no?

    • Alessandra Magli scrive:

      Martina, non sempre essere disponibili serve essere un bravo insegnante serve, voler aiutare il ragazzo serve, almeno per noi non è servito.

      Mio figlio (leggi la STORIA DI NICO NEI COMMENTI SOPRA) aveva maestre incredibilmente affettuose e collaborative, ha fatto materna ed elementari in una piccola scuola di suore Cabriniane dove al centro ci sono i bambini e la famiglia, ci conosciamo tutti, lui salutava la preside con abbracci e bacini prima di diventare violento.

      Le maestre hanno fatto di tutto per aiutarlo, ma non è servito, nulla funzionava, ed ogni volta che ci incontravamo potevamo leggere nei loro occhi dolore e preoccupazione per quello che stava succedendo a Nico.

      Solo dalla diagnosi in poi le cose sono migliorate. La diagnosi ha indicato alle insegnanti la giusta direzione da dare al loro impegno.

      Solo quando anno avuto la diagnosi le cose sono cambiate perché hanno saputo cosa fare e dov’era il problema.

      Quindi non basta voler risolvere, bisogna soprattutto sapere dov’è il problema e cosa fare per migliorare la situazione.

  20. Pamela scrive:

    Questa insegnante rappresenta il male contro cui devono combattere i ragazzi con dsa tutti i giorni : l ‘ignoranza dei docenti che non solo non si formano sull’argomento ma pretendono di analizzarlo senza conoscerlo, siamo indietro anni luce!

  21. Davide Dal Bo scrive:

    Ho letto questo articolo. La cosa che piu’ mi preoccupa è la mancata informazione delle persone riguardo la dislessia, o meglio dis-percezione, che comprende la dislessia uditiva, quella visiva, la dis-calculia,
    dis-ortografia e dis-grafia. Tra i dis-informati sembra esserci anche l’ideatrice dell’articolo che, per carità, ha messo in risalto una situazione che rispecchia bene il modo di fare (pseudo-mafioso) italiano nel gestire le situazioni, soprattutto quando si tratta di istruzione, di soldi e di “vantaggi” per il singolo a scapito degli altri, dove si creano giochi di parole e tortuosi giri di soldi, dal cui groviglio escono unicamente delle dita che puntano ferme contro qualcuno o qualcosa con la convizione di raggiungere “soluzioni”, le quali ovviamente non risolvono alcun problema. Chi ha occhi per orecchie per intendere, intenda, non sarete mica tutti dislessici no? …
    Ma al di là di questo, io non voglio soffermarmi sul fatto che sia giusta o sbagliata una legge del genere e se venga applicata adeguatamente, e sicuramente sono d’accordo nel dire che prima di parlare di dislessia bisogna esserne certi e a priori spronare gli studenti. Vorrei arrivare ad una sorta di sancta sanctorum dell’articolo: ciò che mi sta a cuore è mettere in risalto il (malo)modo con cui è stata posta (e viene vista) la dislessia, ossia come una malattia (sottolineo malattia) totalmente limitante, intrattabile e che non dà speranze positive per il futuro dei bambini in termini intellettivi, lavorativi e addirittura emozionali, e che, in definitiva, rappresenta una strada che non porta in alcun dove, o di sicuro lontano dal percorso dei “normali”. Sminuire e SOTTOVALUTARE la questione dislessia, affermando che “noi giovani di 20-30-40 anni fa ce l’abbiamo fatta senza nemmeno sapere l’esistenza dei “disturbi” da apprendimento”, perché, tra le righe, è questo che c’e’ scritto, è gravissimo, e chi ci rimette sono soprattutto i bambini che soffrono (realmente) di dislessia, ma che possiedono qualitativamente 100 volte tanto le potezialità di coloro che non lo sono. Dunque, chi legge questo articolo, considerando il frangente del discorso da me messo in risalto, estrapola, implicitamente, il concetto di malattia/disturbo mentale e di dislessia, associandoli per l’eternità.

    In definitiva, è questo il modo con cui viene vista la dislessia: come un malattia mentale, con sede nel cervello non pienamente funzionante.

    Mi duole informarvi che non è assolutamente così. Non posso fare liste su liste di cose che voi non conoscete, sopprattutto non in un commento, abbiate solo il coraggio di intraprendere un percorso conoscitivo adeguato al riguardo. Se volete, contattatemi, e se posso vi aiuto, non ho problemi.
    Cercate, in ogni caso, di comprendere cosa sia la dislessia, informatevi, ma prima di tutto cercate di comprendere i bambini (e adulti) dislessici, insieme ai loro pensieri. Potrebbe essere una buona alternativa alla miriade di falsità lette in articoli come questi e negli approfondimenti radiotelevisivi. Ah, ultima cosa, sappiate che non c’è bisogno di ricorrere ad un neuropsichiatra per questi bambini. Esso serve solo a coloro che non sanno di cosa stanno parlando e che alterano totalmente la realtà, meglio se neuropsichiatra infantile data la poca maturità nel mettere insieme le cose per poi pubblicarle.

    Un saluto a tutti!

    Davide Dal Bo, dislessico, ingegnere aerospaziale, prossimo agli studi magistrali in astrofisica e fisica dello spazio. Tanto per mettere i puntini sulle i.

  22. Flavia scrive:

    Mai letto un’analisi più pasticciata di questa e meno male che è una prof che scrive! Prima di tutto l’incidenza della DSA sulla popolazione scolastica è lo 0,9-0,10%, una percentuale più che verosimile riferita a un’abilità neurologica così complessa come la letto-scrittura. Tanto per fare un paragone la miopia ha un’incidenza del 25-35%, il mancinismo in Italia del 10-12%… Se venissero diagnosticati dsa il 20% di studenti, allora si potrebbe anche pensare a un’esagerazione, ma con 1 studente su 1000 direi proprio di no. Inoltre le diagnosi non vengono fatte dalle insegnanti, che segnalano solo un dubbio diagnostico, ma l’ultima parola spetta al logopedista, la cui batteria di test è ben altro che “far leggere una lista di parole e basta”. Certo, come ogni professionista, ci sono logopedisti validi e logopedisti dilettanti – un po’ come certi insegnanti, giornalisti, ministri, sottosegretari ecc. ecc. – ma allora bisogna pretendere di essere visitati da bravi professionisti, non negare l’esistenza del disturbo. Posso solo concludere che scrivere che non esiste dsa ma solo insegnanti incapaci, che era meglio la didattica di 40 anni fa basata sulla ripetizione martellante di esercizi standardizzati e che riconoscere una difficoltà dell’alunno significa “inculcargli l’idea di incapacità” sono idee tanto sciatte che mi stupisco vengano pubblicate.

  23. Alessandro scrive:

    Chiedetevi invece da dove viene il DSA (http://it.wikipedia.org/wiki/Manuale_Diagnostico_e_Statistico_dei_Disturbi_Mentali) e perché 1/4 dei bambini statunitensi è sotto psicofarmaci.

    I deficit mentali derivano dall’alimentazione (il borbardamento di zuccheri raffinati in primis) e dallo stile di vita (le “nuove” tecnologie).

    Sveglia!

  24. Massimo Dall'Igna scrive:

    Buonasera, sono genitore di figli dislessici (probabilmente anche moglie, stroncata in prima ragioneria in altri tempi, molto probabilmente ora, con una diagnosi sarebbe laureata). Leggendo l’articolo della Professoressa ne sono rimasto totalmente sbigottito in merito alla disinformazione derivata da dati sbagliati (es. costo seduta logopedista) e dalla presso pochezza che diffonde come se fosse legge. Ho avuto (o meglio i miei bambini) hanno avuto la fortuna di poter essere assistiti “alla grande” dal sistema sanitario/scolastico, ringrazio tutte le Insegnanti/Logopediste… Lascio il pensiero che è libero ed individuale alla suddetta Professoressa, augurandomi/ci (con mia moglie) di non trovarla mai sulla strada dell’insegnamento dei miei figli. Ps si informi meglio prima di parlare.

  25. Paola scrive:

    È evidente che questa specie di professoressa farebbe meglio a cambiare mestiere e non merita nemmeno attenzione, ma io vorrei dire solo una cosa: nessuno ha mai pensato che i metodi utilizzati per i bambini con DSA (mappe concettuali, schede, grafici, computer, etc) sarebbero molto utili anche per i bambini non DSA? Mi spiego meglio: ho visto compagni di scuola di mio figlio che non hanno questo disturbo, studiare insieme a lui con le mappe più velocemente, utilizzando la creatività, divertendosi e trovando stimoli nuovi. E allora perché non applicare, dove possibile, questi metodi per tutti? Si risolverebbero tantissimi problemi organizzativi e si darebbe finalmente una svolta al vecchio sistema scolastico! All’estero non ci sono più queste marcate differenze tra DSA e non DSA perché la scuola non è rimasta ferma ai metodi di 50 anni fa!!

    • Nemo. scrive:

      Perchè la scuola italiana, notoriamente conservatrice, ha a cuore che
      lo studio debba essere per forza una sofferenza. Pensare che possa
      essere divertente è, per il potere, orribile visto che il loro scopo è di
      educare alla sottomissione. Chi si adegua bene; altrimenti sei fuori.
      (Paragone interessante con Auschiwitz: se ti piace è così, altrimenti
      non hai che da andare a toccare il filo elettrico…….sto esagerando?
      Eppure non molto tempo fa fu proprio una professoressa a richiamare
      l’ esempio di Auschiwitz come positivo (ad Auschiwitz saresti stata
      più attenta).

  26. anonimo scrive:

    Forse basterebbe che gli insegnati fossero capaci di capire il problema invece di mortificare i bambini, se tutti gli insegnati fossero capaci di capire il problema e risolverlo non ci sarebbero problemi, invece la certificazione é un loro.bisogno

  27. Stefania Pagnini scrive:

    Mio figlio ha 15 anni e non è ancora certificato ma è DSA. È così creativo e intelligente che nessun insegnante se ne è mai accorto solo io vedevo le sue difficoltà a eseguire i compiti a leggere. Questo non ha fatto di lui un allievi migliore il fatto di non essere certificato ha solo voluto dire voti inferiori ai suoi sforzi e al sui vero valore. Non serve a niente più esercizio non serve stare giornate intere a fare i compiti serve che l’insegnante sappia chi a davanti e lo riconosca come DSA. Se c’è un insegnante pessimo è proprio quello che di fronte a un bambino non riesce a vedere che una parte del suo stipendio senza amore per il proprio lavoro e senza l’orgoglio di riuscire a insegnare a tutti i bambini proprio tutti e a vedere i loro peroblemi!

  28. Nimea scrive:

    Vi racconto caso di mio fratello: incomincia la prima elementare, inizialmente tutto bene… poi incomincia pian piano a prendere brutti voti e a distrarsi in classe… a questo calo i genitori decidono subito di intervenire a livello medico e gli viene diagnosticata una lieve dislessia e un altrettanto lieve disturbo dell’attenzione… l’incubo x noi è cominciato quel giorno… sia a scuola che a casa era diventato tutto un “eeeeeeh … sono dislessico non devo mica studiare” “eeeeeeh l’ha detto anche il dottore che non riesco a concentrarmi… cosa pretendi?” Questa situazione è durata x tutte le elementari… la diagnosi era diventata la scusa x non impegnarsi in niente e fare la vittima. I genitori, già tormentati dai sensi di colpa x la separazione, continuavano a dargliele sempre tutte vinte trattandolo sempre come una vittima… fatto sta che ste benedette elementari finiscono faticosamente e a settembre dello scorso anno incominciano le medie. Tutti preoccupatissimi… tutti tranne il mio fratellino (abbiamo 19 anni di differenza). I casi della vita vogliono che pochi mesi prima io mi debba trasferire a casa di papà permettendomi così di essere più presente in questa situazione. Fatto sta che dopo un paio di settimane dall’inizio della scuola mentre stavamo facendo i compiti mi dice (complice probabilmente il fatto che io sia un’adulta ma cmq non genitore) “a scuola mi prendono in giro xchè sono dislessico… sai che c’è? Ho deciso che non lo sarò più!” Da quel giorno mio fratello ha cambiato completamente atteggiamento e anche grazie a un’insegnante stupenda che tre pomeriggi a settimana lo aiutava a recuperare tutto il programma non studiato delle elementari, a oggi mio fratello vanta una pagella con la media del 7.5 … l’unica insufficienza è musica “non sono bravo a suonare il flauto… poi a me la musica piace ascoltarla e ballarla, mica suonarla!” Finalmente ha smesso di nascondersi dietro la diagnosi ed ha imparato ad ascoltare se stesso!

    Conclusione: se invece di portarlo da un medico i genitori si fossero occupati di lui con un po’ di fatica, severità e sostegno, magari sarebbe stato meglio… è come se mio fratello avesse lamentato un fastidio al ginocchio e lo avessero messo sulla sedia a rotelle!

    Quindi… non dico che per tutti è così… però bisogna fare attenzione a non farsi prendere in giro dai propri figli. A meno che non ci sia un caso grave, almeno inizialmente bisognerebbe a mio avviso portare avanti parallelamente sia un metodo specifico consigliato dal medico, sia un metodo classico “come quando non si conosceva l’esistenza di questi disturbi”. Se no si rischia che tutto ciò diventi un alibi x il ragazzino x non impegnarsi e x i genitori x lavarsene le mani…

    Non eccediamo in nessuna delle due direzioni!

    • Alessandra Magli scrive:

      Cara Nimea, dislessici (DSA) si nasce, si cresce e si muore.
      Essere DSA è come essere miope, non è che la miopia ti passa solo perché lo decidi, è una caratteristica che ti accompagnerà dalla nascita alla tomba.

      Esistono però miopi che si mettono gli occhiali e studiano e miopi che usano la loro miopia come scusa per non studiare.

      Se tuo fratello è stato diagnosticato DSA ed ha usato questa diagnosi come scusa per non studiare la responsabilità è stata dei genitori che glielo hanno permesso.

      Non stupisce che quando ha deciso di mettersi a studiare ci l’aiuto di un insegnante ha recuperato ed ha bei voti, i DSA che studiano con i giusti strumenti non hanno problemi scolastici.

  29. Paola scrive:

    Insegnanti contrari? non mi stupisce affatto. Sono madre di un ragazzo dislessico, gli insegnanti, sin dalle scuole elementari, non volevano che mi facessi nessuna domanda sulle sue difficoltà. Ho fatto tutto da sola, compresa la certificazione per garantirgli i diritti, ho letto tutto quello che c’era da leggere, l’ho seguito sino alla terza media, tutti i pomeriggi. Ho cercato di capire quale fosse il metodo migliore, abbiamo fatto musica insieme, lavorato sodo. Dalla prima liceo mi sono tirata completamente indietro, favorita anche da bravissimi insegnanti che hanno invece preso in considerazione il problema. Mio figlio si è diplomato con 97 su 100, oggi fa ingegneria e ha passato con ottimi voti tutti gli esami. Ha ancora qualche difficoltà con la guida e perde il cellulare abbastanza frequentemente. Non è un giovane Einstain ma ha un futuro davanti a sé. Non importa quel che vi dicono, se siete genitori di un figlio dislessico andate diritti per la vostra strada. Nessuno farà nulla al vostro posto. Certo è più comodo dire che la dislessia non esiste, così né genitori, né insegnanti dovrebbero darsi tanto da fare. Se un ragazzo è bravo bene, altrimenti pazienza. Nell’epoca in cui non ci si rassegna alla vecchiaia e si usa la chirurgia estetica per correggere i volti, bisognerebbe rinunciare a studiare metodi di trasmissione del sapere che facilitino l’apprendimento per ragazzi con difficoltà specifiche? ah un’ultima nota polemica: in apertura l’articolo pone il dubbio che le nostre scuole stiano diventando “ospedale psichiatrici”. Vorrei ricordare al giornalista che la dislessia non è una malattia psichiatrica!

    • Aliquis scrive:

      Sono sbigottito perchè credevo che la professoressa Pellegrino fosse ormai
      “sgonfiata” e che non l’ ascoltasse più nessuno. Invece, a 4 anni di distanza dall’
      approvazione della legge sulla dislessia, è amaro constatare quanta ignoranza non
      solo permane, ma riaffiora come se nulla fosse. Evidentemente c’è troppa gente che,
      a differenza di noi dislessici adulti, bruciati e sacrificati dalla scuola 30 anni fa, non ha
      voglia di studiare, non vuole conoscere, non si vuole impegnare. Prigioniei di un paradigma
      ideologico sprezzante e selettivo, eugenetico, in base al quale chi non si adegua ad un
      sistema schematico imposto dall’ alto deve essere eliminato, essi non sopportano nulla
      che possa contraddire la loro abominevole visione del mondo. Il sottoscritto, come tanti altri,
      ha sofferto molto per questo e credo che continuerò a soffrire. Ecco alcune riflessioni su
      me stesso che ho scritto di recente:

      In definitiva, tutti i miei problemi, tutta la storia della mia vita, è dipeso da ciò che mi successe a scuola. Credo che se il problema della dislessia e in più in generale dei DSA, fosse stato conosciuto ai miei tempi, per me sarebbe stato diverso.
      > Probabilmente per uno come me, attratto dalla cultura e mai stato scansafatiche, sarebbe stato naturale raggiungere certi traguardi che non ho potuto raggiungere.
      > Infatti a quei tempi per altri aspetti era più facile di oggi. E non avrei avuto nè fobia sociale nè solitudine. Invece, è andata come è andata e oggi mi sento una canna al vento, senza sicurezza. Bè, era destino nella mia epoca che a qualcuno toccasse. Lo sviluppo tecnologico e sociale
      > ha reso più importante il sistema scolastico; allo stesso tempo era inevitabile che al primo impatto del sitema scolastico di massa il problema dei DSA non fosse conosciuto. O almeno credo. Forse si sarebbe dovuto immaginare che i cervelli non possono essere tutti uguali e che ognuno apprende in modo diverso. Ma così non è stato. Adesso si sa e faticosamente la situazione, almeno in questo campo, pare migliorare. Ma quelli della mia generazione sono stati sacrificati. In passato, nella storia, altre persone sono state sacrificate per altri motivi. E\’ toccato a me come è toccato a tanti altri.
      > Mi dispiace che voi di Internet Amico dobbiate sorbirvi i miei lamenti; (come di altri). Ma la solitudine pesa. E a volte si ha voglia, soprattutto quando non si sa se ci sarà un domani, di lasciare una testimonianza, una traccia, nella vana speranza di contribuire a migliorare qualcosa. Spero ancora in un futuro in cui nessuno sarà sacrificato.

      • Francesca Rizzetti scrive:

        Cara professoressa Pellegrino leggendo la sua lettera mi sorge un dubbio……..ma lei è’ davvero un insegnante??????????? Preferisco non aggiungere altro solo un suggerimento: provi lei a fare studiare per un mese un bambino Dsa…. A lei la conclusione..

  30. monica epicoco scrive:

    sono mamma di um bimbo di 8 anni da poco diagnosticato/certificato DSA. Volevo ringrziare di cuore la sig ra Chiara Agnesi perche con la sua lettera mi fa capire che ci sono ancora in giro per questa povera italia persone dotate di grande umanita’ . Spero lo siano anche le insegnanti della 3 elementare di mio figlio che fino ad oggi hanno dimostrato scarsa professionita e scarsa voglia di aggiornarsi. Domattina si rechera’ a scuola la mia logopedista x fare loro un breefing ovviamente a mie spese. Ma questa e’ l’italia del 2014

  31. guido - scrive:

    Docenti investiti dalla luce della cultura e dall’abnegazione non ne ho mai conosciuti, alla fine e’ un lavoro che per i piu’ fortunati e’ solo un passaggio( ultimo esempio il ragazzo docente di 20 anni che ammette di insegnare per laurearsi in giurisprudenza e prendere la sua strada) per chi e’ effettivamente capace, per gli altri un modo di prendere uno stipendio sicuro. L’aggiornamento rientra negli obblighi di lavoro introdotto non molti anni fa per evitare che per 35 anni ripetano pedestremente la pappardella preparata il primo giorno di scuola…. Adesso, considerando come vanno le cose,identificare questi disturbi e’ solo un modo per allontanare un ragazzo difficile e aumentare il numero dei docenti …

  32. Paola Cantini scrive:

    Sono insegnante di scuola superiore e madre di una ragazza dislessica. Assicuro alla prof. (?) Pellegrino che i ragazzi dislessici ci sono eccome e purtroppo ci sono anche molti colleghi che non sanno o non vogliono adattare la loro didattica alle esigenze di questi alunni, frustrandone così gli enormi sforzi per stare al passo con gli altri. Certamente è più comodo fare come gli struzzi e negare l’esistenza dei DSA o addossare la colpa ad altri…

  33. toziana scrive:

    Sig.ra pellegrini, la chiamo signora perché mi rifiuto di chiamarla professoressa, le faccio un semplice paragone, io ho scoperto di recente di essere celiaca, 30 anni fa la Celiachia non era ben conosciuta , eppure la gente moriva di cancro al colon, adesso quando parli con la gente, la classica frase che ti senti dire è ‘ ultimamente ci sono tante persone celiache, ai miei tempi non ce n’erano’.
    Sará invece che semplicemente prima non si conosceva, e non si riuaciva a diagnosticarla? Perché non c’erano i mezzi? Perché c’era troppa ignoranza in materia, ignorante come lei, non si offenderà spero, lei è una professoressa e conoscerà bene il significato del termine ‘ignorante’

  34. rosanna scrive:

    La scuola è fatta per chi sa imparare solo con il metodo adottato, con i tempi prestabiliti, invece di curare le soggettività si preferisce omologare. Più semplice per i maestri e per i ministri. Mia madre ha salvato tanti ragazzini che venivano considerati pigri e non adatti allo studio, cercando di sfruttare le loro capacità e le loro attitudini. Cambiava il modo di fare lezione, di interrogare, di incuriosire. I bambini non sono soldati che marciano allo stesso passo e allo stesso ritmo. Non si può semplicemente essere un po’ più lenti, invece che ricevere una diagnosi di un disturbo? (non una malattia, ma alla fine quello che segue è comunque un trattamento che ti fa sentire diverso dagli altri).

    • franco scrive:

      O MIO DIO. Qui il vero problema sono gli insegnanti non gli alunni. Ogni alunno sviluppa le sue capacità uno sarà brano con l arte uno con le mani e un altro a pensare. Ma tutti sono allo stesso livello. il problema sta nel modo d’insegnamento e negli insegnanti. Quando un insegnante non sa fare il suo mestiere, il risultato è una classe mal messa. Come un muratore che non sa costruire, il risultato sarà il crollo della casa… per cui l’unico problema sono gli insegnanti. l’insegnamento non si impara da nessuna parta è una dotte naturale . Puoi essere un cervellone, ma tra fare e insegnare c’è di mezzo il mare… Signori siamo alla frutta ….

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