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Riyadh, sotto un cielo nero

agosto 30, 2002 Newbury Richard

Certi stati del Golfo (e Gheddafi) hanno capito l’antifona: libertà, sicurezza, petrolio sono come l’ossigeno, risorse globali. Ma chi paga i bin Laden non ancora. Storia politico-militare di una regione (arabo-saudita) a forte rischio di destabilizzazione Usa

“Le luci si stanno spegnendo in tutta Europa e non le rivedremo mai più accese in quest’epoca» dichiarò Sir Edward Grey, segretario degli Esteri liberal, guardando fuori dalla finestra del suo ufficio del Ministero degli Esteri verso la sottostante Piazza del Parlamento. Era il 4 agosto del 1914 e i minuti scorrevano oltre la scadenza dell’ultimatum che intimava alla Germania di ritirare le sue truppe da un Belgio della cui esistenza la Gran Bretagna si era fatta garante. Senza l’invasione del «piccolo e coraggioso Belgio» la Gran Bretagna non sarebbe mai intervenuta. Tuttavia la decisione tedesca di attaccare attraverso il Belgio e non direttamente la Francia era motivata dalla volontà di impadronirsi dei porti della Manica, rendendo impossibile l’intervento britannico, e insieme di decapitare la Francia puntando immediatamente su Parigi, per affrontare in un secondo momento l’ingombrante mobilitazione russa.

I semi della crisi Mediorientale
Perciò quella Grande Guerra destinata a segnare la fine del mondo euro-centrico e, nel contempo, a gettare i semi dell’attuale crisi in Medio Oriente, fornendo anche le radici per la risposta statunitense, prese l’avvio attraverso una “cattiva gestione della crisi”. Uno dei colpi di genio di Winston Churchill come Ministro della Marina fu quello di costituire la Bp (British Petroleum) nel 1911 e di convertire la flotta inglese dal carbone al petrolio. In effetti questa innovazione aggiunse un terzo punto di forza ad una flotta allora più potente dell’attuale flotta americana, consentendo che i rifornimenti di carburante occupassero soltanto pochi giorni e non più intere settimane. Il petrolio proveniva dall’Iran e dall’Irak del Nord. Gli altri due atti di preveggenza furono la creazione della prima aviazione militare e della prima divisione di carri armati.
Ad ogni buon conto, la Prima guerra mondiale creò uno spostamento negli equilibri del potere mondiale. Nel 1914 la Gran Bretagna era proprietaria di gran parte degli Stati Uniti come maggior investitrice in un paese che stava conoscendo un rapido sviluppo. Pagare la metà delle imprese di guerra francesi, la maggior parte di quelle russe e tutte quelle italiane – debiti piuttosto ingenti – significò vendere quasi tutto il patrimonio britannico, finché nel 1917, timorosi che la stessa Gran Bretagna finisse per indebitarsi a tal punto da mandarli in bancarotta, gli Usa entrarono nel conflitto proprio mentre la Russia lo abbandonava. Effettivamente l’Impero Russo fu il primo tra gli imperi dell’ancien regime a crollare – seguito, un anno più tardi, da Germania, Austria-Ungheria e Impero Ottomano. Gran Bretagna e Francia del resto non erano più in grado di controllare, come avevano fatto, un terzo del globo complessivamente, mentre Usa e Urss si chiudevano in un isolamento di dimensione continentale, i primi raccomandando i rimedi di Mazzini con i 14 punti di Wilson, la seconda quelli del marxismo leninista.

La Grande Guerra del petrolio
La Seconda guerra mondiale naturalmente venne combattuta per il petrolio piuttosto che per il carbone, sia nelle battaglie in Medio Oriente sia nel Caucaso, e fu l’embargo petrolifero ai danni del Giappone a provocare Pearl Harbour. Comunque fu anche il risultato del fallimento dei Trattati di Versailles del 1919 che il comandante supremo francese, Maresciallo Foch, definì «non una pace ma una tregua durata 20 anni» sebbene, come disse il delegato americano Gilbert White, dato l’intrico dei problemi in gioco, «non è sorprendente il fatto che la pace venne stipulata male, quanto che riuscirono a stipularla». Il rifiuto americano di ratificare il Trattato o di unirsi alla Lega delle Nazioni lasciò la Francia priva di garanzie per i suoi confini, mentre l’Italia si sentì presa in giro e la Russia ignorata. Il crollo di Wall Street del 1929 marcò le differenze tra chi “aveva” e si poteva ritirare nella propria economia continentale o imperiale – Usa, Urss, Gran Bretagna e Francia – e chi “non aveva” e perciò avvertì il bisogno di una simile dimensione economica – ciò che portò all’invasione giapponese della Manciuria, alle avventure italiane nei Balcani e in Africa, alla spinta della Germania verso Est. Per la Gran Bretagna del 1941, quando il delegato di Hitler Rudolph Hess giunse in Scozia in vista di un accordo di pace segreto, la situazione era questa: il Paese poteva, come propose Hess, stipulare un accordo di pace con la Germania, in termini inizialmente vantaggiosi prima dell’invasione hitleriana dell’Urss, oppure poteva sottoscrivere il Lend Lease Agreement con gli Stati Uniti, che le avrebbe permesso di continuare la guerra – e difendere un’America militarmente impreparata – ma al prezzo di aprire agli Usa i mercati dell’Area della Sterlina nell’Impero Britannico, più Sud America e Cina – qualcosa come oltre un quarto del mondo. Avendo acquistato l’Impero Britannico e l’Area della Sterlina come una molto economica vendita all’ingrosso per bancarotta, gli Usa mentre diventavano una superpotenza non si erano fin qui mai comportati come una potenza imperiale, non avendo in effetti mai conquistato e poi governato un impero. Gli Usa dichiararono che gli obiettivi di guerra erano stati lo smantellamento della Germania e dell’Impero Britannico, fonte di instabilità per il mondo intero, presentandosi come un potere “no global” e anti-imperialista. Churchill dovette opporsi alle richieste di un’immediata indipendenza per l’India facendo osservare a Roosevelt che al fronte stavano combattendo più soldati indiani che soldati statunitensi.

Eredità dell’Impero Ottomano
Nondimeno il governo del mondo anglofono passò da Londra a Washington e con esso anche la responsabilità per i problemi irrisolti posti dal Trattato di Sevres del 1920 che, nel quadro della Pace di Versailles, si occupava della cessione del “malato d’Europa”, l’Impero Ottomano. Seguendo le sue disposizioni, la Lega delle Nazioni fece della Siria un mandato francese e di Palestina, Transgiordania e Irak un mandato britannico, mentre in Arabia Saudita diventava re Ibn Saud, sotto il controllo di un funzionario politico britannico che ho conosciuto personalmente, e re Faisal, che aveva aiutato Lawrence d’Arabia a cacciare i turchi, iniziò una dinastia in Irak come fece l’attuale famiglia reale giordana, berbera e ascemita. Il rivale di Lawrence d’Arabia, che abbandonò i servizi politici, era John Philby, il padre della famosa spia russa Kim Philby. John tradì la sua religione facendosi musulmano, sua moglie divenendo bigamo (per grazioso regalo da Ibn Saud) e la sua patria due volte. Venne imprigionato come nazista durante la guerra ma prima riuscì ad assicurare per la Standard Oil americana le concessioni petrolifere saudite. Il suo rabbioso antisemitismo rifletteva la reazione del mondo arabo nei confronti di uno stato ebraico – sebbene gli arabi siano altrettanto rabbiosi anche di fronte all’ipotesi di uno stato cristiano. Mentre l’Irak, rovesciando la monarchia, è diventato uno Stato nazionale socialista guidato da militari che ha trovato in Saddam Hussein un leader astuto e spietato che emula apertamente il suo eroe Hitler, l’Arabia Saudita e la maggior parte degli Stati del Golfo sono rimasti anomalie feudali che hanno sostituito i cammelli con le Land Cruiser – capaci però, come nel caso dell’Arabia, di concludere accordi di acquisto di armamenti col Regno Unito per 20 miliardi di sterline. Dopo il ritiro americano dal Vietnam gli stati produttori di petrolio pensarono che, triplicando il costo del greggio, l’avrebbero passata liscia, così come sarebbero rimasti impuniti i finanziamenti al terrorismo islamico e ai suoi kindergartens – le scuole islamiche. Soltanto l’anno passato bin Laden ha ricevuto 200 milioni di sterline dal governo dell’Arabia per non attaccare obiettivi sauditi.

Parlare a Saddam perché intenda Fahd
L’attacco americano all’Irak potrebbe partire dalla Turchia o dall’Arabia Saudita, dal Kuwait o dall’Oman o da tutti questi insieme, oppure attraverso il lancio di truppe aviotrasportate sulla stessa Baghdad e rivolte interne appoggiate dagli Usa. Naturalmente la campagna sarà rischiosa e “destabilizzerà” la regione. Questa comunque è una delle ragioni per l’attacco americano. L’India britannica fu indebolita da un avvocato sudafricano appartenente alla classe medio-alta, educato alla molto elitaria facoltà di giurisprudenza della Università londinese di Middle Temple. Egli era anche un Hindu Brahmin, la casta indiana più alta, e sapeva che i britannici non avevano risposte alla non violenza. Il suo nome era Mahatma Gandhi. Al Qaeda rappresenta un “rischio interno” assai simile, coi suoi giovani militanti della classe medio-alta educati all’occidentale e i loro maneggi laterali basati su Internet – come l’intelligentsia italiana frustrata della rivoluzione del 1848. Si sentono frustrati se messi di fronte alla loro mancanza di potere sotto regimi feudali. Provano vergogna, come gli italiani quando ricordavano la grandezza di Roma e il Rinascimento nel 1848, così gli arabi contemporanei confrontandosi con la propria arretratezza culturale e industriale. Dev’essere colpa di qualcun altro, è il ritornello ricorrente. Per fermare il terrorismo, le “piazze” arabe con le loro proteste, il suicidio nichilistico e l’irragionevole scagliarsi contro un nemico che risale al Medio Evo, serve una qualche forma di governo rappresentativo per cui il popolo possa vedere i benefici concreti della spesa pubblica e costringa a dare ragioni coloro che per la prima volta si assumerebbero le proprie responsabilità. Il petrolio, come l’ossigeno, è una risorsa globale nonostante possa accadere che paesi come gli Usa o la Gran Bretagna, autosufficienti per materie prime, abbiano l’onerosa responsabilità di farlo notare. Il Bahrein, il paese che rappresenta la più importante base navale americana e britannica nel Golfo ha letto la scritta sul muro e il Sultano si appresta a candidarsi alle elezioni come Presidente, mentre verrà eletto un Parlamento. Può darsi che l’Arabia Saudita sia preoccupata per quelle proprietà all’estero che rischiano di venirle confiscate, o per un nuovo Irak sunnita o per il prezzo del greggio più basso con la produzione irachena a pieno regime. Tuttavia gli americani sembrano aver deciso che sono i membri potenziali di Al Qaeda trasformati in parlamentari ed amministratori che in futuro dovrebbero creare preoccupazione, e che re Fahd farebbe meglio a prolungare
la sua vacanza a Marbella.

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