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Quel ritratto di uomo morto di Sarah Hall

febbraio 14, 2012 Mariapia Bruno

“Ritratto di un uomo morto” è un romanzo intriso di arte in cui s’intrecciano le storie di quattro personaggi che vivono in tempi e luoghi diversi. Attraverso l’ammissione di colpe, lo svelamento dei fantasmi interiori, il confronto con le proprie paure, la scrittrice inglese Sarah Hall racconta come sia possibile per tutti tornare ad amare la vita.

«Ripetevi le parole fino a fissartele bene in mente. Io, io, io. Me, me, me. Ti sei riavvolta su te stessa, come il rocchetto della macchina per cucire di tua madre. Sei diventata un’unità separata. Sei guarita. E ora eccoti di nuovo, altrove, lontana, a spargere la tua essenza nel vuoto». Ecco un assaggio dell’impasto di parole profonde e struggenti di cui è fatto l’ambizioso romanzo della giovane scrittrice inglese Sarah Hall Ritratto di un uomo morto (Gran via edizioni). Racconta le storie di quattro personaggi che prendono vita su piani spazio-temporali diversi, ma che inevitabilmente s’incontrano, si scrivono, si pensano. La scrittrice scava a fondo in ognuno di essi, mettendo a nudo le loro anime e toccando vertici di intensità poetica eccezionali. Ha perso una parte di sé Susan, con cui la scrittrice parla direttamente come uno strizzacervelli fa con il proprio paziente, facendo venir fuori un flusso emotivo inarrestabile, cogliendo appieno il dolore quasi incolmabile che la morte del fratello gemello Danny le ha provocato.

Racconta della propria vita Giorgio, pittore riservato, descrivendo il modo in cui gli altri si approcciano a lui, dal giornalista ansioso – un «viandante con registratore e vestito ben stirato» – alla signora Teresa, al fedele e spaesato cane Benicio che mordeva il vento e che era venuto a mancare un anno prima, a Peter, studente inglese che gli scrive una lettera che lo fa riflettere sulla solitudine: «Io non mi sento solo ma ricevere una lettera come questa mi fa pensare alle altre anime di questo mondo che forse mi sarebbe piaciuto incontrare». Cerca di confessare le sue “colpe”, o le sue mancanze, che soltanto la Natura potrà giudicare: «se mi riterrà più colpevole, mi condannerà». Poi c’è Peter, ormai adulto, sposato, paesaggista affermato che racconta di un incidente che gli sconvolge la vita, e Annette, adolescente colpita da cecità e ossessionata dal Male, quel “Lui” che le ha portato via il padre. Quest’ultima ha un potere speciale, «ha il dono di riuscire a scoprire cose invisibili. Se ha davanti dei fiori, riesce a indovinarne margini e colori. Crea degli scomparti, e poi ricompone le forme. È una vera e propria impressionista». E come Giorgio ha una vista particolare, che le permette di scavare la realtà superficiale delle cose.

In questo intreccio di voci e di storie di uomini che si avviano affannati verso il cambiamento o l’accettazione della loro vita, si cela un inno alla vita stessa: «Ti sei consumata talmente tanto da dimenticarti l’altro lato della medaglia, l’affermazione, il battito positivo» rimprovera a Susan la scrittice, ma sono parole rivolte a tutti i lettori. Alla fine di un percorso letterario così ambizioso, un estratto raffinato da Il libro dell’arte di Cennino d’Andrea Cennini intitolato Il modo di colorire un uomo morto, ed è proprio da qui che prende nome l’opera.

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