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Nuovo studio conferma che il cervello è attivo dopo la morte

marzo 14, 2017 Aldo Vitale

La scoperta mette in crisi il criterio di accertamento della morte. Un dato che andrebbe tenuto in considerazione in questi giorni in cui si discute di Dat

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Proprio nei giorni in cui alla Camera dei Deputati si sta intraprendendo la discussione in tema di dichiarazioni anticipate di trattamento il cui disegno di legge prevede la possibilità di interrompere anche il sostegno vitale, cioè alimentazione, idratazione e ventilazione, e perfino ai minori di età e senza il loro consenso, un importantissimo studio pubblicato sul n. 44/2017 del Canadian Journal of Neurological Sciences sta scuotendo tutto il mondo scientifico.

I ricercatori autori dello studio, dal significativo titolo “Electroencephalographic recordings during withdrawal of life-sustaining therapy until 30 minutes after declaration of death”, non riescono a spiegarsi, nutrendo preoccupazioni e perplessità sotto l’aspetto etico e scientifico, come mai le registrazioni dell’elettroencefalogramma dimostrino una intensa attività cerebrale dopo che è stata dichiarata la morte cerebrale di un paziente in seguito al distacco dei trattamenti di sostegno vitale, auspicandosi quindi ulteriori studi sull’attività cerebrale di altri pazienti, pur dichiarati morti, dato che nessuno si è mai preso il disturbo di indagare scientificamente.

Sorprendono almeno tre dati.

In primo luogo: sorprende la notizia in sé, cioè che vi sia attività cerebrale proprio dopo che è stata dichiarata la morte del paziente, cioè, appunto, la sua morte cerebrale.

In secondo luogo: sorprende che i ricercatori dichiarano candidamente che nessuno ha mai condotto studi in tal senso.

Infine: sorprende che tutto ciò accada dopo molti decenni da quando il criterio di morte cerebrale è stato adottato dalla comunità scientifica internazionale come criterio di accertamento della morte.

Alla luce di ciò occorre effettuare delle brevi osservazioni poiché in molti non sanno e gli altri fanno finta di non sapere come si è giunti a questo paradosso per cui dopo la morte cerebrale ufficialmente dichiarata gli stessi scienziati continuano a registrare attività cerebrale a tal punto da mettere in dubbio le loro certezze ai fini dell’eticità dell’espianto degli organi dal (presunto) morto per il trapianto in altri pazienti.

Nel 1968 una apposita commissione dell’Università di Harvard ha modificato il criterio di accertamento della morte, abbandonando quello del blocco cardio-polmonare per adottare quello della morte cerebrale: la modifica è stata apportata espressamente in vista della possibilità di utilizzare a fini di trapianto gli organi di tutti quei pazienti che erano ritenuti sospesi tra la vita e la morte, perché, per esempio, in stato vegetativo persistente.

La decisione, peraltro, sebbene adottata da alcuni scienziati, filosofi e teologi non fu assunta sulla base di risultanze scientifiche e sperimentazioni, ma con una semplice votazione a maggioranza.

Di tutto ciò da conto il noto bioeticista australiano Peter Singer, uno dei più noti sostenitori del nuovo criterio della morte cerebrale, che per l’appunto riporta la dichiarazione di apertura dei lavori della Commissione di Harvard in cui sono contenuti gli intenti da essa perseguiti nella ridefinizione della morte secondo lo standard della morte cerebrale: «Il nostro obiettivo principale è quello di definire il coma irreversibile come nuovo criterio di morte[…]. L’uso di criteri obsoleti per la definizione di morte può provocare controversie nel reperimento di organi per i trapianti».

La finalità già discutibile alla base della nuova definizione di morte umana, cioè ottenere organi umani, venne ad arricchirsi del fatto che la delibera fu assunta senza nessun supporto scientifico, ma con una decisione che, in senso lato, si può a tutti gli effetti definire “politica”, come del resto ricorda il noto bioeticista e filosofo della scienza Paolo Becchi: «Il Rapporto di Harvard non illustrava le ragioni scientifiche che avevano indotto i componenti del Comitato a ritenere che la morte cerebrale totale fosse equivalente alla morte del paziente. Il Comitato si era limitato ad equiparare la diagnosi di coma irreversibile alla morte cerebrale totale e questa alla morte di fatto».

La definizione di morte cerebrale venne assunta quindi per catalogare come morte persone che altrimenti non lo sarebbero state, con il beneficio pratico di poter loro espiantare gli organi da utilizzare a fini di trapianto.

I problemi etici, giuridici e filosofici della nuova definizione di morte sono dibattuti da più di quarant’anni, come per esempio l’idea – tutta da dimostrare, e non certo da parte della medicina o della biologia – che l’umanità dell’uomo risieda nella sua capacità cognitiva tramite l’esercizio delle facoltà cerebrali, sebbene soltanto adesso si comincia a richiedere, da parte della comunità scientifica, pur dopo un cinquantennio la sua formale adozione, una serie di studi epistemologicamente corretti che consentano di comprendere se e quando la morte cerebrale corrisponde alla effettiva morte dell’individuo.

Un corollario non secondario di tutta la complessa problematica che parzialmente è stata qui riassunta nei suoi tratti generali, riguarda la circostanza per cui se ci sono dubbi circa l’effettività della morte di certi pazienti, e se addirittura vi sono certezze intorno alla prosecuzione della loro attività cerebrale pur dopo l’ufficiale dichiarazione di morte dei medesimi da parte dei medici, appare assolutamente doveroso non sospendere i trattamenti di sostegno vitale come alimentazione, idratazione e ventilazione.

Dal suddetto studio, infatti, si evince implicitamente che la morte effettiva di quel paziente non solo non è corrisposta con quella dichiarata, ma è intervenuta chiaramente dopo l’interruzione dei trattamenti di sostegno vitale.

I problemi giuridici ed etici sono dunque evidenti e meritano ancora di essere oggetto di riflessione e di studio in ogni campo del sapere che da essi viene coinvolto, cioè sia quello più prettamente scientifico, sia quello umanistico, poiché, con le parole del filosofo laico Hans Jonas «il paziente dev’essere assolutamente sicuro che il suo medico non diventi il suo boia e che nessuna definizione lo autorizzi mai a diventarlo».

Foto da Shutterstock

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