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«Milano invecchia, bisogna ripensare il welfare e mettere al centro la famiglia»

giugno 27, 2012 Carlo Candiani

La Fondazione Ambrosianeum ha presentato il “20° Rapporto sulla città di Milano”. La curatrice Rosangela Lodigiani, sociologa dell’Università Cattolica: «È in atto un vero e proprio fenomeno di degiovanimento».

 “Le generazioni che verranno sono già qui”, questo è il titolo del 20° Rapporto sulla città di Milano 2012, redatto dalla Fondazione Ambrosianeum, curato da Rosangela Lodigiani, docente di sociologia all’Università Cattolica di Milano, e presentato lunedì 25 giugno insieme al presidente della Fondazione, Marco Garzonio, alla presenza del sindaco di Milano Giuliano Pisapia, dell’arcivescovo il card. Angelo Scola, del presidente di Fondazione Cariplo, Giuseppe Guzzetti, davanti a una platea di esperti attenti e qualificati. «Il Rapporto fotografa l’evoluzione della demografia a Milano, i cambiamenti della struttura della popolazione, evidenziando i tratti di una città che invecchia, ma contemporaneamente vede diminuire l’ampiezza delle coorti più giovani». A parlare è la curatrice, la prof.ssa Rosangela Lodigiani: «Stiamo assistendo a un vero e proprio fenomeno di “degiovanimento”, ossia la contrazione delle leve più giovani».

Quali solo gli impatti di questi cambiamenti sul sistema del welfare?
Ormai il tradizionale sistema fa fatica a rispondere ai nuovi bisogni delle famiglie, in particolare conciliare il lavoro con la vita privata e prendersi cura degli anziani non autosufficienti, perché è un sistema che ha contato molto sulle risorse di solidarietà familiari e parentali, che oggi per più ragioni sono in difficoltà, a reggere il carico posto nelle loro mani.

Le difficoltà arrivano da una mancanza di risorse economiche o da una mancanza di valorizzazione del volontariato?
Oltre al problema dei tagli alla spesa sociale, che dal livello nazionale si riversano a livello locale non consentendo adeguati investimenti in servizi richiesti in misura crescente dalla popolazione, c’è anche un problema di utilizzo corretto delle risorse a cui si aggiunge il bisogno di maggiore integrazione dei soggetti che operano in un welfare plurale come quello milanese. La famiglia continua a essere il pilastro di questo sistema di welfare ma, in mancanza di politiche innovative che mirino a sostenerla in modo adeguato, è sempre più schiacciata dai carichi di cura.

È la riforma del welfare a cui prima accennava?
Bisognerebbe mettere in campo sia politiche “defamilizzanti”, quindi più servizi, sia politiche di sostegno ai “caregivers” familiari che rendano il familismo sostenibile, per esempio con orari di lavoro amichevoli, strumenti di conciliazione famiglia-lavoro, trasferimenti economici. Con un occhio di riguardo alle donne, vero fulcro del welfare familiare, affinché non restino penalizzate. Se pensiamo ai bisogni socio-assistenziali per gli anziani, emerge l’esigenza di un gusto mix tra servizi residenziali, servizi domiciliari e intermedi. In questi ultimi occorrerebbe un maggior coordinamento del Terzo Settore, il cui tessuto a Milano è molto ricco. Anche in questo ambito ci vorrebbe maggiore capacità innovativa. Occorrono quindi politiche diversificate, che aiutino le famiglie nell’assunzione delle responsabilità che sono loro proprie.

Guardando agli impatti del cambiamento demografico sul mondo del lavoro, il rapporto sfata un luogo comune: l’innalzamento dell’età pensionabile non sarebbe causa della difficoltà di entrata per i più giovani.
Il mercato del lavoro non è come un sistema di vasi comunicanti. Le dinamiche di incontro fra domanda e offerta di lavoro sono complesse. Il “degiovanimento” porta a ridurre il numero dei giovani in ingresso. Quindi cala la pressione e non c’è concorrenza in termini quantitativi con le persone più mature già impiegate.

Quindi per voi non è uno scandalo l’innalzamento voluto dal ministro Fornero?
Da un punto di vista demografico non lo è, anzi è pensabile un ulteriore innalzamento, anche se non me lo auguro ma rimane un’eventualità possibile. È la modalità di entrata dei giovani nel mondo lavorativo che dev’essere rivista, bisogna valorizzare meglio il loro capitale umano fin dall’inizio della carriera.

Nasce un problema di conciliazione casa-lavoro anche per chi si avvicina alla pensione ormai sempre più tardi.
Bisognerebbe concepire questo problema nell’intero corso della vita lavorativa, non solo per le giovani coppie con bambini piccoli, ma anche per gli adulti negli ultimi anni lavorativi, per agevolare l’aiuto in famiglia ai nipoti o ai genitori non autosufficienti. Occorre una riforma globale.

Se la realtà deve fare i conti con il gelo demografico, la risposta più semplice sarebbe direi ai cittadini, fate più figli.
Bisognerebbe prendere sul serio la questione delle politiche che aiutano le famiglie a sostenere i costi della natalità e qui entra in ballo l’equa fiscalità. E poi c’è un problema culturale al significato che diamo alla generatività, alla genitorialità: quale spazio diamo nel nostro corso di vita al fare famiglia e all’essere genitore. Il discorso è davvero ampio e complesso e comprende anche i percorsi di accesso alla vita adulta, a un lavoro stabile, all’autonomia abitativa. Le difficoltà che i giovani incontrano in questo percorso contribuiscono a spostare sempre più in là l’età in cui si decide di avere un figlio. Comunque non parlerei di una disaffezione verso la genitorialità, anzi, le ricerche mostrano che gli italiani desidererebbero avere più figli di quanti ne hanno. Il tema è delicato, bisognerebbe non fare semplificazioni.

Il Rapporto lo si può trovare in libreria. Ma quali aspettative avete? Come vorreste che venisse usato?
Con la maggior consapevolezza, rispetto alla transizione che stiamo vivendo, che all’invecchiamento si aggiunge il “degiovanimento”. Questo è il problema che occorre conoscere a fondo e che questa consapevolezza si trasformi in politiche sempre più efficaci, mettendo al centro la famiglia. Soprattutto politiche che siano capaci di adottare una prospettiva intergenerazionale, considerandone le conseguenze nel lungo periodo.

Il Rapporto è centrato su Milano. La capitale lombarda come modello?
Milano è una delle città italiane che mostra i trend demografici più accentuati. Milano è da sempre un grande laboratorio e quindi è un contesto utile per studiare le dinamiche che si stanno sviluppando anche nel resto del Paese. Il welfare ambrosiano è un contesto vitale e plurale, in cui l’integrazione tra pubblico e privato, in particolare privato sociale, è ben sviluppato e può essere d’esempio anche per altre realtà. Questo Rapporto vuole essere un contributo alla città di Milano: è pieno di dati, di contenuti rigorosi dal punto di vista scientifico e si offre alla lettura di chi voglia capire la situazione demografica attuale. Insomma, ci auguriamo che vada nelle mani dei politici e di chi ha un ruolo d’impegno civile, ma anche nelle mani di comuni cittadini, perché è uno strumento che fa capire meglio la città in cui viviamo, in cui ciascuno è chiamato a fare la propria parte. Un gesto di responsabilità e consapevolezza.

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