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Mi auguro di sbagliare ma credo che l’euro abbia fallito

gennaio 16, 2012 Oscar Giannino

Il sistema sta in piedi finché i prestatori “credono” ai debitori e alla loro solvibilità. Quando non si crede più, il sistema crolla. Non crollano tutti, ma i più deboli. Trascinandosi dietro la moneta comune. Anticipiamo la rubrica di Oscar Giannino che sarà pubblicata sul numero 2 di Tempi, da oggi in edicola

Anticipiamo la rubrica di Oscar Giannino che sarà pubblicata sul numero 2 di Tempi, da oggi in edicola.

Sulla tenuta dell’euro, l’ottimismo è dovuto al passato, visto che ogni passo avanti nella costruzione europea dopo i Padri Fondatori è pressoché sempre avvenuto quando si era sul ciglio di un baratro. Ma se dovessi dire oggi su quali punti concreti basare l’ottimismo, stento a indicarli. Sul numero di gennaio-febbraio di Foreign Affairs Martin Feldestein ha appena scritto un articolo che è una versione aggiornata del suo ultimo paper sull’euro e la performance economica dell’euroarea. Insieme a Milton Friedman, che per chi la pensa come me resta e resterà sempre un faro del pensiero economico, Feldestein fu tra coloro che anni prima dell’euro ammonirono noi tutti dei rischi di una moneta con tasso d’interesse unico applicato a mercati che restano separati e a diversa produttività e curva di costo, e con debiti pubblici nazionali. Li deridemmo e non li ascoltammo. Leader e media europei li tacciarono di sciocco monetarismo e di incorreggibile amerocentrismo. Invece, avevano pienamente ragione. A buon diritto, dunque, Feldstein inizia il suo saggio scrivendo che si può a tutti gli effetti oggi ritenere l’euro come un esperimento fallito. Fallito non perché interpretato e governato male dalle sue burocrazie tecniche. Ma perché sbagliato nel suo presupposto di moneta unica per un’area economica tanto eterogenea e per di più senza vasi comunicanti rappresentati da mercati unificati.

Personalmente, condivido il giudizio. Anche i mercati, che continuano come si vede a tambureggiare ogni giorno spread insostenibili, anche dopo l’accordo della notte dell’Immacolata tra 26 paesi Ue senza Regno Unito. Al debito pubblico, si aggiungono da rifinanziare nel 2012 ben 725 miliardi di euro di debiti di banche europee, di cui 280 miliardi nel solo primo trimestre. L’Italia da sola ha 160 miliardi di titoli pubblici da rifinanziare nel primo trimestre 2012. La Bce, che è stata costretta in questi giorni a riprendere l’acquisto su vasta scala di titoli italiani, spagnoli e portoghesi, ne aveva già acquistati per 211 miliardi al 31 dicembre 2011. Dei 440 miliardi di dotazione del Fondo salva stati e salva banche, l’Efsf, 150 miliardi sono già impegnati per Grecia, Irlanda e Portogallo. La decisione di alzarne la leva finanziaria, presa l’8 dicembre, al momento non appare implementabile. Il quadro degli altri paesi avanzati non è promettente. Nell’ultimo decennio, ma in pratica negli ultimi quattro anni, i paesi avanzati hanno raddoppiato il loro stock di debito pubblico, e a fine 2011 esso ammontava a circa 55 mila miliardi di dollari, 15 mila sono americani, 13 mila giapponesi.

È un sistema, il credito, che appunto sta in piedi finché si “crede”, finché i prestatori credono ai debitori e alla loro solvibilità. Quando non si crede più, il sistema crolla. Non crollano tutti. Non crollano i paesi più forti, ma i più deboli. Non crolla l’economia del dollaro che continua a essere la valuta mondiale delle commodities e delle riserve. Crolla l’euro, o meglio i paesi deboli dell’euro. Trascinandosi dietro la moneta comune.

Una bella idea caduta nel vuoto
Mi spiace, ma continuo a pensarla così. Il rischio è fortissimo. Il sistema bancario italiano, con la picchiata delle sue capitalizzazioni e il credit crunch conclamato, ne è la cintura più esposta al rischio. La Bce di Mario Draghi con la sua prima maxi asta di liquidità triennale a collaterali iperestesi e con l’abbassamento dei tassi d’interesse proseguirà sulla via di politiche monetarie non ortodosse e necessarie. Ma non può sostituirsi ai governi europei. Il governo italiano guidato da Mario Monti ha varato la sua sanguinosa manovra tassaiola e si accinge a misure per la crescita, ma da solo non può con ogni evidenza allontanare il rischio di essere detonatore dell’euro da un’Italia tanto indebitata e prossima a una nuova recessione paurosa. In Francia si vota in primavera, e il timore di una caduta francese spinge Sarkozy da una parte a condividere le posizioni italiane di un rigore corretto per il ciclo, ma dall’altra indispettisce il rigore tedesco. Proposte come quella avanzata a novembre dal Consiglio tedesco degli esperti economici – un fondo europeo che assuma tutti i debiti pubblici degli euromembri eccedenti il 60 per cento del loro rispettivo Pil, per circa 2.500 miliardi di euro di cui un terzo italiani, ripagandoli a 25-30 anni in cambio di una severa eurodisciplina imposta in quota parte a ciascun euromembro “alleviato” – non ha avuto alcuna eco. Anche in Germania si vota. Ma nel 2013. E intanto la disoccupazione è scesa al livello più basso dall’Unificazione. E comunque la Germania un piano B ce l’ha, anche se anch’essa senza euro conterebbe meno nel mondo.

È amaro dirlo. Ma perché Feldstein e noi ragionevoli pessimisti possiamo aver torto – come mi auguro – occorre non che sull’Italia da sola, ma sugli euroleader scenda lo Spirito. Se non del Signore, della Storia da difendere e scrivere. Senza Spirito nuovo, ciò che sembrava e sembra ai più impensabile, invece avverrà.

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