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Mezza Italia è senza “casa politica”. Possiamo parlarne?

giugno 2, 2012 Oscar Giannino

Per chi è liberale, personalista, sussidiarista, difensore del diritto naturale contro l’abuso di diritto positivo, è ora di tirarsi su le maniche e ricostruire dal basso un punto di riferimento che oggi visibilmente manca

Domanda fuori dai denti. Per chi è liberale, personalista, sussidiarista, difensore del diritto naturale contro la prevaricazione del costante abuso di diritto positivo, è il momento o no di tirarsi su le maniche e ricostruire dal basso un punto di riferimento per l’azione civile e politica coerente a queste posizioni, un punto di riferimento che oggi visibilmente manca? Manca nella crisi dei partiti della Seconda Repubblica, e nel declinare sotto i colpi di mille polemiche di leadership personali, che pure a quei valori avevano dichiarato costantemente di ispirarsi, e che cadono tuttavia sotto la polvere dell’incoerenza, e del non aver saputo capire che il declino delle case politiche pretendeva iniziative di discontinuità e adamantine credibilità personali.

Non so voi, ma in questi ultimi mesi mi si rivolgono a migliaia, ponendomi non il quesito sopra esposto, ma l’invito a dargli presto una risposta, una risposta che è “sì”. Non sto parlando ovviamente di me, sto parlando di un’area amplissima che si vede alle corde e senza rappresentanza. Il tempo per la disconitnuità nel Pdl era lo scorso autunno, se qualcuno avesse ravvisato ciò che era maturo ed evidente, cioè la fine dell’agibilità politica del leader fondatore. Ora che la stanca e confusa continuità è prevalsa, la mazzata delle amministrative è solo un’evidente conseguenza di ciò che a chiunque dovrebbe essere chiaro, se ha una qualche pratica della società italiana. La delega di credibilità a quel partito e al suo fondatore, per tornare a governare l’Italia e cioè con numeri e alleanze adeguati allo scopo, è semplicemente caduta e ritirata. Se qualcuno si acconcia a restare in una formazione votata alla sopravvivenza di eletti in attesa delle nuove trovate berlusconiane è naturalmente libero e padrone, ma ciò non ha più nulla a che vedere con un forte rapporto di fiducia con una parte estesa della società italiana.

L’area liberal-moderata, quella che per 18 anni ha di volta in volta sperato e dato voti per meno spesa pubblica e meno tasse, una scelta a favore della famiglia visto che la curva demografica incombe sopra il nostro futuro ancor più gravosamente della minaccia del debito pubblico, uno Stato snello e trasparente che aprisse al welfare di prossimità incentivando dieci volte tanto il terzo settore e chi sa meglio fare perché più vicino alla domanda crescente di una società senza tutele, quella che ha creduto nella riforma della giustizia per avvicinarci ai paesi avanzati e non alle leggi ad personam, quella che si ostina a credere che l’impresa piccola e piccolissima sia un patrimonio di coesione insieme alle medie e grandi che esportano e danno lezione anche ai concorrenti tedeschi – quella Italia oggi è priva di una rappresentanza credibile.

Potete credere che non sia così, perché dalle modifiche dell’ultim’ora alle forze politiche precedenti qualcosa nascerà, e se anche si perderanno le prossime elezioni col tempo si riprenderà probabilmente una strada meno sbagliata, con leadership diverse che hanno bisogno di una severa e brutale sconfitta per emergere.
Potete pensare che sarà intorno a Montezemolo e Passera e Casini, che inevitabilmente prima delle elezioni si troverà una risposta a questa sete di nuova credibilità e rappresentanza.
Potete scegliere un’altra strada, che è quella di immaginare che serva innanzitutto un rassemblement culturale, che riparta dai movimenti e dalle associazioni attuali, rifocalizzandole su contenuti e parole d’ordine liberal-personaliste, ma lasciando che sia la politica a pensare alla politica. Oppure, magari siete convinti che invece no, bisognerebbe proprio pensare a far scendere in campo, intorno ai valori che condividiamo, persone nuove e coerenti e credibili.
La mia proposta è: parliamone. Non sta a me dare riposte. Ma cerchiamo di chiarirci le idee, almeno tra noi. Non facciamo finta che il problema non esista, perché è davanti a noi, gigantesco come il rudere in rovina preannunciato del vecchio centrodestra. Il tempo corre, e per qualunque decisione il tempo giusto era ieri, non domani.

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11 Commenti

  1. Ermenegildo Baroni scrive:

    Parliamone subito!!!!!
    ci dica dove, come e quando, perchè è tardi.
    Ma parliamone poco, perchè abbiamo bisogno di azione, di fare e costruire.

  2. Alberto Bertoni scrive:

    Bell’articolo ma il voltastomaco non mi passa con le, pur giuste, speranze di rimettere in piedi l’Italia quindi sono molto lontano dall’essere disponibile a pensare di andare a votare. So che la mia affermazione potrà essere giudicata essere la politica dello struzzo ma sono convinto che non sia così e vi spiego il perché. A mio avviso il problema non sono i partiti che comunque sono da cestinare in toto, vecchi, nuovi, rifatti, inventati…insomma tutti compreso quello che ha in gestazione una persona sulla quale si è espresso con chiarezza Romiti, altrimenti siamo daccapo. Il nocciolo del problema invece sta nel fatto che in Italia non si può costruire uno stato moderno e liberale o anche solo avere un governo moderno e liberale perché ogni palazzo si costruisce sulle fondamenta e le nostre sono inadatte a sostenere qualsiasi cosa che non sia il duopolio DC-PCI che per troppi anni ha sgovernato l’Italia dividendosi potere e relativi vantaggi. Il PCI ormai è una multinazionale mascherata che si chiama PD mentre il fantasma della DC si è reincarnato nel PDL che, lo dicono le cronache, più che un partito sembra un ricettacolo di incapaci beneficati dall’alto oltre che di autentici approfittatori. Per un po’ le fondamenta hanno resistito a questa riedizione dell’antico duopolio DC-PCI ma poi è arrivato il rigetto anche per loro infatti anche se alle prossime elezioni vincesse il PD…cosa riuscirebbe a fare? Di aiutini, anche da molto in alto, ne ha avuti a iosa e ne avrebbe ancora ma cosa riuscirebbe a fare? Nulla, nulla di nulla, esattamente come il PDL. Per questo prima di parlare di partiti sarebbe bene parlare delle “fondamenta” che vanno demolite integralmente e rifatte con l’occhio ai tempi -e quindi non più a magnificare la gloria dei cosidetti “padri della Patria” e a mediare le loro istanze- ed al fatto che va riconosciuta la Nazione Italiana come motore primo della Civiltà Occidentale…altro che Deutschland, Deutschland ueber alles! La tentata costituzione europea faceva schifo in quanto euro(soldo)centrica e per nulla interessata a quelle poche cose che hanno in comune i Paesi membri. Mi riferisco alle radici Giudaico Cristiane tanto osteggiate dagli eurosciocchi ma che sono in fondo l’unico legame, ad esempio, fra Portogallo e Slovacchia o fra Estonia e Cipro…almeno quella non invasa da quei Turchi che qualche sprovveduto vorrebbe nella UE. Quelle radici che possono essere intese come religiose ma anche come culturali e storiche (quindi c’è spazio per tutti) siano d’ispirazione ad una nuova -non rinnovata: NUOVA!- Costituzione degli Italiani. Concludendo: scriviamo una nuova Costituzione degli Italiani, di tutti gli Italiani e che questo serva da fondamenta per costruirvi sopra tutto il resto. Il tempo è finito e quindi bisogna correre ma gli Italiani hanno sempre dato il meglio di sé sotto pressione perciò, appena scritta la Costituzione degli Italiani, via TUTTA la classe politica fino all’ultimo consigliere comunale e ricominciare daccapo senza alcun rimpianto per i decenni buttati via a foraggiare il mostro DC-PCI che ha generato il casino in cui ci hanno costretti a vivere. Un solo consiglio: meno politica e quindi chiusura di tutti gli enti inutili come le regioni e tenere solo provincie e comuni ma gestite da manager e giammai da politici, veri o finti, che servono solo a fare favori agli amici di partito! Gli esuberi della PA posso sempre essere avviati a corsi di riqualificazione per lavorare nell’industria. Saluti a tutti.

  3. Gianluca Bacca scrive:

    Parliamone, ma subito, perché il tempo della parole é scaduto da tempo, é ora di passare ai fatti, fatti che ormai é evidente che non ci possiamo piu attendere dalla attuale classe dirigente, quindi tocca a noi, anche il tempo delle deleghe in bianco ormai é finito da un pezzo!

  4. tommaso de gregorio scrive:

    CARO OSCAR NON MI FREGHI PIU’, ti ho venerato per molti anni, ma poi se uno vive la vita e si rompe il grugno ogni giorno sulla realtà è inevitabile smettere di frequentare i luoghi di culto…Caro Oscar continua a pontificare, che non sbagli mai, poi se ci metti quella deliziosa colleruccia diventi irresistibile, sei sicuramente un giovane di raro talento con un grande futuro, ma per fare solo l’assessore anche di una piccola città ci vuole qualcosa di più, credimi, anche se oggi il diritto e i titoli per fare il partito della resurrezione nazionale non si nega proprio a nessuno, da Saviano in poi almeno; spero di non essere stato “offensivo” al punto di beccarmi la censura, credimi ce l’ho messa tutta per controllarmi per moderarmi

  5. enzo palumbo scrive:

    Ho sempre avuto grande stima di Oscar Giannino e ne ho spesso apprezzato i commenti puntuali e documentati (ricordo in particolare quello sull’evoluzione del debito pubblico italiano, dal dopoguerra sino al 2011). Vorrei dire a Giannino che un partito come quello da lui ipotizzato c’è già, ed è il PLI, che, almeno a partire dal 2008, in assoluta solitudine, ha evidenziato i difetti del bipolarismo muscolare italiano (quando tutti, a dx ed a sx, ne esaltavano i presunti pregi), si è presentato fuori dai poli alle elezioni del 2008, ha celebrato i suoi congressi nazionali, prima nel 2008 e da ultimo, nel marzo del 2012, di volta in volta resistendo agli assalti di chi voleva satellizzarlo rispetto ad altri partiti, e si propone oggi come il perno di una Costituente dei liberali, non solo di quelli della diaspora del passato ma soprattutto delle giovani generazioni che sono portatori di una nuova domanda di liberalismo, basato sul merito e sull’eguaglianza delle opportunità.
    E tuttavia, sempre nella consapevolezza che la cultura liberale in Italia, per ragioni storiche su cui qui non posso soffermarmi, è sempre stata e tuttora è minoritaria, e quindi senza coltivare l’illusione del partito liberale di massa, che in passato molti di noi (per la verità, non io) hanno coltivato per poi essere smentiti dalla dura realtà.
    Riporto qui di seguito la mozione “Liberali per l’Italia del Futuro”, approvata dall’ultimo Congresso nazionale, scusandomi per la dimensione del documento, certamente eccedente quella di un semplice commento.

    Caro Giannino, vogliamo provarci insieme? Grazie per l’attenzione e vive cordialità.

    Enzo Palumbo e-mail: vincenzo.palumbo39@virgilio.it

    PARTITO LIBERALE ITALIANO
    XXVIII CONGRESSO NAZIONALE (VI DALLA RIFONDAZIONE)
    Roma 23-25 marzo 2012

    MOZIONE “LIBERALI PER L’ITALIA DEL FUTURO

    1) Il XXVIII Congresso Nazionale del PLI del febbraio 2009 aveva sancito la scelta autonoma del Partito, in un contesto politico caratterizzato da un brutale bipolarismo, che sembrava pronto a trasformarsi in bipartitismo, sull’onda montante di una proposta referendaria del 2009, poi bocciata dall’elettorato, anche col concorso dei liberali.
    Il contesto era allora scoraggiante, ma il PLI aveva visto prima degli altri le evidenze che molti si ostinavano a non voler notare, ossessionati dai “mantra” della governabilità e del voto utile.
    In quello scenario di “partiti senza idee”, largamente presenti nelle Istituzioni, e di “idee senza partito”, presenti nella società ma escluse dal paese legale, i Liberali seppero vedere le crepe di un edificio tanto maestoso quanto fragile, perché eretto sulle fondamenta dei personalismi e della virtualità mediatica.
    Quella scelta, che poteva apparire velleitaria, aveva una solida ragion d’essere: il PLI non poteva avere alcun atteggiamento di prossimità rispetto a “poli” costruiti essenzialmente in chiave padronale, ovvero, per converso, in chiave di mera contrapposizione all’avversario.
    Oggi possiamo sostenere, alla luce dei fatti, che quella scelta fu giusta.
    Essa fu fatta per una fondamentale ragione concettuale ed esistenziale: i Liberali ritenevano e ritengono che in politica l’asse cartesiano di riferimento è costituito dalle idee, non dalla loro collocazione topografica e, ancora meno, dagli uomini che le propugnano. Il PLI agisce in base ai principi, la cui applicazione, a seconda delle circostanze, può essere declinata come progressista o come conservatrice, senza tuttavia irrigidirsi nelle prigioni geometriche ed intellettuali del “continuum” destra-sinistra.
    Nel contesto di allora, essere autonomi significò scegliere di essere “soli”, perché l’aggregazione ad uno di quei poli non avrebbe portato ad una loro conversione liberale, ma piuttosto alla sparizione dell’ultimo soggetto liberale identitario che osava rivendicare la propria autonomia.
    Non vi era allora l’atmosfera politica, oggi invece presente nella società: e cioè l’esistenza di una sensibilità alternativa alla polarizzazione e di un’area centrale che finalmente tende a rappresentarla.
    Se n’è avuta la prova in occasione della raccolta delle firme per il referendum abrogativo dell’attuale indecorosa legge elettorale; il PLI vi si è impegnato al massimo delle sue possibilità, guadagnandosi il rispetto delle altre componenti referendarie, mentre la pronunzia negativa della Corte Costituzionale non ha raffreddato, semmai ha rafforzato, la necessità della riforma elettorale, che i liberali ritengono debba essere indirizzata verso un sistema massimamente compatibile con la volontà manifestata da tantissimi cittadini.
    Insieme alla spinta verso il cambiamento del sistema che presiede alla rappresentanza, si avverte oggi nel Paese una forte voglia di liberalismo, che è insieme voglia di meritocrazia e legalità; in questa prospettiva il PLI avverte il dovere cogente di cogliere questa spinta popolare e di lavorare alla costruzione di un polo liberale, laico, riformatore, europeista ed autonomista per la costruzione in Italia di una vera “Società Aperta” per il XXI secolo, ed intende farlo in sintonia con quella parte della società civile che appare disponibile a traghettare l’Italia verso una nuova modernità istituzionale, difendendo il supremo valore dell’unità nazionale dalla linea avanzata delle riforme civili, sociali ed economiche, piuttosto che dalla sterile trincea della nostalgia retorica del passato o della conservazione del presente.

    2) I liberali sono i primi difensori della sussidiarietà verticale ed orizzontale, dell’autonomia politica delle comunità locali e delle formazioni sociali, essendo convinti che il presupposto della libertà di ogni individuo e di ogni comunità è l’autonomia, senza di che può aversi solo una libertà concessa da altri, che, proprio per questo, non è Libertà.
    Il modo migliore per affermare il principio dello Stato minimo, salvaguardando l’unità del Paese ma anche preservando il diritto naturale di tutte le comunità di autoregolarsi, è quello di promuovere il modello di una forte autonomia regionale, capace di valorizzare le peculiarità culturali locali, consapevoli che non vi è libertà quando il centralismo mortifica la ricchezza di quelle diversità che hanno reso la cultura italiana grande nel mondo.
    Il modello regionale, che oggi appare preferibile, non può però debordare in artificiali strutture sovra regionali, che essendo prive di un retroterra storico e culturale, nessun altro scopo potrebbero perseguire che quello di mettere in discussione il valore dell’unità nazionale, tanto più necessaria nel momento in cui i governi ed popoli dell’Europa sono impegnati a dare concretezza al sogno dell’unità del continente.

    3) Nessuna società moderna può prescindere da un sistema giudiziario rapido e giusto, che, mentre sfrutta al massimo le nuove tecnologie, sappia immutare i meccanismi sclerotizzati del processo, introducendo profonde riforme di sistema, dall’ambito civile a quello penale, da quello amministrativo a quello contabile.
    Il processo civile deve essere essenzialmente basato sull’oralità del rito e sulla disponibilità privata delle prove, mentre in ambito penale va compiuta una poderosa opera di depenalizzazione di molti reati ormai percepiti come socialmente privi di forte disvalore sociale, convertendoli in illeciti amministrativi.
    In quest’ottica va prudentemente sperimentata la scelta antiproibizionista rispetto al consumo di droghe leggere, e va legalizzato l’esercizio della prostituzione in locali attrezzati, mentre vanno inasprite le pene per lo sfruttamento, la riduzione in schiavitù e l’esercizio sulla pubblica via, nella convinzione che tutto ciò può rendere complessivamente più libera la società, consentendo allo Stato di concentrarsi sui fatti-reato che suscitano reale allarme sociale.
    Una grande e vigorosa battaglia deve essere intrapresa per mettere fine all’abnorme fenomeno della custodia cautelare in carcere, la cui incidenza sul totale delle carcerazioni ha ormai raggiunto livelli irragionevoli, che penalizzano ulteriormente chi la subisce rendendo intollerabile la condizione carceraria, e vanificano il sacrosanto principio costituzionale di incolpevolezza sino a sino alla condanna definitiva. La carcerazione preventiva non può essere trasformata in una pena anticipata surrettizia di quella definitiva che si teme di non potere mai irrogare, e va attivata soltanto in casi di conclamata pericolosità sociale, mentre il pericolo di inquinamento delle prove e di reiterazione del reato può essere agevolmente superato generalizzando l’applicazione della custodia domiciliare.
    D’altra parte, è principio liberale quello di garantire l’equilibrio e la sicurezza sociale con la certezza dell’applicazione della pena, una volta che sia definitiva, sfoltendo la giungla delle agevolazioni premiali che ormai la riducono in termini talvolta risibili.
    Anche la prescrizione in ambito penale va interamente rivisitata, bloccando il suo decorso al momento del rinvio a giudizio, o almeno a quello della sentenza di primo grado: non è possibile che tantissimi processi, coi relativi costi, economici e sociali, finiscano nel nulla, così negando giustizia alle parti lese ed alla società nel suo complesso; ma occorre anche fissare regole processuali che consentano di assicurare la rapidità della la risposta di giustizia, dei cui ritardi, come anche delle sue colpevoli negligenze, deve rispondere direttamente lo Stato, salvo rivalsa verso i magistrati che li abbiano originati coi loro indebiti comportamenti.

    4) Il mondo dell’economia e del lavoro deve uscire anch’esso dalla logica antiquata e perversa dello scontra tra imprenditori e lavoratori: la globalizzazione ha innovato profondamente i rapporti produttivi, e le rendite di categoria sclerotizzano il sistema ed ostacolano gli investimenti, riducendo la competitività e bloccando la crescita del Paese. La disoccupazione giovanile e femminile ha ormai raggiunto livelli da tragedia civile, ed una profonda riforma del settore ormai si impone: i liberali sono perciò convinti sostenitori delle riforme annunziate dal Governo Monti in materia, allo scopo di equiparare al massimo possibile tutti i lavoratori attuali e potenziali, nella consapevolezza che il lavoro degli “insider”, quando eccessivamente protetto, genera precarietà e povertà in chi ne è escluso e finisce per scoraggiare gli investimenti impedendo la crescita dell’economia.
    Quello delle pari opportunità è un principio fondamentale per i liberali: tutti i cittadini devono potere accedere al lavoro secondo le loro effettive capacità e non in ragione delle protezioni propiziate da caste, categorie, sindacati, ordini professionali, clientele politiche o anche solo da rapporti amicali.
    I liberali si fanno quindi promotori di una alleanza tra le classi sociali e le generazioni: va garantita ai più deboli ed ai giovani l’eguaglianza nei punti di partenza, ed ai migliori la possibilità di emergere liberamente diseguali, in ragione delle loro capacità propiziate da una scuola di eccellenza, che è il fondamentale ascensore sociale di una società libera e giusta; anche per questo, occorre procedere, sia pure per gradi, verso l’abolizione del valore legale dei titoli di studio, a partire dall’eliminazione dell’incidenza del voto di laurea, che, in presenza di un’offerta didattica così disomogenea, non è significativo del livello di un titolo; e quanto ai disabili, specie giovani, è proprio nel percorso scolastico che essi hanno necessità di essere maggiormente garantiti, perché tocca alla scuola il compito di metterli in grado di competere al meglio possibile coi loro coetanei meno sfortunati.
    In tale contesto, appare necessaria una rivisitazione della disciplina ordinistica delle professioni che, senza indulgere ad una inammissibile concezione mercantile, possa facilitare ai giovani più dotati l’accesso iniziale, lasciando alle loro capacità la possibilità di coltivarle con profitto, e garantendo al contempo il continuo ed effettivo aggiornamento professionale di tutti gli addetti, anche per evitare che le professioni diventino mere aree di parcheggio per disoccupati cronici.
    In particolare, all’avvocatura, che in Parlamento è tanto ricca di virtuali rappresentati quanto povera di reale rappresentanza politica, va celermente garantita l’approvazione della nuova legge professionale, storica rivendicazione sino ad oggi disattesa anche per inerzia ed incuranza degli stessi avvocati che siedono in Parlamento.

    5) Il PLI ritiene che le relazioni sindacali debbano orientarsi verso l’introduzione di un contratto nazionale minimo di lavoro, essenzialmente finalizzato alla parte normativa ed al minimo vitale, lasciando il resto alla contrattazione territoriale ed aziendale.
    Ogni lavoratore deve essere uguale agli altri nei diritti e nei doveri di base: salvo casi particolari dovuti alle peculiarità di taluni settori, e mentre si va ad incidere sulle rigidità del sistema, occorre disincentivare le forme atipiche di lavoro precario, surrettiziamente finalizzate a sfuggire a quelle rigidità; tutti coloro che prestano la loro opera subordinata hanno diritto ad un contratto a tempo indeterminato, mentre va lasciata all’imprenditore la possibilità di interromperlo, salvo indennizzo, per motivazioni aziendali o disciplinari, con la creazione di un’adeguata copertura assicurativa che consenta al lavoratore di avviarsi verso una nuova occupazione.
    Al contempo, anche il rapporto di pubblico impiego va profondamente rivisitato, equiparandolo normativamente a quello dei lavoratori del comparto privato: è inconcepibile che, a fronte di lavoratori privati esposti al rischio d’impresa, vi siano pubblici dipendenti illimitatamente garantiti, in termini che finiscono per gravare sulla fiscalità generale, come è inammissibile che le garanzie del pubblico dipendente siano fonte di clientele e di consenso elettorale, quando non di rapporti criminali.

    6) Va altresì attuata una profonda sburocratizzazione del Paese ed una lotta senza quartiere agli sprechi della politica e della pubblica amministrazione, con una profonda rivisitazione dei flussi di spesa: gran parte della spesa pubblica è clientelare ed improduttiva, e finisce per drenare risorse, già scarse, e generare sprechi; in particolare, il sistema delle consulenze esterne nelle pubbliche amministrazioni e negli enti statali va profondamente rivisto, dovendosi invece trovare nelle professionalità interne la risposta ad eventuali esigenze, mentre, in casi limite, ci si potrà rivolgere alle Università pubbliche, con un tariffario vincolato.

    7) Per abbattere un debito pubblico divenuto ormai insostenibile, è necessario intraprendere un serio programma di alienazione del patrimonio statale e degli enti locali, essendo impensabile che tale compito possa essere affidato alla fiscalità ordinaria, ormai giunta a livelli da espropriazione; mentre si procede alla razionalizzazione e riduzione della spesa statale, occorre quindi rimodulare il carico fiscale, spostandolo sui percettori di rendite ed invece liberando risorse a favore dei produttori di reddito; l’evasione e l’elusione fiscale, che alterano la libera concorrenza e mortificano i cittadini onesti, vanno combattute non solo con un’efficace azione di controllo, ma soprattutto in prevenzione, introducendo la pratica del conflitto virtuoso tra produttori e consumatori, ai quali va consentita una significativa detrazione del costo di beni e servizi, che è poi l’unico sistema in grado di favorire l’adempimento spontaneo degli obblighi fiscali (tax compliance).

    8) E’ necessario abolire del tutto le pubbliche sovvenzioni agli organi di stampa, mentre va drasticamente ridimensionato il sistema dei rimborsi elettorali ai partiti, da commisurare alle spese effettivamente sostenute, mentre è necessario introdurre la certificazione dei bilanci dei partiti ad opera di un organismo neutrale e va incentivata la possibilità per i cittadini di finanziare direttamente il partito di riferimento.
    Anche il sistema delle indennità parlamentari andrà rivisitato: i Liberali sono consapevoli che si tratta di uno strumento di libertà e di civiltà, contro la deriva plutocratica ed aristocratica della politica. Tuttavia, è ormai evidente che esso si è nel tempo trasformato in un privilegio di casta: sia l’indennità parlamentare sia il sistema dei vitalizi vanno pertanto resi conformi alla media dei grandi paesi europei, tutti i rimborsi forfettari andranno aboliti, ed il parlamentare potrà ricevere solo un rimborso a piè di lista per le spese sostenute nei giorni di effettiva presenza in Parlamento, entro massimali prestabiliti, in modo da garantire il decoro della funzione parlamentare senza degradare in odiosi privilegi.
    Lo scandalo di assistenti parlamentari fasulli o sottopagati va fatto cessare, facendoli direttamente retribuire dalla Camera di appartenenza su indicazione del parlamentare, con contratti a termine e con divieto di altri incarichi in costanza di rapporto.

    9) Il laicismo, tema fondamentale per i liberali, va inteso nel senso corretto di terzietà e neutralità delle istituzioni rispetto alla sfera delle convinzioni e delle aspirazioni dell’individuo: per i Liberali, lo Stato non può in nessun caso influenzare con la legge la libertà delle scelte personali, specie sui temi eticamente sensibili, così come non può mettere vincoli alla ricerca scientifica, senza la quale l’Italia è destinata a restare ultima tra le società evolute.
    In tale contesto, è insopprimibile la libertà di scelta della donna sulla prevenzione e sull’interruzione di gravidanza; l’eventuale obiezione di coscienza dei medici, pure ammissibile, non potrà debordare sino alla negazione di quel diritto, mentre va trovato adeguato spazio per affermare il concorrente diritto alla paternità, senza tuttavia vanificare la scelta finale della donna.
    I liberali sostengono il principio costituzionale che vuole la famiglia come nucleo fondamentale della società, fondata sul matrimonio civile; ma sono del pari consapevoli che è gravemente discriminatorio, in ragione del sesso, il rifiuto di riconoscere dignità di rapporto legale alle diverse unioni che aspirano alla loro legittimazione di fronte alla società: una comunità familiare si caratterizza prima di tutto in ragione dei legami affettivi, di solidarietà e di mutuo sostegno che si vengono a creare fra chi ne è parte, e non sembra essenziale, ai fini della civile declinazione di queste caratteristiche, soffermarsi sul sesso dei suoi protagonisti.

    10) I liberali sono europeisti per antica convinzione, e da sempre sostengono la necessità dell’Europa politica, senza la quale non potrà reggere a lungo nessuna comunità economica.
    Ferma restando l’incrollabile fiducia nei valori delle democrazie occidentali e nella solidarietà transatlantica con le grandi democrazie americane, i liberali sono convinti della necessità di intensificare la collaborazione coi paesi del Mediterraneo, basata sull’inclusione e sull’accoglienza, come chiave di volta per stabilizzare quelle nascenti democrazie e per favorire un graduale processo di laicizzazione delle loro istituzioni.
    Anche in tale prospettiva, i liberali ritengono che con Israele e Turchia occorra implementare una significativa forma di associazione permanente, nella speranza che sia presto possibile una loro più stretta integrazione nell’Unione Europea.
    ******************
    Sulla base di questo decalogo liberale, significativo ma non esaustivo del suo impegno politico, il PLI proseguirà nella scelta di marcare, nell’autonomia, la propria individualità, mentre si ritiene impegnato a promuovere ogni sinergia politica che consenta di rafforzare l’Agenda Liberale del 21° secolo.
    Il 28° Congresso Nazionale del PLI, condivide ed approva la relazione del Segretario Nazionale on. Stefano de Luca ed indica come obiettivo strategico del Partito quello di rendersi promotore di un percorso costituente per l’aggregazione di tutti i liberali italiani, sia di quelli della diaspora apertasi nel 1994, sia, e soprattutto, di quei tanti altri che, specie tra le nuove generazioni, sono oggi nuovi sostenitori del liberalismo democratico europeo ed internazionale, che trova le sue emblematiche espressioni nel Partito Europeo dei Liberali Democratici e Riformatori (ELDR) e nell’Internazionale Liberale (L. I.), alle cui organizzazioni il PLI intende aderire.
    E quindi, mentre ribadisce la propria collocazione alternativa rispetto all’attuale bipolarismo italiano, il PLI, tenendo conto delle esigenze scaturenti dalla normativa elettorale, si propone di costruire e rafforzare alleanze politiche ed elettorali sia coi movimenti dichiaratamente liberali, sia con tutte le altre espressioni laiche della politica e della società civile, disposte a costruire coi liberali l’Italia del Futuro.

    Più liberali, più liberi!

    Firme: Enzo Palumbo, Carla Martino, Renata Jannuzzi, Salvatore Buccheri, Riccardo Dinucci, Nicola Fortuna, Claudio Gentile, Enzo Lombardo, Marco Marucco, Giancarlo Morandi, Antonio Pileggi, Marco Sabatini, Francesco Sisca, Roberto Sorcinelli, Eugenio Barca, Jacqueline Rastrelli, Grazio Trufolo, Mario Rampichini ed altri 110 delegati.

  6. Proprio oggi alle 17 a Milano in via Benedetto Marcello 26, Magdi Cristiano Allam presenta in conferenza stampa la candidatura del movimento “Io amo l’Italia” alle prossime elezioni politiche del 2013. Credo possa rappresentare una base valida su cui costruire ciò che manca. Qui ci sono i dettagli: http://www.ioamolitalia.it/

  7. Christian Bazzucchi scrive:

    tutto giusto tutto condivisibile
    io credo che singolarmente ognuno di noi debba coordinare i propri “conoscenti” sul territorio, ma serve poi qualcuno che faccia la summa di tutto noi “piccoli” e faccia da punto di riferimento. Non so chi, a me starebbe bene lei, Martino, Ostellino, Lottieri, volendo anche Giacomo Zucco dei TPI, che ne so? però ci vuole qualcuno, appunto, di riconosciuta adamantina fede liberale a livello nazionale che rappresenti un sicuro punto di riferimento per tutti noi

    • enzo palumbo scrive:

      E’ giusto, da qualcosa si deve comninciare. Sta di fatto che il punto di riferimento, se si vuole, c’è già, come risulta dal mio precedente commento.
      Ancorché piccolo, il PLI è l’unico che ha tenuto in piedi la bandiera dell’identità, quando tutti correvano a rifugiarsi dentro i contenitori di plastica he volevano essere “tutto” senza essere “niente”..
      Ovviamente, si tratta di un punto di partenza, e poi,…vedendo facendo!

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