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Meeting Rimini 2012. Intervista a Julien Ries

agosto 18, 2012 Rodolfo Casadei

«Le tombe sono la testimonianza di quello che l’uomo pensa che avvenga dopo la morte». Il ritorno di Julien Ries a Rimini

Cinquantamila anni fa – quarantacinquemila anni prima della nascita delle grandi civiltà mesopotamiche – nelle grotte di Shanidar, sui monti Zagros, nell’attuale Kurdistan iracheno, una comunità di uomini di Neanderthal dispose in cerchio dei blocchi di pietra e trasformò lo spazio delimitato in una lettiera di fusti di efedra; quindi lo adornò di fiori gialli di senecione mescolati a fiori blu di muscari e bianchi di achillea. Vi depose il corpo inanimato di un adulto fra i 35 e i 40 anni, appoggiato sul lato sinistro e piegato in posizione quasi fetale. Cosa spinse quei primitivi, quotidianamente impegnati nella lotta per la sopravvivenza, a mostrare tanta cura per i resti di un morto? Ad anticipare un gesto che milioni di uomini compiranno migliaia di anni dopo di loro?

«Quelle piante e quei fiori, che hanno poteri curativi, sono un simbolo dell’immortalità. L’essere umano presenta una coscienza religiosa sin da quando era homo habilis, due milioni e mezzo di anni fa, e da allora l’ha sempre sviluppata attraverso i millenni». A 92 anni padre Julien Ries è ancora lo storico delle religioni e l’antropologo religioso più importante del mondo, e da febbraio è anche cardinale della Chiesa cattolica. In Italia la sua opera omnia è tradotta da Jaca Book, che prima della fine dell’anno editerà un nuovo testo sul tema: sopravvivenza, aldilà e immortalità nel pensiero religioso dell’umanità. Al Meeting di Rimini ha tenuto i suoi seminari sul sacro nella storia dell’uomo per ventitré edizioni di seguito, dal 1982 al 2004, e nonostante l’età e gli acciacchi non poteva certamente mancare a un’edizione intitolata, come quella di quest’anno, “La natura dell’uomo è rapporto con l’infinito” . Parteciperà dunque lunedì 20 agosto in teleconferenza all’incontro che ha per titolo, evidentemente in suo onore, “Homo religiosus”. Mentre venerdì 24 agosto verrà presentata la riedizione del suo libro che più ha avuto successo: L’uomo e il sacro nella storia dell’umanità.

 

La posizione eretta

Ha scritto Fustel de Coulanges, lo storico francese autore de La città antica: «La morte fu il primo mistero. Mise l’uomo sulla via degli altri misteri. Elevò il suo pensiero dal visibile all’invisibile, dal transitorio all’eterno, dall’umano al divino». Ries è d’accordo solo in parte: «L’uomo ha avuto coscienza della vita prima di avere coscienza della morte. E il cosmo, il mondo, hanno avuto un’influenza decisiva nell’emergere della sua coscienza religiosa. Il passaggio decisivo è la conquista della posizione eretta: l’uomo ha potuto alzare lo sguardo verso la volta celeste, distinguere un alto e un basso, e lì è nato un simbolo primordiale. Ha notato i movimenti del sole, della luna, degli astri, dell’intera volta celeste, e in lui la coscienza dell’infinito si è fatta strada. Le sue mani libere, non più appoggiate a terra, hanno costruito i primi utensili, e ha avuto coscienza di essere creatore. Dunque credo che bisogna correggere un po’ De Coulanges: l’uomo ha avuto coscienza della vita e dolorosamente della morte come rottura della vita. Di quello che pensa che avvenga dopo la morte, le tombe sono la testimonianza: il “linguaggio” delle tombe è molto importante».

 

La casa del defunto

La visione del cielo stellato e del mondo ha fatto maturare la coscienza religiosa latente nell’uomo, il mistero della morte lo ha spinto a collegare infinito, eterno e immortalità. Attraverso rito, mito e simbolo. Perché, come dice Ries, «nell’uomo “in fieri” la coscienza religiosa cresce insieme alla coscienza simbolica e alla coscienza estetica». Le tombe degli uomini preistorici e degli antichi hanno senso solo nella prospettiva di una vita dopo la morte. Una vita che alcuni popoli e religioni rappresentano secondo modalità molto materiali, altri in modo più spirituale. «Gli etruschi si rappresentano l’aldilà come il presente: il defunto ha la sua casa, il suo lavoro, le battute di caccia, eccetera. Presso gli egizi le visioni della vita dopo la morte sono due: quella legata al culto di Osiride, il dio della vita e della morte, è più materialista, più coincidente con le attività della vita terrena, quella legata alla teologia di Tebe, al culto del sole, è più spirituale: nell’aldilà il defunto si muove insieme col sole; si alza, si muove e torna a dormire secondo il ritmo solare. Presso i celti, che per guide religiose avevano i druidi, sacerdoti-poeti, il paradiso è musicale: si trascorre il tempo in modo gradevole suonando e ascoltando musica. Per il buddhismo l’infinito è il Nirvana, cioè la cessazione di ogni dolore umano, il riposo definitivo. Per i popoli mesopotamici, al contrario, anche nell’aldilà l’uomo fatica, è quasi uno schiavo degli dèi. Per pitagorici e platonici i defunti fanno esperienza di una luce eterna, salgono nel mondo siderale per entrare in una vita luminosa che è quella della “lux perpetua”. In Cina e in Africa il rapporto con gli antenati è la dimensione più importante della vita nell’aldilà».

 

L’amore dei vivi per i propri cari

In tanta varietà di soluzioni post-mortem, ci sono alcuni fattori comuni alle diversissime idee sull’immortalità. «Il fattore comune è il rapporto fra il modo in cui la persona ha vissuto, il senso della sua vita, e quello che succede dopo la morte: c’è una continuità, si prosegue sulla stessa strada. Questo è così per gli etruschi come per i celti, per i germani come per i romani e i greci, in Cina, India, Tibet, eccetera. Poi c’è il fattore comune rappresentato dal rito: per entrare nell’immortalità bisogna compiere dei riti, quasi sempre dei sacrifici. Sacrifici centrati sul fuoco, originari dell’India, sono molto diffusi. Il rituale è ovunque decisivo nella preparazione all’immortalità».

Il rituale rimanda all’affetto dei vivi per i morti, al ruolo dell’amore umano nell’affermazione dell’immortalità dei propri cari. «Il passaggio da questa vita all’altra va preparato, di questo si occupano i vivi. Vengono messi a disposizione del defunto utensili, cibo, valori, tutte cose di cui può avere bisogno. A volte la preparazione è un lavoro oneroso; pensiamo agli egizi: preparano il corpo del defunto per l’immortalità, lo svuotano degli organi tranne il cuore, lo mummificano, praticano i riti dell’apertura della bocca, degli occhi e delle orecchie, mettono una pergamena di papiro attorno al volto, perché il defunto disponga di tutte le istruzioni che lo aiuteranno a vivere felice nell’aldilà». A volte l’affetto implica l’attenzione a ricreare il legame dell’amore materno: in Palestina, in una delle prime tombe di cui si ha conoscenza, risalente a quasi centomila anni fa, sono stati inumati una donna e il suo bambino, deceduti in momenti diversi.

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