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Marie Thérèse, la profuga politica ruandese che fa rinascere le donne

settembre 14, 2011 Benedetta Frigerio

Marie Thérèse Mukamitsindo è scappata in Italia dalla guerra civile ruandese nel 1996. Nel 2004 fonda la Cooperativa Sociale Karibu, in provincia di Latina, dove dà casa a cento donne profughe l’anno e le aiute a superare le violenze subite. Racconta a Tempi.it: «Alcune ragazze non sanno neanche più di esistere. Io poggio tutto su un altro, perché le mie donne poggino su di me. Solo lo sguardo di Cristo, infatti, può penetrare il cuore e rispondere ai bisogni più profondi»

«Quando sono arrivata in Italia mi hanno trattato come un’immigrata e questa è una violenza». Sono le parole di Marie Thérèse Mukamitsindo, scappata dalla guerra civile ruandese dove ha perso tutto quello che aveva. «Non basta prendere la gente, metterla nei centri e assisterla. Così non si accolgono ma si rovinano le persone e i profughi sono persone e come tali vanno trattati». Ora Marie Thérèse, che nel suo paese prima della guerra era assistente sociale, è riuscita a “rinascere” e aiuta altre rifugiate a «tornare a vivere». «Arrivai a Roma – spiega la donna – nel 1996. Mi misero in un centro per immigrati con i mie quattro figli. Non mi sentivo trattata da donna e madre: la direttrice si metteva al mio posto nella cura dei figli e in tutto quello che mi spettava». Perciò, Marie Thérèse inizia a passare ore in Chiesa: «Stavo sempre davanti al mio Signore. Quello che, come mi diceva papà da bambina, sta imprigionato nel tabernacolo senza che nessuno vada a trovarlo. Lui mi ha dato la forza per rifarmi una vita. Piano, piano la Comunione e la preghiera mi hanno ridato forza». Marie Thérèse inizia così a fare la badante e riesce a comprare casa. Poi si fa riconoscere la laurea in assistenza sociale e nel 2001 stende un progetto di accoglienza, integrazione, assistenza, con interventi anche in materia di rimpatrio volontario, per donne richiedenti asilo, rifugiate e beneficiarie di protezione umanitaria.

Da un progetto del febbraio 2004 nasce la Cooperativa Sociale Karibu, a Sezze, in provincia di Latina. Da cui ormai sono passate migliaia di donne. Ma quanto ci restano qui? «Dipende dalla persona, in media un anno, se serve di più. Abbiamo alloggi e laboratori di cucina, cucito, lingua e teatro. Io voglio che queste donne riprendano in mano la loro vita e possano poi rendersi autonome. Le aiuto con i documenti e a capire questo paese, di cui non sanno nulla». Chi arriva alla cooperativa ha spesso subìto violenze inaudite in patria, sui barconi, a volte anche in Italia. «Alcune ragazze non sanno neanche più di esistere, sono chiuse in loro stesse». Sfondare i muri del silenzio e della paura richiede tempo, e pazienza. «Io le accolgo tutte, anche se mentono, anche se sbagliano. Le correggo, ma le riprendo. Non si può immaginare cosa hanno nel cuore dopo quanto passato». Di solito si aiuta quando si è certi che gli sforzi andranno a buon fine: «Io sono cristiana. Il mio Signore mi perdona sempre. A me ha dato tutto e io ridò quanto ricevo».

Sembra non cedere mai Marie Thérèse, «ma non è così: dico sempre che le battaglie che ho fatto non le ho combattute io. Ho solo seguito il Signore che apriva la strada. Quando faccio di testa mia iniziano i pasticci. Allora dico: “Signore fai tu” e lui davvero fa capitare sempre quel che serve». Se aveste fede quanto un granellino di senapa… «Non agisco mai per sforzi di volontà: io ho una spinta dentro che mi mette il Signore e che mi fa avvicinare a chi ha bisogno. A volte mi pare di stare fisicamente ai piedi della croce. Non vorrei stare altrove. Questa è la mia vocazione. Sono nata per questo. Poi, credo che chi sta con il Signore non possa non sentire il bisogno dell’altro». Qualcosa ci mette anche lei? «Io decido solo di stare con chi amo. Lui fa il resto: mi ha fatto incontrare degli amici che mi sostengono e che me ne hanno fatti incontrare altri con cui ho realizzato diversi progetti. Anche i finanziamenti, sono sempre giunti al momento giusto». Collabora anche con il ministero degli Interni. «Grazie a Dio riusciamo a dare casa a cento donne l’anno, con un organico di 35 persone. Ora, poi, siamo rientrati nel 5 per mille».

In sintesi qual è il suo metodo? «Poggiare tutto su un altro, perché le mie donne si poggino su di me. Non mi importa in cosa credono, sanno bene chi mi muove e chi mi dà la forza. Per lo stesso motivo lavoro con chi ha la mia fede. Perché solo lo sguardo di Cristo può penetrare il nostro cuore e rispondere ai nostri bisogni più profondi. Senza? Come comprendere davvero tutti quelli di queste donne? Come aiutarle a prenderne consapevolezza? Come dare loro continua fiducia, come Gesù fa con noi?». E come cambiano queste donne? «Quando ricominciano a prendere in mano la loro vita rinascono. Sono come bambine, che diventano adulte perché qualcuno le aiuta a capire come realizzare quello che hanno in cuore. A un certo punto riscoprono di essere ancora al mondo, non più in un incubo».

Forse, davanti all’emergenza profughi, si dovrebbe parlare più di come accogliere. «Bisogna sempre precisare: un conto sono quelli che scappano per lavorare, quando in Italia lavoro non c’è. Un conto sono i profughi politici. Comunque sì, l’assistenzialismo senza educazione è inutile». Non fa i miracoli che si vedono qui. Donne che dopo anni di silenzi tornano a ridere. «Mi ricordo – conclude Marie Thérèse – che dopo la guerra mi ero dimenticata di cosa fosse una risata. Per molto tempo nel vedere qualcuno ridere di gusto mi domandavo cosa provasse. Non lo ricordavo più. Per questo qui si lavora, ma si fa anche festa. E ci aiutiamo a capire che l’importante è che ora ci siamo: in questo momento c’è qualcuno che ci vuole, il resto è passato. E così si arriva anche a sdrammatizzare storie di una violenza tale che solo a sentirle ci sarebbe da rabbrividire».

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