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Mandelbrot, i frattali e i banchieri. Una semplice spiegazione matematica del perché siamo in crisi

settembre 13, 2015 Giovanni Passali

Ecco perché i signori della finanza non hanno mai accettato le conclusioni (corrette) del matematico polacco. Ed ecco perché «sappiamo così poco di come si diventa ricchi o poveri»

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Prima di proseguire sulla mia analisi della crisi economica e sulla pertinenza dei princìpi espressi dalla Dottrina Sociale della Chiesa, ci tengo a chiarire che ritengo stucchevole l’acceso dibattito sul presunto monetarismo della Bce o sul presunto dominio delle politiche keynesiane. Siamo nel pieno di una “tempesta perfetta”, una spaventosa crisi economica mondiale che già sta mietendo migliaia di vittime (basti pensare, oltre ai suicidi di casa nostra e all’aumento di mortalità infantile in Grecia, ai migliaia di profughi deceduti in mare). Perdersi a discettare delle (interessanti!) teorie keynesiane o della Scuola Austriaca (o di Chicago!) mi sembra veramente tempo perso.

Mi è stata segnalata una pagina web che contiene presentazioni delle teorie keynesiane e austriache con bellissimi grafici con tante linee rette. Peccato che la realtà finanziaria ed economica non vada così, ma segua andamenti di tipo esponenziale, come quelli (già mostrati nel mio primo articolo per tempi.it) della crescita del debito o della stampa di moneta. A questo punto, però, delle scuse mi sembrano obbligatorie. Chiedo perdono se ho dato per scontato ciò che invece, a giudicare dal tono di alcuni commenti ai miei articoli, ovvio evidentemente non era. Faccio le mie scuse ai lettori e procedo con la spiegazione di quanto dovuto.

Il tentativo di guardare alle teorie passate e di dare un giudizio critico è giusto e intelligente, corrisponde al buon senso di capire la storia per imparare dal passato. Ma detto ciò, vanno anche considerati i limiti di questo approccio. Keynes è morto nel 1946; von Mises nel 1973; von Hayek nel 1992 alla veneranda età di quasi 93 anni. Le idee espresse da questi campioni dell’economia mondiale risultano inevitabilmente datate. Oggi il mondo in cui viviamo è completamente cambiato, è completamente diverso. E questo non dipende solo dalle condizioni sociali o dalla presenza di strumenti finanziari allora sconosciuti. Ci sono tre fattori sostanziali che occorre riconoscere per non prendere per oro colato certe affermazioni oggi insostenibili.

Tre fattori fondamentali
Il primo fattore di cui occorre tenere conto è che il mondo industriale ed economico è radicalmente cambiato dopo la Seconda Guerra mondiale. Da allora fino ad oggi, con il progresso tecnologico raggiunto, l’umanità per la prima volta nella sua storia ha la capacità di provvedere in maniera abbondate al proprio sostentamento. Come probabilmente noto a molti lettori, con la produzione alimentare attuale saremmo in grado di sfamare una popolazione doppia rispetto a quella che abita il pianeta terra. Ma allora, i politici, gli economisti e soprattutto le istituzioni internazionali dovrebbero avere vita facilissima a indicare modelli e trovare soluzioni per offrire a tutti una vita almeno accettabile, priva di preoccupazioni almeno per il sostentamento quotidiano. Inoltre lo sviluppo della scienza e le applicazioni tecnologiche degli ultimi cinquant’anni hanno amplificato enormemente le capacità umane, rendendo la vita umana molto più lunga e aumentando in maniera enorme la produttività del lavoro e il tempo di lavoro durante tutta una vita.

Il secondo fattore è quello della struttura bancaria e monetaria. Tutti i personaggi citati hanno avuto modo di vedere all’opera e studiare gli effetti distruttivi dell’eccesso di potere della finanza speculativa, manifestatisi con la Grande Depressione del 1929. Ma a quel problema era stato trovato il giusto freno con la Glass-Steagall del 1933, cioè la legge che divideva le attività bancarie tra raccolta di risparmio e attività finanziaria speculativa. Credo che nessuno di loro potesse immaginare un’epoca futura nella quale questo indispensabile vincolo dell’attività bancaria fosse abolito. Eppure è quello che è avvenuto alla fine del secolo scorso in tutto il mondo moderno (con sospetta sincronia). Con l’attuale struttura il potere di chi stampa moneta è enorme. Di questo aspetto occorre tenere conto in maniera sostanziale.

Il terzo fattore è quello del passaggio di consegne da un potere all’altro. Come con l’epoca dell’industrializzazione il potere è passato dai grandi proprietari terrieri (i latifondisti) ai grandi industriali, così con l’esplosione dei mercati finanziari e della tecnologia il potere è ormai passato dall’industria e dalla capacità produttiva al potere finanziario e monetario, cioè al potere di chi stampa moneta. E qui bisogna rendersi conto che nel modello oggi vigente la finanza domina sull’economia reale, ma la moneta domina sulla finanza. E sugli Stati, da quando le banche centrali si sono sottratte ad ogni controllo, in nome di una presunta indipendenza. Questo è il motivo fondamentale per cui papa Francesco si è scagliato contro il dominio e il governo della moneta: «Il denaro deve servire e non governare!» (Evangelii Gaudium, n. 58).

Perché non sono keynesiano
Se proprio fossi costretto a fare una scelta, sicuramente propenderei per Keynes. E il motivo fondamentale consiste proprio nella sua fissazione sul problema dell’occupazione, fino ad affermare che il governo, in caso di necessità, dovrebbe arrivare a pagare i disoccupati per scavare buche. Ma bisogna pur dire che Keynes pensava a questa soluzione estrema solo quando, in periodo di recessione, tutti gli altri strumenti siano stati utilizzati e non siano sufficienti. E questo mi pare corrisponda in pieno alla Dottrina Sociale della Chiesa, nel punto in cui afferma che «il lavoro, per il suo carattere soggettivo o personale, è superiore ad ogni altro fattore di produzione: questo principio vale, in particolare, rispetto al capitale» (Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, n. 276). Un altro elemento, forse pittoresco, che mi rende simpatico Keynes è la sua origine matematica (all’università si iscrisse a Matematica, poi passò a Economia). Ma la mia sintonia con Keynes finisce qui.

Keynes sicuramente era contrario a una definizione dell’economia come scienza esatta, che possa essere definita con strumenti matematici; per lui l’economia era una scienza sociale. Non posso dargli torto, soprattutto considerando quello che era la matematica dell’epoca.

Ma a parte questo, le idee di Keynes oggi sono semplicemente inapplicabili. E a riprova di ciò, cito il manifesto per uscire dalla crisi dei moderni keynesiani tratto dal loro sito: le ricette proposte alla fine di quel documento sono in gran parte inefficaci nel contesto attuale, e in alcuni punti totalmente inaccettabili e contrarie alla Dottrina Sociale («favorire la riduzione del peso del debito pubblico attraverso la crescita… favorire chi ha maggiore propensione al consumo… favorire la centralizzazione dei capitali…»). Inoltre c’è un enorme buco nero: nessuna considerazione sull’euro come strumento distruttivo dell’economia reale. Questo vuol dire non vedere il problema più grosso.

La finanza è frattale
Ora, rifiutando l’etichetta di keynesiano, se proprio devo subirne una (oltre a quella di “cattolico”), scelgo di essere nominato come seguace di Mandelbrot, o in alternativa come “economista frattale”. Mandelbrot infatti è quel genio matematico scopritore dei noti frattali, cioè quelle figure geometriche reperibili in tantissimi aspetti e forme della natura (oltre ad affascinanti e colorate forme geometriche disegnate al computer). Ma Mandelbrot affrontò anche problematiche presenti nell’economia e nella finanza. Si occupò della distribuzione delle ricchezze e della frequenza degli eventi straordinari, quelli per i quali una generazione vede dissolversi in pochissimo tempo il benessere tanto faticosamente conseguito.

Mandelbrot inizia a studiare queste problematiche nei primi anni Sessanta, ma agli inizi degli anni Ottanta molte sue pubblicazioni hanno reso noti alla comunità scientifica i risultati dei suoi studi. E quei risultati conducono a conclusioni difficili da accettare per la comunità degli economisti, poiché contraddicono tutta la teoria classica e tutti gli sforzi fatti per comprendere l’andamento dei mercati finanziari. Tali sforzi poggiavano le proprie considerazioni sull’idea che l’andamento dei mercati finanziari fosse sostanzialmente casuale nel breve periodo e quindi non prevedibile. Tale casualità rende il mercato non manipolabile, quindi i prezzi di mercato saranno frutto unicamente delle forze agenti sulla domanda e sull’offerta di un determinato bene. Questo aspetto è essenziale, perché altrimenti viene a crollare l’ipotesi che il libero mercato sia fautore del “giusto prezzo”.

Ma la conseguenza della presunta casualità e imprevedibilità delle oscillazioni di prezzo è che la distribuzione delle oscillazioni di prezzo dovrebbe corrispondere a una linea curva nota – per chi ha qualche infarinatura di matematica da liceo – come “gaussiana”. In una curva gaussiana (con la sua tipica forma a campana) il punto più alto corrisponde al valore medio dei dati osservati. In questo caso stiamo parlando delle variazioni di prezzo. Quindi, osservando le variazioni di prezzo di un certo asset (potrebbe essere il prezzo del petrolio o un indice di borsa come l’italiano S&P Mib), il valore medio di tutte le oscillazioni sarà pure quello che si verifica con maggiore frequenza. Le estremità di questa curva rappresentano invece i casi rari, cioè quelli nei quali le oscillazioni saranno prossime allo zero oppure, al contrario, saranno oscillazioni di mercato.

Ebbene, gli studi di Mandelbrot condotti sui dati dei mercati finanziari hanno prodotto come risultato una curva che appare leggermente diversa (sempre una curva a campana) ma i cui valori sono, in rapporto, straordinariamente differenti. Voglio dire che il rapporto tra un evento che ha la probabilità di verificarsi una volta su mille e uno che ha la probabilità di uno su un miliardo, riportati su un grafico avranno una distanza reciproca praticamente indistinguibile a occhio nudo. Il problema è la realtà: un evento catastrofico, che si crede pochissimo probabile, si realizzerà invece con una probabilità di un milione di volte superiore.

Per fare il caso concreto: si crede che un evento come la Grande Depressione abbia (per esempio) una probabilità di verificarsi una volta ogni cento milioni di anni, invece la sua probabilità reale è di una volta ogni cento anni. Così l’ideologia oggi dominante ci sta conducendo a folle velocità lungo il bordo di un burrone, mentre continuano a dirci che va tutto bene. Ma non sono più in grado di controllare e capire l’andamento dell’economia, tanto è vero che continuano a sbagliare giudizi e previsioni e nonostante questo continuano a riproporre le loro ricette sbagliate. Quasi tutte le previsioni di crescita del Pil del Fondo monetario internazionale, da quando è scoppiata la crisi, si sono poi rivelate completamente errate: quasi l’80 per cento di previsioni sbagliate da allora (dal 2008), e continuano a proporre la stessa ricetta sbagliata. Lo hanno fatto con la Grecia, richiedendo tagli e privatizzazioni e prevedendo la crescita del Pil: hanno sbagliato, ma qual è la nuova ricetta? Sempre la stessa! Austerità! Pareggio di bilancio! Cessione di sovranità!

Lo stesso Mandelbrot ha apostrofato con toni durissimi il comportamento dei principali responsabili del sistema monetario. Lo ha fatto nella sua ultima opera, ben prima che scoppiasse la crisi economica:

«È incredibile che si sappia così poco di come si diventa ricchi o poveri, che siano così oscuri i motivi per cui si può vivere negli agi e in buona salute, oppure in miseria e in malattia. I mercati finanziari sono le macchine in cui si decide gran parte del benessere dell’umanità… Barcolliamo tra una crisi e l’altra. In un mondo collegato tutto in rete, lo scompiglio in un certo mercato si diffonde istantaneamente a tutti gli altri, ma abbiamo solo idee vaghe riguardo alle cause del fenomeno e alle possibilità di controllarlo. Le nostre conoscenze sono così limitate che non facciamo ricorso alla scienza, ma agli sciamani. Affidiamo il controllo dell’economia mondiale a un gruppo di anziani, i direttori delle banche centrali. Non capiamo che cosa fanno né perché lo fanno, ma abbiamo una fiducia cieca nella loro capacità di indurre in qualche modo gli spiriti dell’economia a mandarci il sole e la pioggia e a salvarci dal gelo e dalla pestilenza del mondo finanziario» (Mandelbrot-Hudson, Il disordine dei mercati, Einaudi, 2005).

Anche l’economia reale è frattale
Mandelbrot aveva ben compreso che con il libero mercato, cioè con l’assenza di regole, i mercati finanziari erano liberi di mostrare la propria “frattalità”, cioè di avere degli eccessi di prezzo capaci di mandare in rovina finanziaria delle aziende produttivamente sane. Ma accettare i princìpi di Mandelbrot per gli economisti era troppo: voleva dire buttare nel cestino gli studi degli ultimi quarant’anni e ammettere che il libero mercato era instabile, pericoloso e nella maggior parte dei casi non dava il giusto prezzo. Anche per questo hanno sempre rifiutato i risultati delle sue ricerche.

A riconfermare i risultati di Mandelbrot c’è anche la pubblicazione scientifica dell’italiano Antonio Ballarin, il quale nel 2010 ha dimostrato la possibilità di eseguire previsioni corrette per l’80 per cento dei casi persino sui mercati finanziari e sulle estrazioni al gioco della roulette di un casinò (lo ammetto, sono in conflitto di interessi, io sono stato uno dei coautori). E così il caso non esiste e pure i caotici mercati finanziari risultano prevedibili. E con gli studi matematico-finanziari degli ultimi cinquant’anni possiamo farci un grosso falò.

Ma perché l’economia è frattale? Cosa vuol dire in concreto? Il frattale indica una rottura, una variazione non continua, come un interruttore che può essere solo acceso o spento (non ha mille stati intermedi). Per fare un esempio concreto, se un paio di scarpe costa 100 euro e io ho in tasca 130 euro, allora posso acquistarle; anche se ho 110 euro posso acquistarle; ma se ho 90 euro non posso acquistarle. Il problema è proprio questo: con 90 euro non posso acquistare il 90 per cento di un paio di scarpe. Quindi una variazione continua di denaro nelle mie tasche produce un comportamento economico frattale: posso (oppure non posso) acquistare le scarpe. Se non vi sono altre regole o tutele (per esempio, sovvenzioni per gli indigenti), non potrò comprare quelle scarpe e il venditore ne venderà un paio in meno.

Gli errori del Fmi
Immaginiamo un paese nel quale vi sono dieci negozi di scarpe e ogni abitante compra un paio di scarpe all’anno. Tanto basta ai dieci negozi per avere un onesto profitto dal loro lavoro. Ora immaginiamo, per qualsiasi motivo, che il governo ritenga giusto alzare le tasse sulla casa, in modo che il reddito disponibile per ogni cittadino diminuisce del 5 per cento. Ogni abitante avrà a disposizione meno soldi, quindi, chi si trova in difficoltà non avrà il denaro per comprare le scarpe. Se il 70 per cento della popolazione aveva prima un reddito appena sufficiente, allora quel 70 per cento non comprerà un paio di scarpe. Insomma, con un aumento del 5 per cento delle tasse, si potrebbero avere il 70 per cento dei fallimenti di negozi di scarpe. Questo è quello che succede nella realtà e che gli esperti economisti di oggi, fissati su un modello matematico sbagliato, continuano a non capire.

I professoroni del Fondo monetario internazionale avevano calcolato per la Grecia un “moltiplicatore fiscale” pari a 0,5; cioè secondo loro, con una pressione fiscale aumentata del 2 per cento, la diminuzione del Pil sarebbe stata pari all’1 per cento. Invece la realtà è andata in modo completamente differente: il moltiplicatore fiscale si è dimostrato essere pari a 1,5 e le conseguenze sul Pil greco sono state disastrose. E sono gli stessi che continuano a sbagliare costantemente le previsioni del Pil su tutti i paesi, compresa l’Italia. A questi stessi professoroni sono affidate oggi le sorti dei mercati finanziari mondiali. Sono gli stessi i cui lucrosi stipendi sono spesso assicurati dai maggiori istituti bancari mondiali. Uno su tutti: Goldmann Sachs. Per loro hanno lavorato Ciampi, Prodi, Tommaso Padoa-Schioppa, Bini Smaghi, Monti, Draghi. E la stessa banca, insieme agli altri colossi bancari come JP Morgan, ha i suoi funzionari nel consiglio direttivo della Fed. Lo stesso accade alla Bce e alla Banca d’Italia, dove vi sono gli uomini di Unicredit, Banca Intesa, Mps, eccetera.

Tutti questi continuano a tenere in piedi un modello che in ogni caso produce profitti per il sistema bancario, qualsiasi sia l’andamento dell’economia reale. Se l’economia va bene, i banchieri guadagnano; se va male, vengono salvati da chi stampa denaro e gli altri si arrangiano (devono praticare l’austerità!). Le banche piccole possono fallire, quelle più grandi invece hanno la scusa che sono “too big to fail”. Non a caso il banchiere viene definito come colui che presta l’ombrello quando c’è il sole, mentre lo rivuole indietro quando piove. E non è un caso nemmeno il fatto che il bilancio delle banche centrali non è mai stato così florido, da quando è scoppiata la crisi.

I fallimenti dell’economia sono una manna dal cielo per i grandi banchieri: finiscono con l’acquisire a prezzi stracciati beni reali, cioè aziende a cui hanno prestato denaro che loro creano dal nulla. Come diceva una nota pubblicità, a loro “piace vincere facile”. Contro di noi.

La mossa di Draghi
Questo è il quadro nel quale occorre collocare anche le recenti dichiarazioni di Draghi, per comprenderne la portata. Draghi ha annunciato che il limite per gli acquisti dei titoli di Stato è stato innalzato (dal 25 per cento per ogni emissione al 33). Tutti contenti: i mercati finanziari, in calo da alcuni giorni, hanno avuto importanti rialzi.

Ma nessuno fa la domanda fondamentale: chi paga per tutto questo denaro della Bce? Eh sì, paghiamo noi. Infatti questo è denaro che la Bce utilizza per acquistare dalle banche titoli di Stato che sempre più, con il procedere della crisi, vengono considerati prodotti pericolosi. Le banche quindi prendono denaro, creato dal nulla, a un interesse quasi nullo (0,05 per cento) e lo utilizzano per acquistare titoli di Stato che rendono il 2-3 per cento (o più). E questi interessi sono quelli che paghiamo noi cittadini, con le nostre tasse (a questo servono, non ai servizi). E per l’Italia sono circa 80-90 miliardi di interessi che escono dalle nostre tasche. Ma se uscissero in maniera definitiva, l’economia collasserebbe. Allora rientrano nell’economia reale, sotto forma di nuovi prestiti. Così il debito continua e non diminuisce mai.

Mi viene da ripensare alla boriosa vanagloria con cui Renzi ha annunciato una crescita del Pil superiore alle attese dello zerovirgola: si è ben guardato dal notare che nell’ultimo anno il debito ha sfondato il nuovo record a oltre 2.200 miliardi, in aumento del 3,3 per cento rispetto a un anno fa.

Banca di Stato come il Nord Dakota
Non c’è niente da fare: l’unica soluzione a questo sistema bancario e finanziario fallimentare è una banca di Stato. Come nel North Dakota, non a caso l’unico Stato degli Usa a non avere debiti e ad avere una disoccupazione ridotta a livelli fisiologici. E quella del North Dakota è l’unica banca centrale a non far parte della Fed. Infatti la Fed è una federazione di banche centrali, a cui partecipano le banche centrali degli Stati Usa. Ma non tutti. Nel North Dakota per legge lo Stato e tutti gli enti pubblici devono versare i fondi nelle casse della banca centrale, che li usa non per ottenere utili mirabolanti, né per oliare indebitamente le banche private, ma per aiutare la crescita dello Stato. Di fatto agisce come un’’agenzia di sviluppo economico e dunque sostiene progetti d’i investimento, concede finanziamenti a tassi molto bassi, nonché un numero impressionante di prestiti agli studenti a condizioni eque. Il risultato? Disoccupazione al 3 per cento, debito inesistente e redditi delle persone fisiche in costante aumento. Mentre gli altri Stati Usa, con le rispettive banche centrali strette nella gabbia della Fed, annaspano nei debiti, alcuni al limite del fallimento.

Certo, in Italia tante riforme sono utili. Ma senza una banca centrale al servizio dello Stato (che stampa moneta per lo Stato) ogni altra riforma non impedirà la crescita del debito e il collasso finanziario.

La moneta è un bene comune. Non ha alcun senso che venga creata dal nulla e posta tra i passivi di bilancio, come fanno le banche centrali europee. Occorre che venga messa tra gli attivi di bilancio, come fanno gli Stati quando sono loro a creare moneta (e come oggi accade anche in Italia, con le “monetine” che vengono stampate dallo Stato). Solo in questo modo si può dare una attuazione concreta a quel principio di gratuità enunciato da Benedetto XVI: «Lo sviluppo economico, sociale e politico ha bisogno, se vuole essere autenticamente umano, di fare spazio al principio di gratuità come espressione di fraternità» (Caritas in Veritate, n. 34).

Moneta gratis che faccia emergere un valore positivo: il valore di un popolo che, seppure in mezzo a mille difficoltà, lavora e produce qualità. Solo così la moneta non domina sull’economia reale ma si mette al suo servizio.

Ci tengo a precisare che non sto sponsorizzando un ideale mondo di fiabe nel quale basta stampare moneta, senza che alcuno lavori, per stare tutti bene. Ma la presunta scarsità di lavoro (che è una ipotesi fantastica, perché il lavoro come opere da fare non manca mai), non può essere una motivazione per far mancare il necessario.

Riporto qui le parole di una lettera enciclica: «E a questo proposito occorre osservare che fuori di argomento e bene a torto applicano alcuni le parole dell’Apostolo: chi non vuole lavorare non mangi (2 Tess 3, 10), perché la sentenza dell’Apostolo è proferita contro quelli che si astengono dal lavoro, quando potrebbero e dovrebbero lavorare, e ammonisce a usare alacremente del tempo e delle forze del corpo e dell’anima, né aggravare gli altri, quando da noi stessi ci possiamo provvedere; ma non insegna punto che il lavoro sia l’unico titolo per ricevere vitto e proventi (cfr. 2 Tess 3,8-10). A ciascuno dunque si deve attribuire la sua parte di beni e bisogna procurare che la distribuzione dei beni creati, la quale ognuno vede quanto ora sia causa di disagio, per il grande squilibrio fra i pochi straricchi e gli innumerevoli indigenti, venga ricondotta alla conformità con le norme del bene comune e della giustizia sociale» (Quadragesimo Anno, n. 59-60).

E questo è attuabile concretamente solo se lo Stato stampa la sua moneta, senza indebitarsi con nessuno.

Immagine frattale da Shutterstock


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14 Commenti

  1. Ale scrive:

    ..appunto perché dopo la tragica esperienza della grande depressione è stata abolita la Glass-Steagall del 1933 ?! Chi era al governo in Italia ?? Se non ricordo male Ciampi, laureato alla Normale di Pisa..non uno scemo e mi sembra che Draghi occupasse qualche dicastero chiave per togliere quel vincolo che proteggeva i risparmi in banca..e poi vi incavolate quando si scrive che son tutti d’accordo con lobbies e banche per incaprettarci ?! Altro che precipizio ..loro stanno aspettando un grande conflitto che farà tabula rasa di tutti i loro casini …ucciderà tanta gente..ma non loro e farà ripartire l’economia. I segnali ci sono tutti. I corsi e ricorsi storici e le famiglie di banchieri che hanno dato soldi per fare guerra dall’epoca di Re Sole, si fa per dire, ad oggi sono sempre le stesse. Un caso ?! I nostri politici sono loro marionette. Non è complottismo ma realtà. L’unica cosa che non sopporto e’ che qualcuno abbia pure preso il premio Nobel per la PACE!!! ma se è della stessa pasta dei Bush..guerrafondai. Perché dobbiamo avere la BCE noi europei, struttura privata come la FED degli USA, da cui COMPRIAMO SOLDI a caro prezzo?! Perché abbiamo dovuto rinunciare alla nostra sovranità monetaria ?? Per fare le vacanze senza cambio moneta?! Ne faccio volentieri a meno. Questo è stato l’unico beneficio dell’euro. Solo che con quest’articolo le diranno che crede anche Lei alla teoria del complotto. A me comunque è piaciuto. Stamani ho letto che Cacciari tifa per l’intervento russo in difesa di Assad..comunque meglio dell’IS e lo stesso si chiede perché l’Europa non sia ancora intervenuta contro l’IS che ci ha minacciato, quando in passato siamo intervenuti dietro a loro, gli USA, contro gente che non ci aveva minacciato…Cosa bolle in pentola?? Stanno aspettando di portare l’IS dentro l’Europa con questi flussi per scatenare una grande guerra in Europa?? Ma davvero continuate a credere alla bontà degli “esportatori di democrazia” ?? Non avete capito che sono dominati dalla FED, che appunto e’ una banca privata?! A chi gioverebbe una grande guerra che dal Medioriente si estende a tutta l’Europa?! Cosa c’è stata dopo la grande depressione del 1929? Due grandi conflitti. Spero di sbagliarmi…e che siano bufale.

  2. John scrive:

    Potrebbe darci il titolo della pubblicazione di cui è coautore? Dove si può reperire?

  3. Martino scrive:

    Drammatica oscillazione tra “Aarbeit macht frei” e ‘ora et labora”.
    Passando per una generazione che non ha imparato alcun mestiere: la NEET GENERATION.
    A volte credo che in questo ci sia del dolo…..sbaglierò?

  4. Sindar scrive:

    Mi permetto di segnalare al buon Passali e a tutti i lettori che è uscito un interessante analisi proprio sul primo di questa serie di articoli. La vis polemica è parecchio frizzante ma so che nessuno ne avrà a male…
    :)

    http://www.rischiocalcolato.it/blogosfera/lintellettuale-tossico-quando-non-e-keynesiano-e-signoraggista-120571.html

    • Giovanni Passali scrive:

      Ho letto e mi sto leccando i baffi pensando alla risposta…
      Verificherò con la Redazione la possibilità di una risposta dedicata. In fondo scrivo qui per servire i lettori di Tempi, non altri. 😉

  5. Cisco scrive:

    L’analisi delle teorie passate serve come spunto critico anche per la realtà odierna – come infatti il dott. Passali fa dal primo articolo – perché tali filoni teorici non sono morti con i loro fondatori, ma sopravvivono ancora oggi, sebbene con il prefisso “neo, “post” o “moderno” (come appunto il citato manifesto dei neokeynesiani).
    Il denaro è sempre stato il principale strumento di potere in tutte le epoche, anche se oggi certamente può essere adoperato con tecniche di ingegneria finanziaria prima inesistenti. Ma ciò è vero per le grandi merchant bank (J.P. Morgan, Goldman Sachs etc.) mentre l’indipendenza delle banche centrali dai governi, laddove è prevista, è puramente teorica, dato che nei fatti sono gli stati che ne stabiliscono sia i fini istituzionali che le regole di funzionamento, oltre ad eleggerne i rappresentanti. Per esempio sostenere che Draghi non è influenzato né dal governo italiano né da quello tedesco, o che la Yellen è completamente autonoma rispetto a Obama, è semplicemente ridicolo. Quindi il problema sta proprio nell’arginare il potere dei banchieri d’affari, che speculano fregandosene dell’economia reale: occorre appunto un nuovo Glass-Steagall act, che venne abrogato da Clinton nel 1999. In Italia avevamo la legge bancaria del 1936, abrogata dal governo Ciampi nel 1993. Quindi il problema sono i governi che assecondano le lobby dei banchieri, non la moneta: dato che il denaro governa nella misura in cui è in mano a delle persone, la frase del papa «il denaro deve servire e non governare!» è un chiaro atto di accusa verso gli speculatori e i governi che li assecondano.
    Amare Keynes per la sua fissazione riguardo alla “piena occupazione” significa partire dal presupposto che le altre teorie se ne freghino altamente dell’occupazione, il che è sbagliato. Il punto è che Keynes ritiene che sia appunto lo stato a doversi far carico di questo sforzo drogando la domanda (magari con incentivi per la rottamazione delle auto), mentre la Dottrina Sociale della Chiesa – in particolare i principi di sussidiarietà e solidarietà – indicano nei corpi intermedi (imprese, cooperative, famiglie, libere associazioni di vario genere) i protagonisti di questo compito. Allo stato spetta di creare le condizioni per facilitare il compito creativo dei corpi intermedi, quindi di intervenire solo in forma sussidiaria. Ma ciò non significa assumere dipendenti pubblici per scavare buche (o qualunque altro lavoro inutile), perché questo non difende la dignità dei disoccupati: bisogna creare lavoro, non posti di (finto) lavoro! Il lavoro prevale sul capitale e i corpi intermedi prevalgono sullo stato.
    Se le conclusioni di Mandelbrot sono quelle esposte nell’articolo, si ha (per fortuna) la conferma che l’economia non è una scienza matematico-statistica, perché l’uomo – e la società in cui vive – è un po’ più complesso di un frattale. Per questo le previsioni – del FMI, dei governi o da chiunque fatte – sono quasi sempre sbagliate, e inizierei a preoccuparmi seriamente il giorno in cui qualcuno riuscisse a prevedere correttamente il futuro dell’economia (o di qualsiasi altro aspetto della realtà): significherebbe che l’uomo è diventato un homo oeconomicus! I banchieri centrali stanno sulle scatole più o meno a tutti, ma non sono loro che hanno il vero potere per le mani, sono i loro clienti speculatori: le banche d’affari. Non si può accusare il venditore di pistole al posto dell’assassino. La politica monetaria ha molta meno influenza sull’economia di quello che generalmente si crede: conta l’economia reale e come la finanza la supporta o la depreda. Infatti, a fronte della stessa politica monetaria, ci saranno sempre aziende che vanno bene e altre che vanno male. Inoltre, per sostenere che il libero mercato nella maggior parte dei casi non dà il gusto prezzo, occorre dare una definizione sia di “libero mercato” che di “giusto prezzo”. Ora, quali definizioni ha dato Mandelbrot? Con quali criteri è arrivato alla conclusione che “OK il prezzo è giusto” ? E il “libero mercato” sarebbe un mercato senza regole? E dove mai è esistito un mercato senza regole? Casomai esistono mercati con regole sbagliate, e qui torniamo al problema dei governi e al ruolo dello stato.
    La BCE di Draghi ha iniziato a fare quello che stanno già facendo in USA, UK e Giappone, cioè “stampare” moneta, anche se all’interno del quadro di regole proprie della BCE. Questa moneta non è creata dal nulla, ma anticipata sotto forma di prestito, i cui titoli vengono appunto iscritti nell’attivo di bilancio a garanzia. Tutti i guadagni derivanti da questa attività – il famoso signoraggio – è di competenza delle banche centrali nazionali e i relativi stati: quindi più alto è il reddito da signoraggio, meglio è per i paesi le cui banche centrali fanno riferimento, che incassano al netto delle spese di funzionamento. Gli 80-90 miliardi di interessi che noi paghiamo vanno per il 30% circa a finanziatori esteri e per il resto sono interessi che lo stato deve ai sottoscrittori italiani, banche e privati: quindi l’Italia è in gran parte indebitata con se stessa, anche se non nella misura del Giappone.
    Sulla “sovranità bancaria” mi chiedo come si faccia a prendere esempio dal North Dakota, uno stato con meno abitanti di Torino e un governo liberale: con tutto il rispetto, non è rappresentativo per l’Italia, senza contare che mi pare mal si concili con il rifiuto di una moneta unica espresso dall’autore. Si potrebbe prendere allora anche il Belgio come esempio per la riduzione del debito pubblico. Ma il punto è un altro: cosa fa una banca di stato di diverso rispetto alla BCE o alla FED? Segue le direttive del governo in maniera più politica, cioè: in North Dakota, stato agricolo con basse tasse e oculata capacità di gestione delle risorse pubbliche, finanzia la creazione di ricchezza al servizio della comunità locale; in Italia, stato industriale centralista e burocratico con gestione delle risorse di tipo clientelare, creerebbe dal nulla non tanto nuova moneta, al massimo nuovi “posti” di lavoro: in teoria infatti, finanziando i debiti dello stato, consentirebbe a quest’ultimo di assumere tutte le persone che non hanno un lavoro, facendo loro scavare buche (e possibilmente anche facendogliele richiudere). Peccato che questo potrebbe avvenire – temporaneamente e tralasciando osservazioni di ordine etico – solo in un microcosmo che nella realtà esiste solo in uno stato autarchico. In un mondo globalizzato, o semplicemente con un minimo di rapporti commerciali con altri paesi, è del tutto evidente che la nuova moneta andrebbe a svalutarsi fino al punto di dover andare in giro con le carriole piene di banconote per comprarsi un pacchetto di sigarette, come durante la Repubblica di Weimar (esistono foto esemplari in rete). Il problema non è infatti la moneta in sé, ma il suo potere d’acquisto: strano che chi si dice a favore dell’economia reale, poi voglia distruggerla mettendo nelle mani dei governi il potere di creare un’economia irreale (o surreale) di stampo venezuelano. Insomma, per avere gli effetti benefici del North Dakota, bisogna essere il North Dakota. Si possono anche abolire o nazionalizzare le banche centrali, ma il nodo resta la capacità di creare ricchezza: la banca del North Dakota finanzia investimenti produttivi, non chi scava buche. La nostra Cassa del Mezzogiorno finanziava opere pubbliche spesso inutili che distruggevano ricchezza.
    Quindi per arrivare alla “piena occupazione” ci sono principalmente due strade, che prescindono completamente da chi, quale e come emette moneta, perché le stupidaggini si possono fare sia sovranamente che poco sovranamente: una statalista, che vede lo stato come principale creatore di posti di lavoro, magari facendo costruire un tunnel tra Civitavecchia e Olbia nei prossimi trent’anni; e una sussidiaria, che vede nella società la spinta propulsiva dello sviluppo, mediante la sua capacità di creare imprese, cooperative, enti non profit, famiglie etc., cioè unità economiche fondamentali e insostituibili per produrre beni e servizi di utilità reale. Penso che il principio di gratuità enunciato da Benedetto XVI non si raggiunga tanto attraverso la (falsa) sovranità degli stati nello stampare moneta ad libitum, quanto all’educazione cristiana della società, dal popolo ai governanti e i banchieri.

    • Giovanni Passali scrive:

      Lei commette tanti di quegli errori che è difficile rispondere a tutti, lo farò solo sui più evidenti.

      1) “Per esempio sostenere che Draghi non è influenzato né dal governo italiano né da quello tedesco, o che la Yellen è completamente autonoma rispetto a Obama, è semplicemente ridicolo.”
      Faccia lei il paragone tra quanto Draghi è influenzato da Renzi e Merkel oppure quanto è influenzato da Weidmann (banchiere centrale tedesco).

      2) “Non si può accusare il venditore di pistole al posto dell’assassino.” Nemmeno quando vende le pistole ai delinquenti? Le banconote da 500 Euro servono solo alla criminalità organizzata. Perché allora continuano a stampare valanghe di quelle banconote?

      3) “Ora, quali definizioni ha dato Mandelbrot? Con quali criteri è arrivato alla conclusione che “OK il prezzo è giusto” ?” Non ha capito il mio articolo. Mandelbrot ha dimostrato che il prezzo non è mai giusto. Perché il libero mercato non è efficiente, quindi non funziona.

      4) “Sulla “sovranità bancaria” mi chiedo come si faccia a prendere esempio dal North Dakota, uno stato con meno abitanti di Torino e un governo liberale”. Liberale, non liberista. Il Nord Dakota è solo l’ennesimo esempio, può prendere tutti gli stati europei che non hanno l’Euro: stanno tutti meglio, con minore debito, minore disoccupazione e maggiore crescita del pil.

      5) “Ma il punto è un altro: cosa fa una banca di stato di diverso rispetto alla BCE o alla FED?” Non ha capito il mio articolo, il denaro creato dalla banca di Stato finisce tra gli attivi dello Stato, che smette di indebitarsi per il denaro creato dal nulla.

      6) “…è del tutto evidente che la nuova moneta andrebbe a svalutarsi fino al punto di dover andare in giro con le carriole piene di banconote per comprarsi un pacchetto di sigarette, come durante la Repubblica di Weimar”. Lei confonde svalutazione con inflazione. E il caso di Weimar è un esempio a mio favore, poiché lo Stato si indebitava sul denaro creato dal nulla. E gli stati esteri pretendevano il pagamento dei danni di guerra in moneta loro, non in moneta nazionale.

      7) “Penso che il principio di gratuità enunciato da Benedetto XVI non si raggiunga tanto attraverso la (falsa) sovranità…”. Per correttezza lei dovrebbe paragonare il discorso sulla sovranità degli stati a quello che dice la Dottrina della Chiesa sulla sovranità…

      • Cisco scrive:

        Grazie dott. Passali per i suoi commenti, anche se ciò che ne traggo è che, più che di miei errori, si tratta di sue legittime posizioni diverse dalle mie.

        1) Weidmann fa e dice quello che vogliono la Merkel e Schaeuble, anche se i ruoli diversi da loro ricoperti fanno emergere sfumature diverse (il classico gioco delle parti): la Merkel è una politica, quindi deve mediare e tenere a bada sia il suo ministro delle finanze che il banchiere Weidmann. E’ stata la Merkel a nominare Weidmann e ad accettare la nomina di Draghi alla BCE proposta dall’Italia. Il giorno in cui Weidmann si impuntasse, verrebbe immediatamente mandato dalla Merkel a scavare buche in qualche paese con politiche neokeynesiane (nella migliore delle ipotesi).

        2) Riguardo al “venditore di pistole” (la BCE), il punto è proprio che oggi non c’è distinzione tra poliziotti (le banche commerciali) e assassini (le banche di investimento) , perché è stata abolita la separazione tra i due ruoli. E vendere pistole ai poliziotti è cosa buona e giusta. Sul calibro di queste pistole (le banconote da 500 Euro), sinceramente non saprei, ma è certo che ogni taglio ha le sue controindicazioni; per esempio le banconote più falsificate sono quelle da 20 Euro: che facciamo, non stampiamo moneta perché c’è la mafia? Mi sembra evidente che il problema è alla radice, non nel taglio delle banconote.

        3) Sul prezzo di Mandelbrot ho capito, ma forse non mi sono spiegato bene. La mia domanda era appunto quale secondo lui è il prezzo giusto: se uno dice che una cosa non è giusta, deve per forza avere un criterio per definirla giusta e allocata in maniera efficiente. In ogni caso l’economia è tutto fuorché una scienza matematica (su questo aveva ragione sia Keynes che Von Hayek): quindi non mi sembra strano che l’ipotesi di Mandelbrot non sia in generale presa sul serio.

        4) Mi spiace, ma l’esempio del North Dakota è un suo clamoroso errore se voleva con questo criticare l’Euro (di cui io non sono un fan) e promuovere la sovranità: il North Dakota non è uno stato sovrano e non ha una sua moneta. Il giorno in cui Obama dovesse decidere di eliminarlo dalla cartina geografica (magari per avere reintrodotto il divieto ai matrimoni gay), potrebbe farlo nel giro di 24 ore. La sovranità – che certamente è un valore – si acquista non stampando moneta, ma con una politica seria, un esercito ben addestrato e un’economia forte. La moneta conta relativamente: ho fatto l’esempio del Belgio e potrei farne altri di paesi senza euro che vanno male.

        5) Ho capito benissimo che lei si riferiva al fatto che il denaro creato dalla banca di stato finisse negli attivi dello stato; spero che lei abbia capito che io ritengo che ciò non cambi nulla rispetto alla creazione della moneta a debito, se non aumentare la rigidità della politica monetaria “sovrana” impedendo eventuali sterilizzazioni future. Allora molto meglio fare come la Bank of England.

        6) Il mio esempio della Repubblica di Weimar prendeva in considerazione l’ipotesi (suffragata empiricamente) che la svalutazione si tramuta, sebbene in misura diversa a seconda dei casi, in inflazione. Soprattutto in un paese importatore di materie prime come l’Italia (oggi questo sta avvenendo molto lentamente perché il prezzo delle materie prime è calato drasticamente).

        7) La principale sovranità a cui la Chiesa fa riferimento è quella di Gesù Cristo; la sovranità “mondana” dipende da vari fattori e può essere esercitata a diversi livelli: il punto centrale è che la sovranità è un diritto che deve essere esercitato sempre in rapporto alla verità, cioè al bene comune delle nazioni. Non vedo come si possa usare la DSC per sostenere che le banche centrali debbano essere indipendenti piuttosto che nazionalizzate o viceversa. Certo, può sempre darsi che gli ultimi papi si siano distratti e non abbiano scritto o detto nulla al riguardo, proprio mentre l’unione europea si andava costruendo…

  6. Filippo81 scrive:

    Grazie a Giovanni Passali per l’ulteriore interessantissimo articolo.

  7. Gianpiero Perri scrive:

    Leggo con molta attenzione ed interesse gli interventi di Giovanni Passali, essi hanno innanzitutto il merito di introdurre e chiare alcuni aspetti cruciali della crisi del nostro tempo: la prevaricazione del mondo della finanza sull’economia reale, la subordinazione della politica al mondo della finanza, il problema della sovranità monetaria nelle mani di oligopoli privati. Temi che negli anni ’30, all’indomani della crisi del ’29, appassionarono il mondo cattolico, consapevole della rilevanza crescente che l’economia monetaria e lo sviluppo della finanza avrebbe avuto negli equilibri interni ed internazionali delle nazioni. Il dibattito alimentato soprattutto dai cattolici irlandesi ma non solo, trovò anche un interprete tedesco, un gesuita,Oswald von Nell Breuning ispiratore delle pagine dell’enciclica di PIO XI Quadragesimo Anno. Per la prima volta un documento pontificio affrontava la questione monetaria denunciando le gravi conseguenze morali, sociali, economiche e politiche di un sistema monetario malato, della perdita di sovranità dei popoli.
    Un tema attualissimo, ripreso con vigore da Papa Francesco, che nella sua esperienza argentina ben conosce cosa sia un default finanziario, e che certamente conosce l’esperienza delle “monete parallele” (come quella generata dall’Università cattolica di Salta) con cui si tentò di arginare la grave crisi monetaria, almeno in circoscritti territori. Fatto sta che prima in un discorso al Corpo diplomatico e poi nell’Enciclica Laudato sii, il Papa affronta il disordine monetario e finanziario con grande energia e lucidità denunciando gli effetti dirompenti di una finanza malata oltre che le cause remote, morali e culturali. In generale non sembra corrispondere però una capacità di analisi e di elaborazione all’altezza delle sfide attuali da parte di tanti economisti, che pure dicono di richiamarsi alla dottrina sociale della Chiesa. Il dramma del nostro tempo è anche questo, una crisi del pensiero, che mi sembra si rifletta anche nel tentativo di minimizzare questioni fondamentali come quella della sovranità monetaria e della funzione condizionante oltre che della condizione patologica in cui versa la finanza internazionale. Vorrei ricordare che un grande economista come Maurice Allais in un prezioso libro, mai tradotto in italia,<> (Hermann edizoni) evidenziava non solo l’urgenza di una riforma del sistema monetario ma anche il paradosso delle democrazie contemporanee: quello di aver lasciato ai privati questa fondamentale funzione. Nè sono mancati in questi anni contributi che su questo o quel punto appaiono illuminanti: penso alle pagine di Geminello Alvi nel suo saggio sul “Secolo Americano” che ben chiariscono il ruolo crescente della finanza nella storia economica e politica del Novecento, il ruolo nefasto avuto nelle due guerre mondiali e soprattutto l’azione svolta da quelle che ironicamente definisce “aristocrazie venali” per privare la sovranità politica della sovranità monetaria. Penso alle pagine del prof. Quisgley in Tragedy and Hope dove si legittimano queste “aristocrazie” in nome di una superiore competenza a svolgere pienamente e pubblicamente la loro azione direttrice nel mondo, che ben esplicitano il sogno tecnocratico e l’idea di una politica ormai considerata come “un inconveniente” o quelle dedicate da Guido Rossi volte a chiarire come la finanza sia un “mercato d’azzardo”, privo di regole, che beneficia dell’assenza di ordinamenti internazionali; né sono mancate scuole giuridiche volte a ricondurre la moneta ad una fattispecie giuridica dove è rilevante comprendere chi è il creditore e chi il debitore della produzione dei valori monetari, se i popoli o i banchieri. Basta inoltre scorrere i numeri di Le Monde Diplomatiche, dopo la crisi del 2007 e poi del 2011 per verificare come nei circoli intellettuali della sinistra europea questo tema, che prima non sembrava appartenergli, sia stato discusso e sia divenuto oggetto di nuove elaborazioni, pur scontando un approccio meramente economicistico ed il paradosso di una teoria materialistica del valore di per se incongruo per affrontare un tema come quello della moneta frutto della convenzione sociale ed espressione raffinata dello spirito umano. Insomma quel che mi preme evidenziare è che grazie soprattutto all’impegno di Passali (per fortuna non l’unico ma certamente tra i pochi) finalmente il dibattito sulla moneta e sulla finanza trova anche nel mondo cattolico una elaborazione non segnata dal “pensiero unico”, ispirata dal Magistero e capace di restituirci la consapevolezza che “le possibilità della politica” di incidere realmente sono davvero limitate, per usare un eufemismo, se non si viene a capo di questa enorme questione. Persino l’Economist in un numero dedicato alla crisi della democrazia, non poteva non formulare questa domanda: è compatibile con la democrazia che a decidere le politiche economiche di un Paese non sia più il popolo ma sempre più delle elites tecnocratiche e finanziarie?

  8. Tommasodaquino scrive:

    si continua a raccontare storie. La banca di stato come soluzione. Ah come era andata bene con Weimar. per non parlare dello Zimbabwe. Ah poi in Venezuela, anche lì alla grande……

  9. Tommasodaquino scrive:

    Cioè praticamente le mie scelte economiche sono matematicamente predeterminate. Bello bellissimo, e poi si piazza anche la dottrina sociale della chiesa come marchio qualità. Ma quand’è che finisce questa storia?

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