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#Leparolefannomale? Sì, ma mai quanto le ronde dei buoni

marzo 18, 2017 Caterina Giojelli

Passeggi in città, incontri un tizio incappucciato col cartello “Le donne sono tutte troie”, cosa fai? Attento a cosa fai, potresti comunque sbagliare

Quanto segue si avvale di turpiloquio, ma state tranquilli, si chiama “esperimento sociale”: passeggi in città, incontri un tizio incappucciato col cartello “Le donne sono tutte troie”, cosa fai? Attenti perché per una bizzarra eterogenesi dei fini e delle intenzioni, allontanarsi da quello che il buon senso suggerisce essere un imbecille può costarci la svolta sociale.

D’ora in poi infatti se non reagirete con manifesta veemenza ad una provocazione sessista, omofoba, razzista sarete proscritti in quanto, appunto, veementi sessisti, omofobi e razzisti, tutte cose che non si addicono a un paese da tripla A sul fronte dei diritti. Almeno per alcuni pettinati gonfalonieri del bias democratico del web sostenuti dalla presidente della Camera Laura Boldrini, e di un sconclusionato “esperimento sociale” che ha avuto luogo nelle piazze tutt’altro che virtuali di Milano, Roma e Torino.

Ora spieghiamo: c’è questa campagna contro il cyberbullismo che si chiama #leparolefannomale, lanciata da Vox – Osservatorio Italiano sui Diritti (quello, per intenderci, che pubblica le “Mappe dell’intolleranza”, spulciando per mesi i vostri tweet e derivando automaticamente dai vostri comportamenti virtuali una fotografia del paese reale e delle zone ad alto tasso di “hate speech”).

Insomma, tra le altre cose questa campagna ha coinvolto alcuni studenti dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano che per testare il “livello di reattività alle parole che avvelenano il linguaggio sui social”, hanno “indossato” nelle piazze di tre città di Italia dei cartelli di insulti rivolti a donne, migranti, disabili. “Donne siete tutte troie”, quindi, ma anche “I froci non sono veri uomini”, “Facce da scimmia fuori dall’Italia”, “Sporchi ebrei tornate nel ghetto”.

E che è successo? È successo che «abbiamo coinvolto migliaia di passanti. Abbiamo mostrato loro le parole dell’odio. Ma abbiamo raccolto solo indifferenza», si legge nel video che si conclude con l’immancabile pecetta «Dalle parole ai fatti dai fatti alle parole. Solo nel 2016 in Italia si sono verificati 235 episodi di cyberbullismo. Diciamo basta alle parole che odiano».

Capito? Il fatto che nessuno di noi abbia reagito a questa possibilità di non dirci intolleranti fa di noi automaticamente una massa di intolleranti e pure complici (solo per citare l’ultimo gravissimo caso di cronaca ben ricordato nel j’accuse di Vox in margine alla presentazione del video) dei quattro minori arrestati a Vigevano, accusati di riduzione in schiavitù, stato di incapacità procurato mediante violenza e stupro nei confronti di un loro coetaneo.

Questa della società che deve vivere la vita in uno stato di colpa perenne decretato dai pm in erba della rete sta diventando fastidiosa quanto la pretesa che la statura morale di un popolo vada giudicata in base a un parametro stabilito dalla rete stessa: la reazione. È come pensare di averla detta giusta perché ottieni like e retweet: l’unità di misura del mondo è diventata il social, e, a dimostrazione, l’élite del futuro scende in piazza a dividere il mondo in buoni e cattivi, in base a una agenda che sembra stilata da una setta paranoica di grillini, per cui il web dovrebbe essere meglio del mondo, il mezzo per ripensare l’uomo che si rappresenta nel mondo.

Non è molto diverso da quanto dice al Corriere della Sera Laura Boldrini, pasionaria della Carta dei diritti di Internet, della “battaglia di civiltà sul web”, dei richiami a Mark Zuckerberg e, va da sé, sostenitrice dell’iniziativa di Vox, mentre in occasione del 60° anniversario della firma dei Trattati istitutivi delle Comunità europee proclama: «Ci vuole una svolta sociale, la tripla A sociale. La Ue deve diventare erogatrice di diritti, mettere in atto misure concrete capaci di far cambiare opinione ai cittadini». Ci vorrebbe anche, visto che #leparolefannomale, soppesarle: a “Far cambiare opinione ai cittadini” mancherebbe solo la chiosa alla Focault “sorvegliarli e punirli”.

Di sicuro a parlare di cyberbullismo, stereotipi social e odio in rete si guadagnano applausi facili, ma siamo sicuri che questo non sia la migliore dimostrazione che certa gente, molto radical e pure tanto chic, abbia definitivamente promosso “l’esposizione social” al rango di prova prima e più facilmente disponibile dell’“esistenza sociale”? Che non abbia che la rete per farsi un’opinione del mondo, mentre vivaddio esiste ancora gente che sa stare al mondo, senza aver bisogno dell’attestato rilasciato dal ministero dell’algoritmo per non dirsi complice di quelle parole? Che, in sostanza, in un incappucciato col cartello “Le donne sono tutte troie” non riconosce un moralista a saldo di ciò che è buono o cattivo, ma un semplice e assoluto cretino? Ci sarebbe da reagire sì, non ai cartelli ma a queste ronde di buoni per la città chiedendo loro di scendere da twitter e tornare con i piedi per terra.

Foto Ansa

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