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Le sessanta candeline di Vasco

febbraio 6, 2012 Carlo Candiani

Il ragazzo della vita spericolata lascia spazio all’uomo che, senza rinnegare nulla della sua autodistruttiva filosofia, comincia a interrogarsi sul “senso”: perché «se la vita un senso non ce l’ha», io comunque «la voglio trovare».

Vasco Rossi compie 60 anni il 7 febbraio. In una recente intervista a Rolling Stones, il Blasco ha affermato: «Io sono l’unica rockstar in Italia, gli altri al massimo sono dei cantautori rock!» per poi continuare: «Quando arrivai sulla scena, negli anni ’80, non c’era più tempo di ascoltare “La locomotiva” di Guccini, tutti avevano fretta. Era necessario arrivare subito al punto, con un concetto chiaro; frasi veloci, sicchè: “vado al massimo, vado a gonfie vele!”». Stile nuovo e sintetico, dunque, per una musica, quella rock «che non è nostra, è nata altrove e io l’ho usata come linguaggio, per esprimermi meglio». Ecco in poche righe il perché del successo trentennale di Vasco che, nonostante i recenti acciacchi, non tende a diminuire.

Vasco Rossi ha costruito la sua carriera puntando sull’immagine dell’artista estraneo alle regole: carriera vissuta in solitario, dove l’immancabile “squadra” (produttore, band, amici, famiglia) è rimasta sempre sullo sfondo, un po’ sfuocata, rispetto alla figura dominante del “capo”. Negli anni, Vasco ha saputo gestire situazioni, anche drammatiche, che avrebbero tagliato le gambe a chiunque nel mondo dello star system, recuperando credito, anche attraverso una buona dose di autocritica e sana ironia romagnola. Capitò nel 1984, dopo 22 giorni di prigione per l’accusa di uso di stupefacenti, quando dichiarò che a salvarlo era stato «l’attaccarsi disperatamente alla figura della madre». 

Vasco Rossi è il cantante del male di vivere. Un malessere, documentato in tanti (tutti?) i testi delle sue canzoni. Ha saputo raccontare la noia nel quotidiano di ragazzi di provincia, le incomprensioni generazionali, i rapporti uomo/donna, improntati sulla falsa libertà del rapporto puramente fisico. Un raccontare la vita mai per una nicchia, una capacità trasversale di farsi capire da tutti, forse un po’ furbescamente, non facendo leva – almeno esplicitamente – su messaggi politici, tanto da destare l’interesse di mondi a lui ideologicamente lontani.
Nei suoi testi, resiste una patina di nichilismo, che, però, è messa continuamente a confronto con una speranza difficile da riconoscere, ma così potente da non poterla ignorare. E allora, ecco aprirsi alla realtà della guerra, della tolleranza tra i popoli: ecco il concerto evento “Rock sotto assedio”, dove, nel 1995, nello stadio di San Siro, ospita alcune rock band di Sarajevo.
E tre anni dopo, pubblica uno dei migliori album della sua carriera, quel “Canzoni per me”, in cui si ritrova a cantare versi come «la realtà ti preme addosso, ce l’hai sopra, ce l’hai sotto, ce l’hai tutt’intorno. Tu sei chiuso nel tuo guscio, ma non potrà durare per molto». E, sempre nello stesso album, una canzone con un testo, a suo modo anti-abortista: «E Laura aspetta un figlio per errore, però lei dice che si chiama amore… e lo aspetta per Natale e tutto il resto adesso può aspettare».

Il ragazzo della vita spericolata, ora, lascia spazio all’uomo che, senza rinnegare nulla della sua filosofia, spesso autodistruttiva, comincia a interrogarsi sul “senso”: perché «se la vita un senso non ce l’ha», io comunque «la voglio trovare», magari nel “dylaniano” «bel vento», convinto che «domani, un altro giorno, arriverà». E  Vasco, chiede aiuto: sta qui la contraddizione, che, in questi ultimi anni, esplode sempre più evidente: implora un Dio, del quale nega l’esistenza, e i testi dell’ultimo “Vivere o niente” sono lì a dimostrarlo.     

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