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Le prigioni a cielo aperto a Donetsk

maggio 7, 2017 Sebastiano Caputo

Viaggio nei villaggi delle repubbliche ribelli a ridosso delle postazioni di Kiev. Tra la gente che si barrica in cantina per proclamarsi libera e le altre contraddizioni di questa terra che è guerra e pace, Russia e Ucraina insieme

donetsk

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – C’è un filo invisibile che lega la Siria all’Ucraina. Due paesi strategici in preda alla destabilizzazione, due guerre ancora in corso, a loro modo, speculari. Da un lato i jihadisti dell’Isis e di Al Qaeda, dall’altro gli estremisti di Pravy Sektor e Svoboda. Tutto risponde a un obiettivo preciso e funzionale all’egemonia occidentale: l’accerchiamento della Russia. Di Medio Oriente si parla fin troppo mentre in Europa, ad oriente, ci sono ancora persone costrette a vivere negli scantinati perché le loro case vengono costantemente bombardate.

Accade nel Donbass, di preciso negli oblast di Donetsk e di Lugansk. Repubbliche autoproclamate e non riconosciute dalla comunità internazionale da quando i media appartenenti alla famiglia “beneducata della democrazia” si sono concentrati in blocco sulle prime rivolte di piazza Maidan sposando in toto la narrativa del governo di Kiev che sin dalla primavera del 2014 ha qualificato come “terroristi” tutti quegli ucraini russofoni che hanno scelto di ritornare progressivamente dalla Grande Madre. Non si sa ancora se accadrà come in Crimea, dove c’è stata un’annessione plebiscitaria, ma uno scenario simile non è da escludere nei prossimi anni. Per ora le due repubbliche rimangono indipendenti sulla carta ed esercitano autonomamente il proprio sistema di difesa.

Siamo di fronte all’ennesima guerra per procura. E nonostante gli accordi di Minsk abbiano circoscritto e stabilizzato le linee di demarcazione militare, le trincee continuano a infiammarsi quando meno te lo aspetti. Ecco che il Donbass è ancora oggi luogo di pellegrinaggio di corrispondenti da tutto il mondo. È consuetudine darsi appuntamento in un “café” discreto nel centro di Donetsk, dove si incontrano tutti i giornalisti, locali e stranieri, prima di dirigersi nelle zone calde del conflitto: il fronte militare che separa l’Ucraina dal Donbass dista appena 8 chilometri.

Qui le persone si conoscono, operatori, reporter, militari. Ci si scambia biglietti da visita ma soprattutto informazioni utili. Di tanto in tanto, in lontananza, si sentono i colpi di artiglieria e di mortaio. È il richiamo della guerra che invita i giornalisti a indossare giubbotto antiproiettile ed elmetto. Un’auto di scorta fa da apripista, si passano i checkpoint militari, tra le case di campagna in cemento con i tetti in lamiera e le miniere di carbone, oro nero di questa terra contesa. Quello ucraino è un conflitto altamente strategico sul piano militare. Si fanno saltare acquedotti, strade, ponti, ferrovie, fabbriche. Nel conflitto ucraino non ci sono attentati ma sabotatori. È una partita a scacchi in cui una mossa sbagliata può rovesciare il tavolo.

Quattro in dieci metri quadrati
A essere maggiormente in pericolo sono le persone rimaste prigioniere nei villaggi sulla linea del fronte, a pochi chilometri dalle postazioni ucraine. Non lontano dall’aeroporto, dove si è combattuta una delle battaglie più significative dell’intera guerra, passando dal viale degli Stratonavti che costeggia la cittadina devastata di Oktjabr’skij, si incontra il piccolo centro abitato di Spartak. Prima della guerra c’erano tremila persone, ora ne sono rimaste 59. Molte delle case sono crollate a causa dei colpi di mortaio e dei missili grad lanciati dall’esercito ucraino che staziona solo a un paio di chilometri. Per terra, conficcati nell’asfalto, ci sono ancora ordigni inesplosi.

«Qui sono sempre vissuta, qui c’è la nostra casa, perché dobbiamo andarcene?», dice a Tempi Natasha, una donna sulla sessantina che vive ancora nella Spartak assediata con la figlia, il marito e il padre. Ma “vivere” è un’iperbole. «Abbiamo lasciato i piani alti dell’abitazione, sono troppo pericolosi. Guarda lì: è stato colpito già una volta il tetto, abbiamo trasferito la cucina all’esterno – mostra una casetta di legno – e sono tre anni che dormiamo nello scantinato».

Il vecchio signore apre una grata di ferro e ci invita a scendere le scale che portano nel sottosuolo. È tutto buio. Qualche metro più avanti c’è una porta socchiusa dietro la quale si intravede una piccola stanza schiarita da un fascio di luce soffusa. «Entra pure, noi viviamo qui». Saranno sì e no una decina di metri quadrati. Ci sono quattro letti di cui due scavati dentro al muro ricoperti da giocattoli. E lì che la bambina si è costruita il suo mondo incantato. Sull’altro lato del locale c’è una lunga mensola con medicinali e icone cristiano-ortodosse. Poi più in là ci sono una piccola stufa e un appendiabiti. Nessuna finestra.

«Metà di noi si sono arruolati»
Spartak è solo una delle tante prigioni a cielo aperto sulla linea del fronte. A sorprendere sono la tenacia e il coraggio dei loro abitanti. Vedi anche a Pantelejmonovka, un villaggio di settemila anime situato nel distretto di Gorlovka, sempre nella provincia di Donetsk. Per arrivarci si viaggia a tutta velocità lungo la strada statale per Avdeevka. «I sovietici hanno avuto la loro guerra contro l’invasore tedesco, questa invece è la nostra guerra patriottica», esulta Daniil Bezsonov, portavoce dell’esercito della Repubblica popolare di Donetsk (Rpd). I segni dei combattimenti sono scolpiti sugli edifici ridotti in macerie ai lati della strada. Oltre le case, si intravedono le postazioni militari ucraine. «Guarda laggiù: ci sono le trincee, distano solo cinquanta metri l’una dall’altra», indica Mikhail Andronik, corrispondente di guerra dell’esercito, mentre guida l’automobile a 200 chilometri orari. «Dobbiamo sbrigarci, siamo in un punto pericoloso, possono individuarci e colpirci».

Più che di una strada, si tratta di una vera e propria linea di demarcazione che viene costantemente bombardata perché collega la città di Donetsk a tutta una serie di villaggi russofoni, tra cui Pantelejmonovka appunto. Qui, ad accoglierci insieme ai militari della Rpd che trasportano aiuti umanitari, è il sindaco Svetlana Reumova. «Siamo assediati da tre anni ma l’esercito è con noi e non ci ha mai lasciati soli», racconta a Tempi l’amministratrice. «Anche i nostri abitanti sono stati valorosi, metà dei nostri giovani si sono arruolati come volontari per difendere il villaggio».

«Non temiamo le offensive»
Tra i soldati che svuotano il camion con il materiale c’è anche Eduard Bassurin, vicecomandante dell’esercito regolare della Rpd, uomo carismatico, molto popolare da queste parti, volto rassicurante dei bollettini di guerra trasmessi dai canali televisivi russofoni. È venuto ad assistere la popolazione insieme a un manipolo di uomini. «Questo villaggio per noi è vitale, non solo sul piano strategico, ma perché ci vive la nostra gente», afferma con voce baritonale, ferma, che ispira fiducia. «Abbiamo dispiegato un numero di soldati abbastanza imponente da difendere questo pezzo di terra. Nel 2014, quando è scoppiata la guerra eravamo impreparati, ma col passare dei mesi ci siamo formati e adesso siamo pronti a qualsiasi pericolo, non temiamo le offensive ucraine».

L’attenzione dei militari verso i civili è sorprendente quanto il ricordo costante dei civili per i soldati caduti in guerra. A tavola, dopo il rituale dei brindisi, scatta il minuto di silenzio in piedi, senza sbattere i bicchieri questa volta. I cimiteri sono riempiti di garofani rossi, ognuno porta con sé un nastro di san Giorgio a strisce nere e arancioni per mostrare il proprio sentimento di appartenenza alla causa. “Spasiba”, grazie, è la parola ricorrente utilizzata dalla gente del posto nei confronti di chi ha scelto di indossare un’uniforme e imbracciare un kalashnikov. Il coprifuoco ha cambiato il ritmo della vita quotidiana. Dall’inizio della guerra a partire dalle ore 23 è vietato aggirarsi per strada. Un po’ per solidarietà verso chi è stato mandato al fronte a combattere, un po’ per contenere le spese della sicurezza cittadina.

Al bar con quelli dell’Ocse
Dopo le sei di pomeriggio le città diventano deserte. Le persone tornano a casa per preparare la cena. Dopo le 20 cala il sole ed è tutto buio. Ma le luci si accendono in qualche locale. Tra i più popolari c’è il Beerkoffe, gestito da un deputato della Repubblica di Lugansk che si chiama Denis Kolesnikov. Le ragazze, alte e bionde, di etnia russa, guardano i clienti entrare e uscire mentre fumano sigarette firmate “Don tabak”. Come tutti i fine settimana il posto è pieno e offre musica dal vivo rigorosamente in lingua russa. I camerieri, giovani in abito tradizionale, servono birra artigianale, vodka e kalian, una versione locale dell’arguilé mediorientale. Sulla pista ci sono solo donne. Gli uomini dicono che ballare è “roba da femmine”, perciò si limitano a guardare. Qui gli occhi, tutti blu, sono un’arma di seduzione potentissima. Al Beerkoffe c’è sempre chi arriva da solo e se ne va accompagnato. Ma il locale rimane prima di tutto il luogo per eccellenza degli appuntamenti non organizzati. Si incontrano tutti qui: deputati, giornalisti, militari, uomini di affari e dei servizi segreti, occidentali.

Ci sono persino i rappresentanti dell’Ocse, considerati “spie dell’Ucraina”, nemici di questo pezzetto di terra chiamato “Novorussia”, parassiti che girano col 4×4 alloggiando negli alberghi a cinque stelle con paghe altissime a raccontare una versione della guerra a senso unico, quella del governo di Kiev. E a giudicare dai loro rapporti, non hanno tutti i torti quelli che la pensano così. Come nei più grandi teatri di guerra, però, il locale “notturno” non è trincea e rimane luogo di tregua, anche se le pistole sono tutte ben salde sotto le giacche. Tutto è appeso a un filo sottilissimo: l’alcol. Ma il Donbass non è un Far East, anzi. Le due repubbliche sono strutturate, ci sono consigli rappresentativi, sindacati, televisioni, fabbriche. «Il nostro parlamento è composto da 50 membri, tutti eletti democraticamente», racconta a Tempi con fierezza il deputato Oleg Kowel.

La Pasqua anche per strada
C’è un’educazione civica e patriottica mescolata a una cultura del vivere insieme da fare invidia a molte nazioni europee. È il retaggio sovietico rafforzato da una Chiesa ortodossa risorta nella fede. Cent’anni dopo la rivoluzione bolscevica, il popolo russo sembra vivere la profezia di Fatima. Fa impressione la religiosità dei russi di oggi, in particolare nella Settimana Santa che ha visto la Pasqua ortodossa coincidere con quella cattolica. La cerimonia iniziata a mezzanotte è andata avanti fino alle sei del mattino tra canti, preghiere, benedizioni delle uova per ritrovarsi a tavola con amici e parenti davanti a un bicchiere di vodka. Così vuole la tradizione. «Cristo è risorto», dicono alcuni. «Sì, Cristo è risorto davvero», rispondono gli altri. Anche tra sconosciuti, per strada.

Tutta la grandezza dell’ortodossia russa è però perfettamente racchiusa nella devozione delle donne. Prima di entrare in chiesa tirano fuori dal borsello un fazzoletto, se lo mettono sul capo, pregano sulle icone, baciandole, accendono un cero, poi escono, riponendo il fazzoletto al suo posto. In questa pratica si incontrano Oriente e Occidente, Elena dell’Iliade, la Santissima Maria, madre di Gesù, e i versetti coranici che invitano a indossare l’hijab. Il Donbass è tutto e il suo contrario. È sacro e profano, è ordine e folklore, è vita e morte, è guerra e pace, è Russia e Ucraina. 

Foto di Sebastiano Caputo

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