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L’apprendistato, quello vero, si fa con l’alternanza scuola lavoro (alle medie)

novembre 12, 2012 Matteo Rigamonti

In Germania, dove funziona, il contratto di apprendistato è proposto dalle imprese ai ragazzi che scelgono la scuola dell’avviamento professionale. Non ai laureati.

L’apprendistato è un buon contratto e funziona. Ma il problema dell’Italia è che non ci sono strumenti per valorizzare la formazione professionale e l’alternanza scuola lavoro fin dai primi anni dell’istruzione secondaria, come invece accade in Germania. E come un tempo accadeva anche da noi, quando la distinzione tra scuola per il liceo e scuola per l’avviamento professionale era chiara. A parlare con tempi.it delle forme contrattuali che possono aiutare i giovani a trovare lavoro e dei primi risultati della riforma dell’apprendistato targata Elsa Fornero, ministro del lavoro, è Antonio Bonardo, responsabile delle relazioni istituzionali per Gi Group, la prima multinazionale italiana del lavoro. Sono 160 mila i contratti in apprendistato firmati in Italia nel primo semestre del 2012, in aumento del 10 per cento, ci spiega Bonardo. Gi Group, con una rete di 500 filiali in tutto il mondo e oltre 2.800 dipendenti che ci lavorano, è tra le agenzie per il lavoro d’Italia, forse quella che ha il più ampio respiro internazionale. Nel 2011 ha avviato al lavoro 165 mila persone (55 mila equivalenti a tempo pieno) e servito più di 15 mila aziende. Il suo fatturato complessivo è di circa 1 miliardo e 158 milioni di euro.

Ad oggi, l’apprendistato conviene alle imprese? Se sì, perché?
Una ricerca svolta l’anno scorso da Gi Group evidenziava il problema della complessità di utilizzo di questo contratto:  il 33,3 per cento delle imprese che non hanno utilizzato l’apprendistato indicavano fra i motivi principali l’eccessiva complessità dal punto di vista normativo. Indubbiamente nell’ultimo anno c’è stato un gran lavoro a livello istituzionale e politico per risolvere le criticità maggiori dell’apprendistato professionalizzante (o di secondo livello), che oggi ricopre il ruolo di quello che una volta era il contratto di formazione e lavoro. Conviene alle imprese perché consente un risparmio sia in termini contributivi sia retributivi, grazie alla possibilità di “sottoinquadrare” il lavoratore di 2 livelli per i primi tre anni.

In cambio di cosa?
Dell’impegno da parte dell’azienda a investire in formazione sui giovani. Questa è la logica dell’apprendistato professionalizzante.

E funziona?
Da quando il testo unico sull’apprendistato voluto dall’allora ministro Sacconi ha trasferito la piena titolarità della formazione dalle regioni alle aziende, sì. Il numero di contratti di apprendistato attivi in Italia è di circa 600 mila: ogni anno ne vengono attivati 200 mila e ne vanno a scadenza altrettanti, perché la durata media è di tre anni. Ma nel 2011 i contratti sono stati 290 mila e nel primo semestre del 2012 si è registrato un ulteriore aumento del 10 per cento circa nei nuovi contratti siglati (circa 160 mila).

Nessun problema dunque?
Non proprio. Rimane ancora molto da fare per quanto riguarda l’apprendistato di primo livello.

Che sarebbe?
È quello a cui tutti si riferiscono quando dicono che in Germania l’apprendistato funziona bene. L’apprendistato di primo livello lì è pensato in funzione della formazione professionale tramite percorsi di alternanza tra scuola e lavoro. Ma in Germania è il sistema scolastico ad essere diverso.

In cosa è migliore?
È un sistema duale che prevede fin dopo le scuole elementari due distinti percorsi per le medie: ci sono sia la scuola che prepara al liceo, sia la scuola per l’avviamento professionale, proprio come era da noi, in Italia, negli anni ’60. L’apprendistato di primo livello è previsto per chi sceglie di seguire questo secondo percorso. Da noi, invece, se ne parla da anni ma di “fatti” concreti non se ne sono visti finora.

E gli stage?
È difficile avere dati certi sui numeri degli stage. Certo è che gli stage vanno bene come momenti di alternanza tra studio e lavoro durante il periodo di formazione, sia in ambito delle superiori sia universitario, e hanno lo scopo di non rinviare l’incontro con il mondo del lavoro solo dopo il compimento di 25 anni. Anche gli stage post laurea della durata massima di sei mesi rispondono a una logica di orientamento, nella speranza che ad essi faccia seguito un contratto di apprendistato professionalizzante, che deve diventare il vero contratto di inserimento lavorativo.

Mentre la somministrazione può aiutare i giovani a trovare lavoro?
La tendenza, soprattutto dopo la stretta del ministro Fornero sulle finte partite Iva, i Cocopro che mascherano lavoro dipendente e l’abuso dell’associazione in partecipazione, è quella di spostarsi verso i contratti di somministrazione che sono flessibili ma non precarizzanti, anche grazie al lavoro svolto dalle agenzie per il lavoro. Certo è che si tratta di una forma contrattuale il cui andamento risente inevitabilmente di quello del ciclo economico, che oggi è negativo. Gi Group è dal 1998 che fa sempre registrare incrementi del numero di contratti di somministrazione nell’ordine del 10 per cento annuo, anche con punte del 20, ma non è stato così nel 2009, l’anno della crisi, e non sarà così nemmeno nel 2012.

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