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La tromba prediletta di Toscanini e il pianista di Ornella Vanoni. Storie e volti dell’opera più bella di Verdi

febbraio 13, 2013 Paola D'Antuono

Il compositore italiano istituì Casa Verdi per aiutare i musicisti in difficoltà. In un edificio costruito da Camillo Boito trovano ospitalità direttori d’orchestra, cantanti e ballerine. Tutto nel segno della musica

Ci sono luoghi che sono lì da sempre, da quando ne abbiamo memoria, eppure rimangono avvolti da una coltre di nebbia sino a quando un evento scatenante non li riporta sotto i riflettori. Basta una notizia data al telegiornale, un approfondimento su una rivista, un libro o un film per risvegliare i nostri ricordi. Così accade che Dustin Hoffman esordisca alla regia con il film Quartet, in cui racconta di tre persone anziane che vivono in una casa per cantanti in pensione, e che il regista racconti di aver avuto l’idea del film dopo una visita a Casa Verdi, la casa di riposo per musicisti che Giuseppe Verdi istituì a Milano il 16 dicembre 1899. Tanto bella, quanto poco conosciuta e celebrata, almeno in Italia.

VERDI. Un imponente edificio si erge in Piazza Buonarroti, dove una scultura di Verdi sovrasta lo spazio circostante. A costruirlo, sotto esplicita richiesta di Verdi, fu l’architetto Camillo Boito, che inizialmente lo immaginò come un ricovero per anziani come tanti se ne vedevano nell’Ottocento. Ma il compositore non voleva che questo angolo di campagna nella periferia di una Milano in continua espansione, avesse l’aspetto malinconico degli ospizi, desiderava che fosse una casa per “musicisti non favoriti dalla fortuna, o che non possedettero da giovani la virtù del risparmio”. Il suo desiderio di prendersi cura dei musicisti meno abbienti era nato dall’osservazione del mondo circostante, di quel popolo che egli così tanto amava e a cui ha sempre desiderato dar voce. Verdi morì alla soglia degli ottantotto anni, un’età insolitamente avanzata per l’epoca, e fu proprio la sua senilità a permettergli di capire che le persone anziane spesso vivevano situazioni di forte disagio, sopratutto i musicisti che non di rado vivevano in estrema povertà.

UNA CASA NON UN RICOVERO. Così, da quel giorno di dicembre sul finire dell’Ottocento, Casa Verdi è diventata il luogo in cui musicisti, ballerini, cantanti, maestri e direttori d’orchestra trovano ospitalità superati i sessantacinque anni. Una dimora accogliente come una casa, preziosa come un monumento di straordinario valore artistico e ricca di storia come un museo. Al suo interno, tra le scale, gli androni e i corridoi, riecheggia sempre la musica. Un maestro suona al pianoforte Rose rosse di Massimo Ranieri mentre qualcuno canta con voce flebile ma impeccabile. Sono alcuni dei venticinque ospiti della parte di Casa Verdi con funzione di Rsa (residenza per anziani). La più anziana ospite ha 103 anni, ed è la madre di musicista. Assieme a lei c’è una ballerina della Scala e una coppia formata da una cantante del teatro La Fenice di Venezia e suo marito. I due si conobbero perché lui aveva la farmacia di fronte al teatro dove lei lavorava e la cantante vi si recava spesso per comprare medicinali per preservare la sua voce dal mal di gola.

TOSCANINI. Una delle storie più affascinanti che la casa custodisce è quella di Walter Battagliola, novantuno anni. Il maestro si diplomò a 16 anni in tromba e un anno dopo, non ancora maggiorenne, era già la prima tromba al teatro alla Scala. Fu scelto come prima tromba da Arturo Toscanini quando il maestro riaprì la Scala nel 1946, dopo la fine della II guerra mondiale. In seguito Toscanini mise in piedi un’opera e scelse ancora Walter, che avrebbe dovuto suonare solo per le prime tre sere, poi sarebbe stato sostituito da un’altra prima tromba. Ma dopo la prova generale dell’opera (di cui Walter non ricorda più il nome), il segretario personale di Toscanini lo convocò nel camerino del direttore d’orchestra. Walter pensò di aver combinato qualche pasticcio, invece Toscanini lo guardò e gli disse: «Voglio che lei suoni tutte le repliche di quest’opera, non voglio nessun altro».

JAZZ. Tra gli ospiti della Rsa c’è anche Glauco Rosignoli, classe 1926. Oggi ha qualche difficoltà nel linguaggio, ma il suo passato di grandissimo pianista jazz (accompagnò per anni in tournée Ornella Vanoni) torna prepotentemente quando si mette al pianoforte. Gli ottantasette anni spariscono in un battibaleno e la sua energia trascina gli altri ospiti. Anche mentre siede sulle comode poltrone della Sala Toscanini le sue dita continuano a tamburellare sui braccioli, come se non avessero voglia di fare altro se non danzare sui tasti. Del resto la bellezza di Casa Verdi è rinchiusa proprio nel gesto di Glauco: in questo edificio di enorme valore storico la musica tiene viva la memoria, riaccende ricordi felici, stimola la mente e permette di non dimenticare quello che si è stati e ancora si è, nonostante il corpo stanco e la testa che a volte sembra volare da altre parti. Accanto a questi anziani talenti della musica ci sono maestri e volontari, che li aiutano a trascorrere le loro giornate tra corsi di ascolto, di canto, cineforum e un bicchiere di tisana per fare quattro chiacchiere.

ADOZIONI. Ma a Casa Verdi risiedono anche artisti autosufficienti e nel pieno delle loro forze. C’è la signora Luisa Mandelli, che ha novantanni e in passato ha interpretato il ruolo di “Annina” nella celebre Traviata scaligera con Maria Callas. La signora ama uscire spesso per andare alla Scala o ad ascoltare concerti nei teatri milanesi. Ci sono tenori, soprani e coristi che si esercitano durante il giorno o che convogliano le proprie forze nei vari laboratori della casa. Alcune ex ballerine confezionano cappelli, altre cantanti disegnano bijoux, altre artiste ancora confezionano piante assieme alla volontaria Titti, che da vent’anni dedica il suo tempo alle ospiti di Casa Verdi. Tutti lavorano per uno scopo comune, raccogliere i soldi necessari per adottare a distanza un bambino, e in ogni stanza ci sono le foto dei ragazzi che crescono grazie alle donazioni ricavate dalla vendita degli oggetti realizzati qui. C’è anche spazio per la preghiera nella cappella interna all’edificio, dedicata a Santa Cecilia, patrona della musica e dei musicisti. Qui la messa è spesso intervallata dai canti degli ospiti, che amano partecipare attivamente alla liturgia. In questa perla incastonata tra saloni barocchi e splendidi affreschi si celebrano anche le esequie degli ospiti, che vivono qui fino alla fine. Quando scompare un ospite in Casa Verdi si respira silenzio assoluto, perché per i musicisti la maggiore forma di rispetto nei confronti di un collega scomparso è osservare il silenzi finché il feretro non abbandona l’edificio per l’ultimo viaggio.

GIOVANI. Dal 1998 Casa Verdi ospita anche studenti di musica particolarmente meritevoli e con scarse risorse economiche. I ragazzi vivono e si confrontano con gli ospiti più anziani, che incontrano in occasione del pranzo e della cena e a cui spesso chiedono consigli in vista di un esame o di un concerto, dimostrando che l’integrazione tra giovani e anziani è possibile ed arricchente, sopratutto quando si muove su una passione comune come quella della musica. Perché a Casa Verdi la vera protagonista è proprio lei. La si respira ovunque, non solo nelle sale dove gli ospiti passano il tempo, ma anche nel museo che custodisce alcuni cimeli appartenuti al grande compositore italiano. Un uomo umile e attento ai problemi della società che oggi riposa lì, assieme alla moglie Giuseppina Strepponi, in una cripta bellissima aperta al pubblico.

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