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La gentile mistica del Duce

maggio 12, 1999 Tringali Massimo

Il filosofo e Mussolini. Due mazziniani ed eretici del marxismo che
plaudono alla prima grande guerra (e preparano il fascismo) nel nome “non di Trento, Trieste e la Dalmazia. Ma per cementare la Nazione”

Decisivo per comprendere il fascismo è il rapporto tra Mussolini e il filosofo Giovanni Gentile. Nei due scritti giovanili di Gentile dedicati a “La filosofia di Marx” e a “Rosmini e Gioberti” si trova il significato dell’intera sua filosofia, l’attualismo, che può essere definita come marxismo separato dal materialismo e cattolicesimo senza alcun riferimento alla trascendenza. Infatti a partire da quella che è la chiave di volta dell’attualismo cioè il rifiuto di ogni realtà oggettiva, presupposta all’Io trascendentale, vale a dire al divino che c’è in noi, Deus qui manet in nobis, Gentile giunge ad un’interpretazione spiritualistica del marxismo e ad un cattolicesimo immanentizzato. Qui il significato dell’idealismo gentiliano che coincide con il compimento del Risorgimento inteso come restaurazione del pensiero religioso. Restaurazione religiosa nel senso di riaffermata religione dello Spirito, come spiritualismo purificato da ogni traccia di naturalismo (materialismo) e insieme di soprannaturalismo, così da rappresentare la critica più radicale del materialismo e del sostanzialismo a favore dell’interiorizzazione del divino, dove l’unica realtà è l’Atto puro, pura creatività, libertà assoluta. Troviamo negli scritti giovanili di Gentile la disposizione attivistica allo stato puro che definisce così il fascismo come soprattutto l’attitudine rivoluzionaria di Mussolini, che è una vera e propria “mistica dell’azione”. In questo modo si capisce l’adesione di Gentile al fascismo e, soprattutto, a Mussolini, per il quale ha contribuito alla creazione del mito del “Duce” (volontà universale e unificante che incarna lo Stato), quale personalizzazione estrema del potere. E Gentile fu il solo a vedere in Mussolini non già una forza per il consolidamento dello stato fascista inteso come continuazione della destra storica, o per un nuovo ordine a partire dallo squadrismo, bensì come il solo uomo capace di portare a compimento il Risorgimento. Così risultano coerenti le parole con le quali Gentile annunziò la sua adesione alla Repubblica Sociale: “O l’Italia si salva con lui, o è perduta per parecchi secoli”. Adesione all’insegna della piena coerenza intellettuale e morale, e che coglie il fascismo, in quanto alternativa al leninismo, come Rivoluzione “ulteriore” alla marxleninista, cioè adeguata a paesi di maggior sviluppo economico-culturale dell’arretrata Urss. Dunque in Gentile e in Mussolini troviamo l’espressione più elevata e moderna, in virtù dell’abbandono del materialismo, dell’idea di Rivoluzione totale elaborata da Marx.

In quest’ottica ha un senso ben preciso l’interpretazione di Gentile dell’interventismo e della partecipazione dell’Italia alla Prima guerra mondiale. Il particolare interventismo di Gentile è racchiuso in queste sue righe: “entrare nella guerra, gettare nel fuoco tutta la nazione, dei volenti e dei nolenti, non tanto per Trento e Trieste e la Dalmazia, e non certo per i vantaggi specifici, politici e militari, se non economici che queste annessioni avrebbero potuto arrecare… In guerra bisognava entrare per cementare una volta nel sangue questa Nazione formatasi più per fortuna che per valore dei suoi figli… Cementare la Nazione, come può fare soltanto la guerra, creando a tutti i cittadini un solo pensiero, un solo sentire, una stessa passione, una comune speranza… Cementarla, questa Nazione, per farne una Nazione vera, reale, viva, capace di muoversi e di volere e farsi valere e pesare nel mondo, ed entrare insomma nella storia, con una sua personalità, con una sua fisionomia, con un suo carattere, con una nota sua originale, senza più vivere d’accatto sulle civiltà altrui, e all’ombra dei grandi popoli fattori della storia. Crearla dunque davvero questa Nazione, come soltanto è possibile che sorga ogni realtà spirituale: con uno sforzo attraverso il sacrifizio”.

L’interventismo di Gentile è davvero unico, non assimilabile a quello dei democratici, dei nazionalisti, degli irredentisti e tanto meno a quello di indirizzo massonico-illuminista. È perfettamente identico a quello di Mussolini. La guerra è pensata essenzialmente come rivoluzione e compimento del Risorgimento. Dunque guerra civile, ma di particolare natura in quanto non si dovevano confrontare diverse classi sociali, bensì da una parte gli uomini caratterizzati dal sacrificio, dagli ideali e da una concezione della vita spiritualistica, e dall’altra gli uomini del tornaconto, dell’interesse personale ed egoistico, vale a dire espressioni di una concezione materialistica della vita. Insomma due categorie ideali a confronto: interventisti e neutralisti, rappresentati emblematicamente da Mazzini, o meglio dall’interpretazione di Mazzini data da Gentile, e da Giolitti. Ed è proprio nella continuazione di Mazzini che avverrebbe per Gentile il suo incontro con Mussolini. Inoltre, senza che vi sia stata alcuna influenza reciproca, tra il pensiero di Gentile e quello di Mussolini si stabilisce una sempre maggiore consonanza dopo la disfatta di Caporetto, che segna irrimediabilmente il passaggio dal socialismo all’idealismo di Mussolini. Tra l’altro la rivoluzione d’Ottobre e Caporetto coincidono cronologicamente e, dopo di allora, Mussolini aveva capito che la rivoluzione sovietica non poteva estendersi all’Italia, e che al proletariato dovevano venire sostituiti i combattenti (nel senso gentiliano del termine) rappresentanti della nuova Italia: è evidente la comunanza di giudizi, pur legati a processi di formazione diversi, tra Gentile e Mussolini.

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