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La bella storia di Mary Ann

luglio 7, 1999 O'Connor Flannery

L’ascia nel cuore

Cara Flannery O’Connor, puoi dirmi come fai a conciliare l’idea cattolica di un Dio buono con quel che si vede capitare tutti i giorni, dalle stragi in Kosovo, alle malattie, alle piccole e grandi tragedie di tutti i giorni?

Laura Parisi – Trapani Cara Laura, una volta alcune suore vollero farmi leggere un loro scritto a ricordo di Mary Ann, una ragazzina malata di cancro che avevano ospitato e che era morta da loro. Io la conoscevo solo attraverso una foto che mostrava la ragazzina col vestito e il velo della prima comunione. La bimba era seduta su una staccionata e stringeva in mano qualcosa che non riuscivo a distinguere. Il suo piccolo volto era regolare e luminoso da un lato. L’altro lato era protuberante, un occhio era bendato, il naso e la bocca erano un po’ spostati, schiacciati l’uno sull’altra. La bambina ricambiava lo sguardo del suo osservatore con evidente felicità e compostezza. Il manoscritto delle suore arrivò il primo d’agosto. Preso il coraggio a due mani mi sedetti e cominciai a leggerlo. Nello scritto c’era tutto quello che puo far storcere il naso a uno scrittore di professione. La maggior parte era riportato, pochissimo era reso; nei momenti drammatici, quando ce n’erano, l’osservatore sembrava svanire, e dove sarebbe stata necessaria una parola o una frase precisa, generalmente, al suo posto, se ne trovava una vaga. Tuttavia quando ebbi finito di leggere, dimenticate le imperfezioni dello scritto, rimasi per qualche tempo assorta a pensare al mistero di Mary Ann. In qualche modo erano riuscite a comunicarlo. La storia era incompiuta come il viso della bambina. Sembrava che entrambe fossero state lasciate ad altri da finire, come la creazione il settimo giorno. Il lettore avrebbe dovuto cavare qualcosa da quella storia, come Mary Ann aveva cavato qualcosa dal suo viso. Lei e le suore che l’avevano educata avevano tratto dal suo viso incompiuto il materiale della sua morte. L’azione creativa della vita del cristiano è preparare la propria morte in Cristo. E’ un’azione continua in cui i beni terreni sono utilizzati al massimo, sia i doni positivi, sia quelle che padre Teilhard de Chardin chiama “diminuzioni passive’. La diminuzione di Mary Ann era estrema, ma ella, grazie a un’intelligenza naturale e a una educazione conveniente, era preparata non semplicemente a sopportarla, ma a costruire su di essa. Era una ragazzina straordinariamente ricca. La morte è il tema di molta letteratura contemporanea. Ci sono “Morte a Venezia”, “La morte di un commesso viaggiatore”, “Morte nel pomeriggio”, “La morte di un uomo”. Quella di Mary Ann era la morte di una bambina, molto più semplice di ognuna di quelle morti, ma infinitamente piu sapiente. Il giorno in cui aveva varcato la soglia di Nostra Signora del Perpetuo Ausilio ad Atlanta, ella era finita nelle mani di donne che non erano urtate da nulla e che amavano talmente la vita da dedicare le loro vite ad alleviare le sofferenze di coloro che avevano ricevuto la sentenza di un cancro incurabile. La sua prognosi era di sei mesi, ma visse fino a dodici anni, abbastanza perché le suore le insegnassero ciò che solo poteva essere importante per lei. La sua era stata un’educazione alla morte, ma non le era stata impartita in maniera invadente. I suoi giorni erano stati pieni di cagnolini e di vestiti della festa, di Suore e di sorelle, di Coca-Cola e di Dagwood sandwiches e dei suoi molti amici – da Mr. Salck e Mr. Connolly a Lucio, il giardiniere; dai pazienti ammalati come lei, ai bambini che venivano portati a trovarla e ai quali forse veniva detto, quando l’avevano lasciata, quanto dovevano essere grati che Dio avesse fatto le loro facce senza difetti. E’ dubbio però che qualcuno di loro fosse altrettanto fortunato quanto Mary Ann.

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