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Karl Mussolini

luglio 7, 1999 Mereghetti Gianni

Nella bisaccia del Duce la lezione di Marx su rivoluzione, violenza e avanguardia. Noterelle intorno al filo rosso che offusca quella tradizionale immagine del Benito spezzato in due, tra socialismo prima e fascismo poi

Tra i molti maestri che ebbe Mussolini certamente quelli che spiccano sono Marx e Nietzsche: lui stesso si è spesso definito discepolo del filosofo del superuomo e nei confronti del padre indiscusso del comunismo ha avuto parole di elogio fino a considerarlo “il maestro immortale di tutti noi”, oppure a indicarlo come “spirito riflessivo, geniale e profondo, dotato di quella misteriosa potenza di divinazione che la stirpe gli aveva trasmesso” (Lotta di classe, 12 marzo 1910). Però mentre Nietzsche viene ritenuto un punto di riferimento costante sia per il pensiero che per l’azione di Mussolini, è opinione comune che il povero Marx abbia subito lo smacco di un ignobile tradimento da parte del dittatore italiano.

Infatti la più acuta intellighentia nostrana, che si guarda bene dal considerare la realtà per quello che è, ha accreditato una ricostruzione dualistica della vicenda personale di Mussolini; secondo tale interpretazione il Duce avrebbe vissuto una storia divisa in due tronconi, il primo dei quali di matrice social-comunista senza alcun nesso con il secondo di stampo fascista. Come a dire che il comunismo del giovane Mussolini fu un’ubriacatura passeggera o un’avventura sentimentale temporanea, presto cancellata dalla stabilità delle scelte adulte, ma soprattutto come a dire che è impossibile che una seria formazione marxista produca un fascista.

A favorire questa idea del Mussolini spezzato in due, sta poi il fatto che tra i due tronconi c’è il triste episodio della guerra e, come si sa, la guerra trasforma le persone, spesso in modo radicale. Così sembra che accadde anche a Mussolini: la guerra lo cambiò e da fervente social-comunista divenne uno degli uomini più rappresentativi niente meno che del fascismo, cioè di una teoria politica e di una prassi che non hanno nessun legame con Marx. Così stanno le cose per chi vuole difendere la verginità del padre del comunismo, la realtà però è ben diversa, perché Mussolini nella sua trasformazione si portò dietro la preziosa dote che il marxismo teorico e attivo gli aveva confezionato e che evidentemente era conciliabile con il fascismo, se non ne era l’alveo generatore. Questa dote, che Mussolini si porta appresso nella sua nuova dimora, è certamente l’idea della rivoluzione, un vero e proprio chiodo fisso nella mente del Duce che se la immagina come “il più grande bagno di sangue” di tutta la storia, vale a dire l’avvenimento che purificherà definitivamente e totalmente la società”.

Nella sua bisaccia da buon social-comunista Mussolini si porta l’ideale rivoluzionario, ma non solo, perché se si rovista bene si trovano anche alcune caratteristiche che fanno parte della tradizione marxista: in primo luogo l’idea della inevitabilità della violenza per produrre il fenomeno rivoluzionario, in secondo luogo quella che dalla rivoluzione scaturisce un’egemonia come momento necessario verso una società nuova, e che differenza ci sia tra egemonia di una classe e fascismo sarebbe interessante saperlo! Oltre a questi due fattori ce ne è un terzo, di grande interesse perché tipico del marxismo leninismo: infatti Mussolini ritiene che la rivoluzione deve essere guidata da “un piccolo nucleo, deciso e audace”, e con questo si avvicina se non si identifica con Lenin, là dove teorizza l’avanguardia come strumento indispensabile per portare a successo il progetto rivoluzionario.

Il fascismo mussoliniano che cosa fu? Una rivoluzione compiuta in modo violento dal ceto medio borghese attraverso un nucleo di avanguardisti che realizzò una dura e illiberale egemonia.

Mussolini quindi applicò per filo e per segno il metodo rivoluzionario di Marx, anzi ne fu il fedele esecutore nel contesto socio-economico italiano. Perché allora al posto di una rivoluzione comunista ne uscì una fascista? Per un semplice motivo, che Mussolini, a differenza di Gramsci, Togliatti e Bordiga, capì che in Italia il proletariato non era in grado di fare la rivoluzione. Infatti le sue esperienze giovanili nel Partito Socialista non lo avevano disilluso sulla forza travolgente dello spirito rivoluzionario, ma gli avevano fatto comprendere che se riponeva fiducia nella classe operaia la rivoluzione in Italia non sarebbe mai scoppiata.

Gli operai sapevano agitarsi un po’, ma la loro capacità di ribaltare il sistema era pressoché nulla, in quanto erano impregnati di riformismo o di velleitarismo.

Se si voleva fare la rivoluzione occorreva rivolgersi altrove ed è ciò che il Duce fa spostandosi verso quella classe medio borghese che tanto necessitava di una rivoluzione, per non finire schiacciata dal capitalismo elitario ormai dominante in Italia.

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