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Italia senza Dc? Albania

settembre 29, 1999 Da Rold Gianluigi

La leggenda della Resistenza
e la storia di un popolo
sconvolto dai tragici fatti del dopo 8 settembre. Ecco perché
la stragrande maggioranza
degli italiani trovò nella Chiesa l’unica istituzione ancora salda.
E finita la guerra voto Dc

Nel dopoguerra, almeno fino alla metà degli anni Sessanta, c’era una frase che riassumeva il senso di un voto e di una scelta politica. Era quasi un luogo comune, in molte famiglie: “Ho votato per la Chiesa”. Quella frase era la continuazione di quell’attendismo e di quello scoramento che pervase la popolazione italiana dall’8 settembre 1943 al 25 aprile 1945.

Resistenza: realtà e leggenda Il punto che qui ci interessa chiarire è il perché, dopo la Resistenza, tanto gelosamente custodita dai comunisti e dalle forze di sinistra, e tanto conclamata come riscatto nazionale e come rinnovamento complessivo di un’intera società, gli italiani abbiano scelto, nelle prime elezioni libere, di votare in massa per la Dc, di sconfiggere la sinistra, di far addirittura scomparire gli “azionisti”, la parte forse più attiva della Resistenza. Questo nodo cruciale della storia italiana non è mai stato affrontato con coraggio se non da Renato De Felice, l’unico in Italia a studiare a fondo il fascismo e a fare distinzioni precise tra la retorica della “vulgata” resistenziale e la realtà vissuta dagli italiani. In realtà la pagina, anche gloriosa e necessaria, della Resistenza è quasi socialmente secondaria rispetto al corso degli avvenimenti che vanno dall’8 settembre (o forse dal 25 luglio) del 1943 al 25 aprile del 1945. In quel drammatico periodo che per alcuni significò “la morte della patria”, si può risalire fino alla spiegazione della frase “Ho votato per la Chiesa”, detta per lungo tempo nel dopoguerra.

Una storia di popolo? Sì e no al 10% Esaminiamo solo alcuni fatti. La rotta della Quarta armata, comandata dal generale Raffaello Operti, che dopo l’8 settembre, data dell’armistizio e del “cambiamento di campo” italiano, si sbanda rientrando dalla Francia. Resta il generale Operti, con la cassa e con migliaia di soldati sbandati e centinaia di ufficiali che ritornano a casa. I primi nuclei di partigiani del Piemonte nascono da quel disastro militare.

Venne poi la tragedia della Repubblica Sociale Italiana, il ritorno di Mussolini, con le minacce naziste e le questioni di onore (viste da parti opposte) di molti giovani e meno giovani italiani. Ma, di fronte a quelli che scesero in campo aperto, che si schierarono con i gruppi partigiani o con i Repubblichini, quanti furono gli italiani che aspettarono, passivamente magari, ma anche cercando di cavarsela e di sopravvivere, in quella immane tragedia nazionale?

De Felice, dopo aver consultato diverse fonti, arrivò a questa conclusione: “Per delimitare il numero degli individui coinvolti dall’una e dall’altra parte sono arrivato a 3 milioni e mezzo, o 4 milioni, mettendo insieme familiari stretti e parenti lontani, amici e vicini. Pochi, rispetto ai 44 milioni di persone che abitavano allora l’Italia.

Che cosa facevano, in realtà, quegli italiani accusati da molti comunisti e azionisti? Vale la pena di sottolineare, tra le molte testimonianze, nell’angoscia del dopo 8 settembre, quella di uno scrittore veneto, del Vicentino: “Pareva di essere ritornati ai tempi delle invasioni barbariche. Ancora una volta la Chiesa diventava il rifugio e la protezione dei cittadini”. E questo è un atteggiamento di diffidenza che si può cogliere ovunque, soprattutto quando, dopo il settembre del 1944, gli Alleati bloccano la loro azione militare e la Resistenza entra in crisi, finanziaria e di uomini.

Diffidenza americana (e italiana) Questo ultimo aspetto non è mai stato chiarito abbastanza, volutamente. Ma in quell’epoca gli italiani osservavano e aspettavano. Vedevano i comunisti che tentavano di egemonizzare il movimento partigiano, che arrivavano anche al saccheggio pur di finanziare il movimento resistenziale e sapevano che la conclusione della guerra, della liberazione del territorio nazionale dipendeva soprattutto dalle forze anglo-americane. Molti sapevano delle reprimende di “John Mc Caffery”, dell’imposizione, al comando delle forze italiane di Liberazione, del generale Raffaele Cadorna e del famoso “accordo di Roma” del dicembre 1944, quando si stabilì (paragrafo 5 dell’accordo) di sovvenzionare i partigiani con 160 milioni al mese e della frase pronunciata da Harold Macmillan: “Chi paga i musicisti, decide la musica”. Una frase volutamente sprezzante, che si sintetizzava nel richiamo alla Resistenza: la guerra la conduciamo noi e sul dopoguerra non crediate di decidere da soli.

La diffidenza degli Alleati era il corrispettivo speculare della diffidenza che pervadeva la stragrande maggioranza della popolazione italiana. C’era stata la “morte della patria”, si attendeva il crollo del fascismo e la vittoria degli alleati. Si vedeva la barbarie della guerra civile. L’accordo di Yalta era lontano, poteva anche mutare se un movimento, egemonizzato dai comunisti, avesse saputo contrapporsi agli Alleati. C’era l’ambiguità dei comunisti. Mauro Scoccimarro aveva detto: “La svolta di Salerno è stata solo una tattica”. Perché gli italiani, la maggioranza grandissima degli italiani, avrebbe dovuto schierarsi? Fu in quei mesi che gli italiani dissero “no” al fascismo, che aveva trascinato il paese in una guerra rovinosa, ma dissero “no” anche all’avventura di una “democrazia popolare” comunista sotto l’egida di Stalin. E scelsero di “votare per la Chiesa”.

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