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Il ribelle. Clamorosa intervista esclusiva a Ben Weasel, guru del punk, artista di lotta e di redenzione

maggio 25, 2015 Amanda Murphy - Pietro Piccinini

Ci voleva il più punk tra i punk per fare della musica davvero anticonformista. Cioè umana. Parla il leader degli Screeching Weasel alla vigilia dell’uscita di Baby Fat. Un Rigoletto rock

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Per essere una star, Ben Weasel è il contrario di quello che si dice un morto di fama. Quasi si vanta di non avere miliardi di fan. Ma quelli che ha – abbastanza per vivere di musica – sono letteralmente pazzi di lui. Considerato padre del punk rock statunitense, fa parte della sacra trinità del genere insieme con i Ramones e i Queers. La prima fondazione della sua storica band, gli Screeching Weasel, risale al 1986 (seguiranno vari scioglimenti e rifondazioni, come da manuale). Ha ispirato tutti i punk rocker d’America, compresa gente che nel tempo ha raccolto più applausi di lui, come i Green Day e Blink-182. Ben Weasel è una leggenda. Di più: un idolo. Infatti l’estate scorsa non ci ha messo più di un mese a radunare con il crowdfunding tra “i suoi” i 40 mila dollari necessari a produrre il nuovo disco, Baby Fat.

Dicono che Ben Weasel o lo ami o lo odi. Da punk incallito, non riesce ad accodarsi al mainstream. Mai stato accomodante con nessuno, neanche con le etichette discografiche, men che meno con i “colleghi”. Si diverte a rivoltare la ribellione punk contro il conformismo punk, riuscendo così a farsi nemici anche fra gli amici. Qualcuno affettuosamente lo definisce “everybody’s favourite asshole”, lo str* preferito di tutti. Nato Benjamin Foster nel 1968 nella periferia di Chicago, espulso da tre scuole in gioventù, assiduo disturbatore della pubblica quiete attraverso la penna e la voce, è ritenuto un guru nel suo ambiente, e questo nessuno osa metterlo in discussione. Nemmeno oggi che Ben Weasel si è convertito al cattolicesimo, è sposato, ha tre figli, vive dalle parti di Madison, Wisconsin, e a casa è lui quello che si occupa dei bambini. Nel 2013 ha perfino scritto un Te Deum per questo giornale, ringraziando il Padreterno per aver fatto al mondo regali immeritati come santa Caterina da Siena e «la nostra Chiesa ostinata».

ben-weasel-tempi-copertinaLa verità è che Ben Weasel è talmente punk da risultare troppo punk perfino per i punk. Quando fa una cosa, la fa in modo radicale. Scrive e suona non per “fare casino”, ma crede fermamente – come spiega in questa intervista esclusiva a Tempi, sintesi di una lunga conversazione pubblicata integralmente in inglese sul nostro sito – di dover dire qualcosa con la musica, qualcosa che non sia pura rabbia, emozione, sfogo. Non una nota è piazzata a caso nel suo nuovo disco. Presto gli Screeching Weasel potrebbero venire a presentarlo in tour anche in Italia, dove hanno parecchi fan. E per Ben potrebbe essere l’occasione per realizzare un sogno: entrare alla Scala di Milano a godersi l’opera. Sì perché il guru del punk rock è diventato anche un grande amante della lirica. Lo stesso Baby Fat è a tutti gli effetti un’opera. Un’opera rock. Con tanto di libretto, personaggi, trama, scene e recitativo. Dialoghi e canzoni sono pieni di citazioni più o meno esplicite da Shakespeare e dai Salmi, ma anche di chicche “pop” destinate ai cultori di Charlton Heston e West Side Story. A livello musicale, è un mix altrettanto colto di generi rock, dai ritmi genuini del punk all’heavy metal, dai motivi western in stile Morricone a brani corali degni di un grande musical come Les Misérables. Baby Fat non ha nulla della lagnanza anarcoide. Zero politica, niente manifesti ideologici. Ben dice che è un grandioso «commento sulla condizione umana», ed è il primo a chiedersi se il suo pubblico saprà apprezzarlo appieno.

L’idea, ricorda, è nata mentre intorno a lui infuriava la tempesta mediatica per il famigerato incidente al South by Southwest. Marzo 2011. Durante l’esibizione degli Screeching Weasel al mega festival di Austin, Texas, Ben si lancia in una delle sue classiche tirate punk, arrivando a criticare la stessa kermesse e gli organizzatori. Una donna tra la folla pare non gradire e prende a insultarlo, lanciandogli contro birra e cubetti di ghiaccio. Lui resiste fin che può, ma a un certo punto sbrocca e le molla un pugno in faccia. Grave errore. Un rocker non allineato che picchia una signora in pubblico. I suoi nemici non aspettavano altro. Ben Weasel finisce alla gogna, quasi nessuno lo difende. I giornali lo attaccano da sinistra (perché lui è cattolico e quindi di destra) e lo attaccano da destra (perché lui è punk e quindi di sinistra). Perfino la band lo scarica. È la fine. Eppure.

Eppure, racconta oggi Ben Weasel, c’era tutto questo casino che si trascinava sui media, e in più «io avevo anche la mia vita reale da vivere». La moglie era incinta al settimo mese «e avevamo già due gemelle di tre anni che ci scorrazzavano per casa». Un giorno, mentre provava a capire come ricomporre una carriera ormai a rotoli e una famiglia probabilmente sul lastrico, ascoltando la radio in auto il senatore del punk si imbatté nella stazione del Met di New York. «Trasmettevano il Rigoletto, e ho pensato: “Ma è pazzesco!”». Sembrava che parlasse di lui. Fu una folgorazione. Decise che anche lui come Verdi avrebbe scritto un’opera. Baby Fat, la prima opera rock. E siamo all’Atto I, uscita 26 maggio.

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Perché un Rigoletto rock?
Una cosa mi ha colpito. Nella prima scena Rigoletto è un rospo schifoso, un personaggio orribile. Poi la scena finisce e lo vediamo in casa sua. E qui è un altro uomo, tutto il suo mondo gira intorno alla figlia. Non è buono, ma è molto umano. Mi ha attratto il tema vita pubblica contro vita privata. Uno scenario perfetto per essere aggiornato con rockstar e divi del cinema al posto di duchi e re. Volevo esplorare anche l’idea del successo, quanto la fama possa diventare un fattore isolante e trasformarci in mostri. In termini sommari, direi che il personaggio di Tommy Swank rappresenta proprio questo tipo di male. Il bene invece è rappresentato da Poveretta (la figlia di Baby Fat-Rigoletto, ndr), che non è del tutto buona. L’ho immaginata come una teologa per sottolineare il fatto che la sua fede è in larga misura intellettuale, non è mai stata messa alla prova. Lo sarà in questa storia, e lei dovrà decidere se far seguire alle parole i fatti. Poi c’è il personaggio di Baby Fat, che è come Rigoletto: è chiunque, è l’umanità, ed è in lotta, per così dire. L’amore verso sua figlia sarà la rovina di lei, proprio come nel Rigoletto.

Quindi non ci sarà redenzione per Poveretta nell’atto secondo?
Ci sarà redenzione. Baby Fat è la sua rovina a causa di quello che cerca di ottenere per lei. Nell’atto primo proverà a proteggerla, e non ci riuscirà. Nell’atto secondo proverà a vendicarla, e neanche questo funzionerà. Così Poveretta dovrà prendere una decisione. Alla fine dell’atto primo si troverà in questa orribile situazione che è lo stupro, in lotta con la propria sete di vendetta: dovrà decidere se allontanarsi da Dio. In una preghiera arriverà a chiedere a Gesù di andarsene da lei. È il peccato di superbia. Oggi, quando diciamo questa parola, pensiamo solo all’arroganza, ma credo che il suo vero significato sia un altro. È quello di cui scrive Graham Greene ne Il nocciolo della questione, dove alla fine Scobie si suicida perché ha deciso che Dio non può salvarlo. È autocommiserazione. Lui vuole essere salvato, ma non può salvarlo Dio. È questo il tipo di superbia che mi interessa, quella che oggi porta tanta gente a dire: «Oh, vorrei tanto essere religioso anch’io, ma non ci riesco». Il sottinteso è: «Sono troppo intelligente, magari fossi un idiota come te e credessi in Dio, sarebbe così confortante…». Ma è il contrario esatto della verità: la fede non è confortevole, deve invece renderci inquieti.

Dovevamo aspettare un punk rocker per vedere un’opera artistica che pretenda di dare una testimonianza di fede?
Vedete, ancora nella prima metà del 20esimo secolo c’erano artisti cattolici formidabili, soprattutto scrittori, in particolare in Occidente. Ma adesso è tutto finito. La cosa seria oggi è tabù nell’arte.

In che senso “la cosa seria”?
La cosa seria. Si possono sempre scrivere quei libri ottusi sugli angeli che andranno a ruba. Oppure si può teorizzare che sì, la fede è ok, a patto che la depuriamo dei suoi insegnamenti chiave e attacchiamo le istituzioni… Si può sempre produrre questa roba per gente che vive tra le nuvole. Ma entrare davvero nel cuore della fede è veramente l’ultimo tabù. Nessuno sa da dove venga l’ispirazione artistica, quale ne sia l’origine, ma per gran parte della nostra storia si è presunto che venisse da Dio. Oggi invece è una questione psicologica. Lo stesso accade in politica, dove spesso vediamo saltar fuori la parola “sentirsi”. C’è gente che mira a limitare il nostro Primo Emendamento, la nostra libertà di espressione, perché certe cose fanno “sentire” male altre persone… Non voglio dire che bisogna credere in Dio per essere buoni artisti, ma bisogna arrivare a intuire che c’è qualcosa che non dipende da noi, o quanto meno qualcosa che non si può comprendere. Potrebbe essere questo il nostro terreno comune, ma viviamo in una cultura sempre pronta a sentirsi oltraggiata, e questo è pessimo per l’arte.

Perché è un male per l’arte?
È un problema per l’arte come lo è per la politica, perché ci sono troppo cose di cui non si può parlare, ma se non si può discutere non si troveranno mai le soluzioni. Prendete per esempio il matrimonio gay. Adesso qualcuno ha deciso che i gay non solo dovrebbero avere la facoltà di sposarsi, ma questa facoltà dovrebbe essere protetta dalla Costituzione a livello federale. Il problema qui è una domanda alla quale non è mai stata data una risposta seria, ma è sempre stata ridicolizzata. E cioè: se concediamo questo a un determinato gruppo di persone, come possiamo escludere tutti gli altri? È una domanda che non è mai stata presa sul serio. Ebbene, ora che la marea si è invertita, la risposta è cambiata, e adesso è: «Che importa?». Sta andando in scena qualcosa di davvero disonesto qui, ed è possibile solo perché tutti hanno il terrore di apparire come dei fanatici della destra religiosa, mentre era una pura questione di logica e di legge.

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Credi che ci saranno reazioni di questo tipo anche rispetto al tuo Baby Fat?
Sì. C’è un sacco di gente che respinge qualunque cosa io dica perché sembro un cattolico di destra. Non sono di destra, non ho un’ideologia politica. La politica è importante, ma non è la soluzione al problema della condizione umana, e il mio lavoro è esprimermi sulla condizione umana. Se la gente avrà problemi con Baby Fat? Certo che sì. Scommetto che tanti si sentiranno offesi perché ho osato immaginare una scena in cui una donna viene stuprata. Concluderanno chissà come che io approvo lo stupro, che rovescio la colpa su Poveretta o che altro. Ovviamente è una mia scelta deliberata, perché rendo omaggio a Rigoletto, e perché crea una situazione di una carica emozionale incredibile, una violazione devastante dell’individuo… ma dal mio punto di vista ha molto poco a che fare con lo stupro. Negli anni Novanta c’era un tizio nella mia band che dopo aver visto Pulp Fiction, discutendo con me, sosteneva che Tarantino avesse ripetuto così tante volte la parola “negro” nel film solo perché gli piaceva la parola “negro” e finalmente aveva trovato un modo di usarla senza essere criticato. Ho pensato: «Questa è follia, tu non capisci l’arte neanche lontanamente!». Ma davvero siamo arrivati a questo punto. E credo sinceramente che questo è quel che accade quando si elimina la religione dalla società: la società continua a gravitare intorno ad essa, solo inconsciamente. Così non abbiamo più culti organizzati ma abbiamo creato una nostra religione e siamo diventati proprio come i puritani del 17esimo secolo. Vogliamo mettere le persone alla gogna, vogliamo incidergli una lettera scarlatta sul petto. È un bene per l’arte? È un bene per la società? Non è un bene per niente. Tornando alla domanda, quasi prevedo che la scena dello stupro porterà guai, ma non è per questo che l’ho scritta. Non si tratta di sesso o di violenza, ma di guarire l’umanità. E l’unica cosa che conta è come risponderà il personaggio di Poveretta. Non è un commento sociale sullo stupro, cerco di parlare di qualcosa di molto più grande.

Quando hai deciso di farti cattolico?
Sono entrato nella Chiesa dieci anni fa quasi esatti. Sono sempre stato attratto dal cattolicesimo, perché da piccolo sono stato battezzato ma non sono stato cresciuto nella fede. Le mie sorelle ed io eravamo tra i pochi bambini che frequentavano la scuola pubblica, la maggior parte dei nostri amici facevano le scuole cattoliche, e la domenica andavano a Messa. Lo trovavo affascinante. Ma mia madre aveva lasciato la Chiesa cattolica, e quando avevo 10-11 anni ci mandava alla chiesa battista per partecipare alle attività giovanili. È questo che mi ha tenuto alla larga dal cristianesimo per decenni. Lo odiavo, mi sembravano cose sciatte e insulse, una versione “disneyficata” di quello che sarebbe dovuto essere, e lo dico dal punto di vista di un bambino. Così quando ho deciso di abbandonare il buddismo (Ben Weasel è stato per qualche tempo buddista prima di convertirsi al cattolicesimo, ndr), mi sono rivolto seriamente al cattolicesimo. Mi colpiva in particolare l’Eucarestia. Alcune chiese della mia zona facevano l’adorazione eucaristica. Sapete, mettono l’Ostia in ostensione e la gente si mette a pregare davanti ad essa… Mi sono informato e ho capito che credevano letteralmente nel corpo e nel sangue di Cristo presenti nell’Ostia. Mi sono detto: è semplicemente scandaloso, è così provocatorio, sfida tutto quello che sappiamo, tutta la nostra cultura ossessionata dalla scienza (che significa qualunque cosa ci dicano di credere questa settimana). Voglio dire: è davvero una cosa seria. Ho deciso che se mai fossi entrato in una chiesa, ne avrei scelta una che offrisse l’adorazione eucaristica, segno di serietà rispetto alla fede. Quelle dove suonano la chitarra acustica cantando il Padre Nostro non facevano per me.

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Che cosa ti ha spinto a cambiare vita e a entrare nella Chiesa?
Sono un po’ restio a parlare di questo, perché sembra quasi irreale… Prima di decidermi a entrare nella Chiesa mi sono detto: proverò a pregare. Non credevo affatto che sarebbe successo nulla, volevo solo fare un tentativo. Uno dei motivi per cui non sono mai riuscito a riconciliarmi con il buddismo è che lì la tua redenzione dipende solo da te e dalla tua energia. Ma io sono stato un disastro per tutta la vita. Ho fatto due anni in una specie di scuola riformatorio, sono finito in una punk rock band perché non sapevo fare altro. Il classico outsider. E avevo appena subìto un divorzio… Per trent’anni ho provato a raddrizzarmi con le mie forze, e non ha funzionato. Così ho detto: provo a pregare, non può farmi male. Non sapevo nemmeno se Gesù fosse reale, in qualche senso ultraterreno. Ma quasi immediatamente la mia vita ha iniziato a migliorare parecchio. Non ho fatto niente, non ho cambiato nulla, ma i miei problemi hanno iniziato a recedere considerevolmente. Forse è stata una coincidenza, non so dire con certezza se in quel momento Dio sia entrato nella mia vita per migliorarla. Cioè, a questo punto è innegabile, ma quello che so è che allora mi ha preso e mi ha fatto desiderare di provare l’esperienza della Chiesa e di ricevere l’Eucarestia. Ho guardato la mia vita, rispetto all’inferno che era… Ho iniziato a vedere cambiamenti nella mia arte, nella mia quotidianità. Soprattutto non mi sentivo più male rispetto a me stesso, ho capito che potevo smettere di prendere decisioni che non dovevo prendere.

Ma in un certo senso esiste una contraddizione tra essere punk ed essere cattolici. Di solito al punk si associa l’anarchia, il fare quel che si vuole, l’opposto di Poveretta in Baby Fat.
Questa è una visione sorpassata del punk. Può essere stato qualcosa del genere in origine, ma molto presto è diventato una specie di seconda ondata del movimento hippy. Sinistra radicale. Perciò è vero, nel punk non c’è spazio per la religione, ma solo perché è vista come intrinsecamente ostile ai valori di sinistra. Mi sono opposto a questa concezione fin dall’inizio della mia carriera. Anche quando non avevo fede scrivevo canzoni in cui attaccavo l’idea convenzionale di religione nel punk.

Hai relazioni difficili perfino con il tuo stesso mondo.
In effetti non ho idea di come ho potuto avere una carriera… Il motivo per cui dicono che sono di destra, anche se non lo sono, è perché la voce predominante nel punk è la sinistra, e io devo criticarla. Io prendo sul serio quello che dicono il movimento hippy e il movimento punk: di mettere tutto in questione. Metto tutto in questione, compreso il vostro insistere che devo mettere tutto in questione.


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3 Commenti

  1. emmo scrive:

    ragazzi che ribelle….
    ah ah ah

  2. Raider scrive:

    Le regole, nello show-biz come nell’underground come, ormai, nella vita dei comuni mortali, sono quelle che sappiamo: politicamente corrette, con droga e tutto quel che ne consegue. Quindi, ribelle e anti-conformista Ben Weasel lo è. Chi non lo capisce o non lo vuole capire, rida pure, se non sta latrando di rabbia.

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