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Il miscredente e il buon maestro

novembre 16, 2006 Tempi

«È una vocazione umana più intensa la somiglianza
tra noi e voi». Così Sofri ricorda l’amicizia con don Giussani
e i suoi allievi

Pubblichiamo una anticipazione del libro Il miscredente. Adriano Sofri e la fede di un ateo, scritto dal giornalista del Tirreno Mario Lancisi. Il volume, edito da Piemme, sarà in libreria dal 21 novembre. Il brano che segue è tratto dal capitolo “Sofri visto dai credenti”.

Anno cruciale nella storia dei movimenti in Italia, il 1976. Lotta Continua chiude i battenti e Comunione e Liberazione li apre. Anno decisivo anche nella vita di Sofri: non nel senso letterale di un passaggio di testimone ma in quello meno eclatante e più profondo di inizio di un cammino di ricerca di se stesso, in cui don Luigi Giussani, fondatore di Cl, e il suo movimento, rappresentano un incrocio di sguardi e simpatie.
Intervistato da Luigi Amicone, direttore di Tempi, Sofri racconta di essersi accorto “molto in ritardo” del movimento di don Giussani, nonostante che in Lc ci fossero persone, a cominciare da Luigi Manconi, che già a partire dai primi anni Settanta avevano raccomandato di prestare attenzione ai giovani ciellini. Nella maggioranza degli aderenti a Lotta Continua questa attenzione era vissuta con fastidio, una sorta di “mania milanese”. Sofri ricorda che già allora c’era chi coglieva in Cl una sorta di movimento parallelo a Lc: «Non come il nemico con cui fare i conti per liquidarlo, ma come un fenomeno somigliante, quantomeno nell’aspetto di comunità umana e di indipendenza dalle autorità costituite», osserva.
Sofri e Cl si incrociarono l’11 marzo 1977. E fu un incrocio tragico, drammatico: l’uccisione a Bologna di Francesco Lorusso. Nell’ateneo bolognese si tenne un’assemblea di ciellini contro la quale si scagliarono trecento militanti di Autonomia e Lc. Ne conseguirono furibondi scontri con la polizia: a terra rimase esangue il povero corpo di Lorusso.

Quel bigliettino rimasto inedito
Anche se Lc come movimento era già sciolto (proseguivano solo le pubblicazioni del giornale), e il suo fondatore si sentiva politicamente in pensione, il tragico omicidio non poté lasciare indifferente Sofri. Che incontrò così Cl in una strana circostanza in cui venivano a mescolarsi piani rovesciati come precipizio e nuovo inizio, muro e dialogo, in un rimescolamento di carte, di passato e futuro.
«Chiusa Lc, da dove riparte Sofri?» gli domanda Amicone. E Sofri risponde: «Da me stesso. E questa è forse la somiglianza maggiore tra noi e voi, tra Lc e Cl. Il pregio maggiore è anche l’insidia maggiore. Cioè la vera natura di Lotta Continua e la vera differenza dagli altri gruppi sta in una certa vocazione umana più intensa, il che significa un desiderio di mimetismo, che diventa anche un talento, una capacità di identificazione con gli altri. Questo è il vero marchio di Lc: tu vai davanti alla fabbrica e diventi operaio, vai a occupare le case e diventi sottoproletario, casalinga di Voghera, immigrato turco in Germania. Insomma una vera avventura di rapporto con gli altri».
L’incontro di Sofri con Cl rappresenta soprattutto l’inizio di un rapporto con il suo fondatore don Luigi Giussani. Un rapporto singolare: i due non si vedono, si scrivono. Però è anche un rapporto «così lungo, anche se del tutto intermittente e saltuario, così solido, così disinteressato, gratuito e niente potrebbe nuocergli», lo definisce Sofri. Che confessa apertamente di provare una vera e forte simpatia per don Giussani. Questi, in un biglietto finora rimasto inedito, scrive ad Adriano: «Ti auguro la fede».
Del fondatore di Cl, don Giussani, sottolinea soprattutto l’«estrema fluidità e prontezza a cogliere qualunque occasione per dire delle cose mai rilegate, mai dogmatizzate, impossibili da trasmettere in una scuola di partito, mettendo al primo posto l’incontro, e poi addirittura la bellezza».
Proprio questo è il tratto peculiare che Sofri individua in don Giussani come «maestro mobile» e non come «maestro della parola scritta da consultare come il libretto rosso di Mao». Questa fluidità e mobilità di don Giussani è all’origine della fede e dell’identità culturale di Cl. Per cui nel movimento ciellino finiscono per coincidere «la fede intensa» con «un attivismo e con una tranquillità invidiabile». Da qui, osserva Sofri, anche una certa immagine di Cl che la fa apparire «di una spregiudicatezza losca o di una tranquillità invidiabile».
Sul Foglio del 20 marzo 1997 Sofri scrive a don Giussani muovendo da “ricordi separati”, riflesso di vicende che provengono da storie diverse, quasi contrapposte. Ciò non impedisce però la “simpatia”, anzi l’alimenta dell’inatteso, del promettente: «Mi sembra di vedere con simpatia la sua attenzione a ciò che sta per arrivare, all’aspettativa e all’incontro d’eccezione: anche se la mia somiglia di più a quella che lei, a proposito di Ernst Bloch, ha chiamato “un’attesa a vanvera”».

La foto in piazza San Pietro
(.) Un anno dopo, nel 1998, in occasione della 19esima edizione del Meeting di Comunione e Liberazione, tenutasi a Rimini dal 23 al 29 agosto, dal titolo fascinoso La vita non è sogno, Sofri scrive a don Giussani: «Volevo solo dirle che ho visto la sua fotografia col papa, in piazza San Pietro, nel giorno dei movimenti: bellissima. Lei che vuole inginocchiarsi, il papa che vuole rialzarla, un doppio movimento degno di quel Caravaggio che avete deciso di portare al Meeting, per far testimoniare anche lui che la vita non è sogno».
(.) Don Giussani muore il 22 febbraio 2005 all’età di 82 anni. L’indomani sul Foglio Sofri ne ricorda il pensiero «versatile e poetico, insieme diretto e complicato e allusivo, pronto a scorribande eclettiche, e tuttavia sempre così saldo nell’incontro ogni giorno rinnovato col suo Gesù». E sottolinea anche il rapporto con i suoi allievi, caratterizzato da un affetto «caldo e confidente», ritenuto da Sofri «il segno certo di un buon maestro».

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