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Falce e carrello: ecco perché al giudice non piace il libro di Caprotti

novembre 30, 2011 Chiara Rizzo

Il Tribunale di Milano, giovedì scorso, ha stabilito che Falce e carrello, libro scritto dal patron di Esselunga Bernando Caprotti che denuncia il sistema di favoritismi di cui godono le Coop, è da condannare e ritirare dal mercato per concorrenza sleale ai danni di Coop Italia. Il giudice del tribunale nella sentenza si allarga e critica addirittura lo stile con cui è scritto il libro. Negli ultimi 10 anni, ritirati solo due testi: uno sulla pedofilia e uno di Travaglio

«La prefazione del libro, che ragionevolmente non resterà fra gli scritti più pregevoli e degni di essere ricordati per il valore scientifico di cui pure è convenuto l’autore». «Gli scritti raccolti nell’appendice esprimono con toni anche ironici e sarcastici una pungente critica al “sistema” delle cooperative». A leggere queste righe si potrebbe pensare di essere, se non proprio dalle parti della giuria del premio Strega, quanto meno nei dintorni. Invece è la sentenza con cui la prima sezione civile del Tribunale di Milano giovedì scorso ha stabilito che il libro Falce e carrello – le mani sulla spesa degli italiani, scritto da Bernando Caprotti (patron di Esselunga), con la prefazione dell’economista Geminello Alvi e un’appendice curata dall’inviato de Il Giornale Stefano Filippi è da condannare per concorrenza illecita ai danni di Coop Italia (il consorzio delle cooperative attive nella grande distribuzione): perciò Caprotti, Alvi, Filippi e l’editore Marsilio dovranno risarcire con 300 mila euro Coop Italia. Ma soprattutto, è questo il dato più discusso, il giudice ha deciso di bloccare la pubblicazione del libro e ritirare le copie già sul mercato.

Questo non è il primo scontro giudiziario tra il patron di Esselunga e il mondo delle cooperative, scatenato da Falce e Carrello. Però la sentenza di giovedì è la prima in assoluto a stabilire che il libro debba proprio sparire dalla circolazione. E, fatto ancora più controverso, la sentenza è anche uno dei rarissimi casi in cui viene chiesto che un libro sia ritirato dal commercio. In dieci anni è accaduto ad esempio solo in due casi; nel 2000 con un libro del collettivo Luther Blisset sulla pedofilia, Lasciate che i bimbi, e nel 2010 con un’edizione del libro L’odore dei soldi di Marco Travaglio.

Qualcuno, come Pierluigi Battista dalle colonne del Corriere della Sera ha parlato di “Rogo dei libri”: «D’accordo le Coop non si toccano, venerate come una reliquia sacra e quindi bisognose di robuste esenzioni fiscali – ha scritto Battista – ma per questo il libro deve essere bandito, gettato al macero, bloccato nella pubblicazione, per sentenza di un tribunale che dovrebbe giudicare nel nome del popolo italiano e non in quello dei baroni dei supermercati politicamente corretti?». Per il vicepresidente della Camera, Maurizio Lupi (Pdl), la sentenza «riporta alla memoria un periodo storico che non vorremmo rivivere, quello in cui i libri scomodi venivano bruciati in piazza o messi all’indice»; per il presidente del Pdl in Senato Maurizio Gasparri si tratta di una «sentenza incredibile e assurda, da film Fahrenheit 451, o da libro di George Orwell», opinione condivisa anche dal capogruppo Pdl alla Camera Fabrizio Cicchitto.

Franco Siddi, presidente della Federazione nazionale della stampa, pur premettendo che «le sentenze si rispettano», ha aggiunto: «Bruciare i libri non è mai indice di libertà. Credo che da un libro, anche il più scorretto, ci si possa difendere contrapponendo altre tesi, altre prove. E sul libro in questione credo sia più efficace prevedere una ristampa con sentenza a margine». Giancarlo Mazzucca (Pdl) membro della commissione cultura, e giornalista, ha fatto notare che «Caprotti in un’intervista al mio giornale illustrò una situazione suffragata da fatti sul potere economico nelle regioni rosse, che c’era e c’è tuttora. Se poi nel libro ci sono inesattezze o contenuti diffamatori, naturalmente c’è sempre lo strumento della querela, ed eventualmente si può stabilire la ripubblicazione del libro cancellando le parti che risultano non vere».

Invece no, nel caso di Caprotti non se ne parla proprio. Eppure, anche in altri due casi lo stesso Tribunale di Milano si era pronunciato su Falce e Carrello, e in modo opposto. Nella prima causa, mossa da Coop Liguria, il giudice nel 2010 ha sentenziato che non c’è diffamazione (ma sempre esercizio di libera opinione garantito costituzionalmente), bensì concorrenza sleale. Da qui la condanna al semplice risarcimento di Coop Liguria con 50 mila euro. Nella seconda causa, mossa da Coop Estense, invece, il giudice nel marzo 2011 ha stabilito che non c’è stata né diffamazione, né concorrenza sleale. In nessuno dei due casi dunque si è parlato di correzioni o ritiro dal mercato delle copie del libro. Anzi: proprio per la denuncia di Falce e Carrello, va ricordato che nel marzo di quest’anno l’Antitrust, l’authority che vigila sulla concorrenza e sul mercato, ha avviato due indagini su Coop Estense e Unicoop Tirreno.

Ora invece la diversa sentenza sul caso di Coop Italia. Con tanto di analisi del testo e commento di stile sulla prefazione di Geminello Alvi e appendice di Stefano Filippi: «Gli scritti di Filippi – annota anzi con scrupolo il giudice – hanno l’evidente finalità di sorreggere le tesi e le opinioni di Caprotti al pari della prefazione di Alvi, pur non avendo il giornalista meritato l’esplicito ringraziamento che in apertura Caprotti ha riservato invece ad Alvi». «È evidente che l’“operazione Falce e Carrello” ideata e realizzata da Esselunga spa tramite il suo “creatore” e con il concorso di un’economista, di un giornalista e di un editore va ben al di là della legittima espressione di opinioni e giudizi critici sul regime fiscale delle cooperative, con la dolosa consapevolezza di favorire Esselunga ai danni di Coop». E se la libertà di critica viene riconosciuta da una parte della sentenza, essa non basta più nell’altra parte della sentenza a giustificare ancora l’esistenza di un libro. Per la scellerata «operazione Falce e Carrello» è però «impossibile per la Coop Italia dimostrare quanti e quali consumatori possano aver dubitato dei prodotti Coop fino a decidersi a rivolgersi ad altri operatori, fra cui Esselunga». Il danno patrimoniale della concorrenza sleale lo ha dunque stimato il giudice.

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3 Commenti

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