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Europa disoccupata e improduttiva

luglio 14, 1999 Tempi

Il grafico della settimana

Ci prendiamo la libertà di dare un consiglio al Presidente del Consiglio D’Alema (scusate il gioco di parole): il tuo sindacalista dà di matto perché hai fatto cenno alla riforma delle pensioni? Ti costringe a espungere qualsiasi riferimento alla flessibilità del lavoro nel Dpef minacciando fulmini e saette? Bofonchia cose incomprensibili a proposito di spesa pubblica e posti di lavoro, salario e lotta alla disoccupazione? Niente paura: mostragli le statistiche del World Economic Outlook del Fondo monetario internazionale su costo del lavoro e tasso di occupazione e quelle dei paesi Ocde su spesa pubblica e tasso di disoccupazione, e vedrai che abbasserà subito la cresta. Insomma, i numeri parlano un linguaggio brutale ma chiaro: più è rapido l’aumento del costo del lavoro, più è debole la crescita dell’occupazione; e al contrario, più è contenuto l’aumento del costo del lavoro, più il numero dei posti di lavoro cresce a razzo. E analogamente, più uno Stato è impegnato a devolvere grosse quote del prodotto interno lordo (pil) in spesa pubblica, più il tasso di disoccupazione strutturale in quel paese resta alto. Su queste materie, il paragone fra Europa e Stati Uniti si risolve in un’autentica batosta per la prima. Prendiamo il rapporto fra costo del lavoro e impiego: fissato a 100 il valore di questi due parametri sia negli Usa che negli attuali paesi dell’euro nell’anno 1970, constatiamo che negli ultimi 28 anni esso si è evoluto in maniera radicalmente diversa nelle due aree. Negli Usa l’occupazione è passata da 100 a 170, mentre il costo del lavoro è salito solo a 125; tendenza inversa nell’area dell’euro, dove a essere cresciuti fin quasi a 170 sono i costi del lavoro, mentre l’occupazione si è fermata a 110. Stesso discorso per la spesa pubblica: in Francia e in Italia essa è superiore al 50% del pil, mentre negli Stati Uniti supera di poco il 30%; si dà il caso che il tasso di disoccupazione ammonti al 12% e all’11,4% in Italia e Francia rispettivamente, mentre negli Usa è appena del 4,3%. Se ci concentriamo sulle statistiche dell’occupazione, ci imbattiamo in un dato estremamente preoccupante: nell’area dell’euro la proporzione di popolazione in età lavorativa occupata è scesa dal 63% del 1970 al 57% del 1998, mentre negli Stati Uniti la percentuale è aumentata dal 62% del 1970 al 74% del 1998. Molto preoccupante è anche un altro dato: il tasso di produttività del lavoro nell’Unione Europea, tradizionalmente superiore a quello di Usa e Giappone, si è deteriorato e tuttora si sta deteriorando. Negli anni Novanta la produttività per ora di lavoro è aumentata in media dell’1,1% annuo negli Usa, ma solo dello 0,7% nella zona dell’euro nello stesso periodo. La produttività del lavoro Usa ha già superato quella di Germania e Gran Bretagna e ormai ha raggiunto quella dell’Italia, seconda, fra i grandi paesi, alla sola Francia. Insomma, insieme all’occupazione anche i mitici tassi di produttività del lavoro europeo vanno scemando. Chissà se i sindacati hanno qualcosa da dire.

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