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L’estate peggiore di Aleppo. Reportage tra le macerie e le chiese sventrate dalle bombe “artigianali” dei ribelli

luglio 18, 2015 Rodolfo Casadei

Della 30 chiese attive prima della guerra iniziata nel 2012, metà sono distrutte o inaccessibili. Dei 180 mila cristiani sono fuggiti «forse più del 50 per cento»

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DAL NOSTRO INVIATO AD ALEPPO (SIRIA)

Sahed Farhat, piazza Farhat, il cuore cristiano di Aleppo, è devastata su tre lati. A destra il bombardamento ha mandato in pezzi il piano superiore del vescovado greco cattolico e reso inagibile la chiesa adiacente. Scaglie di marmi antichi cospargono il cortile, sovrastate da tre archi di pietra in successione rimasti intatti. A sinistra la facciata dell’edificio della Società San Vincenzo è annerita dall’esito dell’incendio che l’ha avvolta, larghe occhiaie vuote al posto delle finestre. Il direttore, che quella notte dormiva in sede, è morto fra le fiamme. Di fronte, fra le due ali della piazza in rovina, si erge la facciata invulnerata di sant’Isaia, la principale chiesa maronita di Aleppo, preceduta da un pronao fiancheggiato da due campanili, il tutto altrettanto immacolato.

TUTTO DISTRUTTO. Ma basta superare la soglia dell’edificio per scoprire l’orrore del tetto completamente sprofondato sulle panche all’interno, un’inestricabile groviglio di travi, mattoni e cemento sovrastati dal cielo azzurro che il crollo ha scoperto. In mezzo alla piazza troneggia intatta, sopra un basamento di marmo, la statua di bronzo in posizione seduta di Farhat, intellettuale e vescovo maronita che dà il nome a questo luogo, che fino a tre mesi pulsava di vita cristiana e non solo. Nel mezzo chilometro quadrato del rione di Tel Al c’erano sei chiese e altri edifici ecclesiastici, più un reticolo di vicoli dove si alternavano negozi e case private. Ora è tutto distrutto o danneggiato, comunque è tutto disabitato, fra le rovine e dentro alle case non pericolanti si aggirano soldati giovanissimi costantemente all’erta: a 200 metri da qui, dopo la piazza sul lato opposto della chiesa di sant’Isaia, si annidano cecchini sempre pronti a colpire. Sotto i nostri piedi corrono tunnel che i ribelli riempiono di esplosivo e fanno saltare in coincidenza dei punti di concentrazione militare.

BOMBE ARTIGIANALI. Ma il disastro che si dispiega sotto i nostri occhi, qui nel quartiere religiosamente misto e politicamente polarizzato di Sdeide, non l’hanno provocato i tiratori scelti delle due coalizioni ribelli attive contro le forze governative: nell’aprile scorso, durante la settimana santa ortodossa, su questa e su altre zone a prevalenza cristiana della città sono piovuti 560 obici di varia foggia e potenza. Della varietà più tristemente famosa, un esemplare giace sul lato sinistro della piazza: una grossa bombola verdastra squarciata dall’esplosione e dotata di alette di propulsione nella parte inferiore. Oltre a razzi e colpi di mortaio, i ribelli sparano con cannoni artigianali di loro produzione bombole di gas svuotate e riempite di schegge di ferro, chiodi ed esplosivo: armi improvvisate, eppure gli effetti sono dirompenti.

CHIESE SVENTRATE. Poco oltre un gomitolo di vicoli ingombri di vetri fracassati e macerie di muri crollati si materializza la vista straziante di quel che resta della chiesa armena apostolica dei Quaranta Martiri, pare la più antica di Aleppo (XI secolo) e la più rinomata: la facciata, il tetto e metà della parete laterale destra si sono sbriciolati al modo delle chiese colpite dal terremoto dell’Irpinia del 1980. La mezza parete ancora in piedi si è trasformata in una quinta minacciosa, percorsa da crepe pronte a innescare altri crolli. Resistono il campanile sulla parte posteriore e i due piccoli ingressi a semicerchio ancora valicabili, nonostante il cumulo delle macerie. I nostri accompagnatori siriani, ammutoliti, si mettono le mani fra i capelli.

«CRISTIANI DIMEZZATI». La verità è che da tre anni a questa parte, ogni volta che arriva la Settimana Santa, i ribelli di tendenza islamista – dominanti – si scatenano e attaccano obiettivi religiosi e civili delle zone a forte presenza cristiana. L’anno scorso è toccato agli armeni del quartiere di Midan, l’anno prima ai cristiani di Jebel el Seide, nome che significa la “collina della Madonna” e quartiere dove si trovano tutti i cimiteri delle varie confessioni cristiane, uno in fila all’altro dentro a un grande parco alberato. Gran parte degli abitanti è dovuta fuggire, i cimiteri sono diventati inaccessibili a coloro che hanno lì sepolti i loro cari, e gli occupanti hanno ribattezzato il quartiere Sheikh Massud. Delle quasi 30 chiese attive ad Aleppo prima delle ostilità iniziate nel 2012, metà circa sono attualmente distrutte, inagibili o inaccessibili. «Prima che scoppiasse la violenza ad Aleppo c’erano 180-190 mila cristiani», dice monsignor Jean-Clément Jeanbart, vescovo melkita. «Adesso la cifra è dimezzata. Fino a sei mesi fa solo un terzo aveva abbandonato la città, ma fra l’inizio dell’anno ed oggi sono sicuro che abbiamo toccato e forse superato il 50 per cento».

L’ESTATE PEGGIORE. Il bersaglio, però, non sono solo i cristiani: «Da un mese in questa città non ci sono più né elettricità né acqua, e tutti i giorni cadono colpi di mortaio e bombole di gas esplosive sulle nostre case. Prima non era così», dice il dottor Salim, chirurgo all’ospedale Saint Louis gestito da una congregazione di suore francesi, una delle dieci cliniche private attive nella metà governativa di Aleppo. “Prima” un’ora di elettricità al giorno era garantita, e quasi sempre l’acqua. Ma la centrale elettrica così come l’acquedotto si trovano nella metà della città sotto controllo dell’opposizione armata. E mentre in passato i ribelli fornivano questi servizi in cambio di favori da parte governativa (carburante, forniture mediche), adesso hanno fatto saltare gli equilibri e pare proprio che puntino a strangolare del tutto la vita cittadina per provocare l’esodo della popolazione dell’ovest. Poiché non sembrano in grado di prevalere militarmente, tentano la via dell’assedio. Quella del 2015 è senz’altro l’estate peggiore per Aleppo da quando è iniziata la crisi.

Qui la prima puntata su Damasco del reportage dalla Siria.


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