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Ecco perché la Cina trionfa alle Olimpiadi. «Gli altri si divertono, noi dobbiamo solo vincere» Foto

luglio 31, 2012 Elisabetta Longo

Il doping non c’entra, i cinesi vincono per il modo in cui si allenano. Come rivelano gli atleti olimpionici stessi: «Prima di ogni gara, in Cina, esiste solo la vittoria. L’atleta finisce per perdere l’entusiasmo a nuotare».


Nessun atleta europeo sarebbe in grado di sopportare gli allenamenti durissimi a cui vengono sottoposti gli atleti cinesi fin da piccoli. Vengono plasmati a misura del volere degli insegnanti, piegati fino a quando non diventano elastici e in grado di fare le sequenze atletiche senza sbavature di alcun genere. Ha seguito questo training anche Ye Shiwen, l’autrice del nuovo record del mondo in vasca. Oggi la ragazza ti trova davanti a pesanti accuse di doping, alle quali risponde semplicemente: «I miei risultati vengono dal duro lavoro e dall’allenamento». A vedere i reportage fotografici usciti durante Pechino 2008, anno di rivalsa del medagliere cinese, vengono i brividi e al confronto i nostri atleti italiani sembrano delle pappemolli.

Il South China Morning Post invece alimenta le polemiche tramite la voce di una compagna di allenamenti della Ye, Li Zhesi, alla quale è stato impedito di partecipare alle Olimpiadi dopo essere stata colta con valori di eritropoietina sballati nel sangue. «Il tempo di Ye è fantastico ma difficilmente credibile», afferma Li, con invidia. Molti vedono invece nelle forme fisiche di Ye il segreto del suo successo. Quel fisico così androgino, dai fianchi stretti e dalle spalle larghe, potrebbe averla avvantaggiata rispetto alle avversarie in vasca.

C’è un’altra nuotatrice cinese sotto gli occhi del mondo, Lu Ying, vincitrice dell’argento nei 100 metri a farfalla, una che è scappata dagli allenatori cinesi dopo Pechino 2008 per andare ad allenarsi in Australia, la terra di Ian Thorpe, e che racconta ancora meravigliata che in piscina ci si può anche divertire, insieme agli altri compagni di squadra. «Prima delle sedute, gli australiani si divertono, non hanno paura di come renderanno e delle sgridate che ne seguiranno. Prima di ogni gara, in Cina, non esiste altro. L’atleta è concentrato solo ed esclusivamente su quello, si finisce anche per perdere l’entusiasmo a nuotare. Il modo di allenarsi australiano, confrontato con quello cinese, mi ha fatto più volte chiedere se finora mi fossi allenata per me stessa o per qualcun altro. Finiti gli allenamenti amici e parenti degli altri compagni mi hanno invitato ai barbecue di fine anno. In Cina non sarebbe mai successo», conclude la cinese, comunque vincitrice.

È negli anni Ottanta che il regime comunista ha cominciato a esigere frotte di atleti robot, in grado di umiliare gli Stati Uniti, da sempre re del medagliere olimpico. Gli insegnanti in Cina sono designati a trovare nuove reclute per lo sport, bambini con propensioni naturali a questa o a quell’altra attività, e che vengono mandati in uno dei tremila campi di allenamento sparsi per il territorio cinese. Negli anni questa pratica di talent scout è continuata, ed è così che Ye ha cominciato, alla tenera età di sette anni, in queste palestre dove campeggiano enormi bandiere rosse stellate e enormi scritte “gold”. L’unico traguardo a cui si deve aspirare: la medaglia d’oro. Il canottiere inglese Sir Matthew Pinsent, mandato dal comitato Olimpico a investigare sulle dicerie degli allenamenti cinesi, dice che vedere quei bambini piegati sotto gli esercizi è disturbante, ma non c’è niente di palesemente scorretto da vietare alla Cina la partecipazione alle Olimpiadi, anche se ricordano tristemente i training fatti dalle giovani ginnaste della Germania dell’Est, ai tempi della cortina di ferro.

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