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E se fosse per sempre. Intervista sull’amore a Alain Finkielkraut

gennaio 23, 2012 Rodolfo Casadei

Per il filosofo francese Alain Finkielkraut «l’amore è un avvenimento che fa assaporare una condizione migliore di quella della libertà. Anche a noi altri moderni, così fieri della nostra autonomia, ossessionati dall’intensità, spaventati dalla durata». L’autore ha scritto il ilbro “Et si l’amour durait”. Pubblichiamo l’intervista uscita sul numero 3 di Tempi

Pubblichiamo l’intervista uscita sul numero 3 di Tempi.

E se l’amore durasse. In piena epoca di dittatura del desiderio e della sua crudele volubilità, quando la libertà più grande che si riesce a concepire è quella di potersi disfare in qualunque momento delle promesse fatte, compresi i “ti amerò per sempre”, e matrimoni e convivenze sembrano portare stampata sul retro la data di scadenza fin dal primo momento, quella che l’amore possa durare per davvero diventa un’ipotesi remota. Da formulare con l’aiuto del congiuntivo imperfetto. Eppure anche adesso che «la rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo» (Paul Valéry), la nostalgia per i giuramenti d’amore eterno e per l’umanità che li pronunciava credendoci davvero fa tremare i cuori quando si ode o si legge una frasetta così: e se l’amore durasse. Alain Finkielkraut ci ha costruito intorno un libro (Et si l’amour durait) che fa tesoro della lezione di quattro autori letterari che dell’amore hanno scritto a partire da una posizione risolutamente antiromantica molto moderna: Madame de la Fayette, Ingmar Bergman, Philip Roth e Milan Kundera. I loro personaggi o fanno esperienza della non durevolezza dell’amore, o non ci entrano nemmeno per non soffrire quando tutto finirà, o sono convinti militanti del sesso libertino. E tuttavia l’amore per tutta la vita e anche oltre fa capolino in vari modi nelle storie che raccontano. Suggerendo che ciò non debba restare necessariamente a livello di semplice nostalgia, ma che il miracolo della durata potrebbe prendere inaspettatamente forma. Come, confessa Finkielkraut, è successo a lui con un matrimonio andato ben oltre le attese iniziali, smentendo non le sue illusioni, ma le sue disillusioni.

Il filosofo francese ammette di essere anche lui, come tutti coloro che erano giovani al tempo della rivoluzione sessuale e del Sessantotto, «entrato nell’amore dalla porta del disincanto». Chi ha vissuto da protagonista gli anni della liberazione del desiderio è passato attraverso la convinzione che l’amore fosse una convenzione sociale o una forma di possessività borghese volta a nascondere la realtà del sesso, che la verità fino ad allora negata dell’essere umano fosse la libido. Ma la disillusione rispetto alle promesse della liberazione sessuale non è stata meno forte della disillusione che la maturità porta con sé rispetto alle promesse dell’amore. Da qui la scoperta che la vita umana è più complessa di quanto i dogmi della rivoluzione sessuale volessero far credere e che non tutto è politica, non tutto è questione di rapporti di forza fra uomini e donne. Per questo, anche nel pieno della post-modernità, le domande sull’amore continuano a non lasciare tranquilli, e in particolare quella sulla possibilità che duri.

Monsieur Finkielkraut, siamo post-romantici, sappiamo che l’amore non dura, eppure continuiamo a giustificare le nostre azioni e a rivendicare diritti in nome dell’amore: che si tratti della richiesta del matrimonio fra persone dello stesso sesso o della richiesta di praticare l’eutanasia ai propri cari o dell’abbandono del proprio coniuge per un’altra persona, sempre la richiesta viene fatta o la giustificazione addotta “nel nome dell’amore”. Come può un affetto così precario e (considerata la pluralità di cause per le quali viene tirato in ballo) mal definito, essere criterio supremo e indiscutibile? Non è un’evidente contraddizione?
La rinuncia alla durata marca un’epoca del mondo, ha scritto Paul Valéry. Siamo entrati nell’era della provvisorietà: i nostri impegni non ci impegnano più, la durata è stata sostituita dall’intensità. Il criterio è diventato l’intensità e non l’amore, o per lo meno quel che succede è che dell’amore non si trattiene che l’intensità amorosa. Ma dentro di noi oscuramente sappiamo che rinunciare alla durata equivale a rinunciare all’amore. Dire: “Ti amo” equivale a dire: “Ti amerò”, equivale a parlare contemporaneamente al presente e al futuro, a sottrarsi al flusso del tempo. Ogni dichiarazione d’amore è una dichiarazione di eternità. L’amore è un’avventura ostinata, l’abbiamo quasi dimenticato, ma non del tutto. Perciò diffido di una morale che facesse dell’amore il suo unico criterio, a maggior ragione per il fatto che oggi dell’amore noi sembriamo non voler trattenere che l’intensità. Ma d’altra parte non voglio accusare troppo la mia epoca, perché la nostalgia e il desiderio della durata restano molto forti e profondi.

Il mondo d’oggi, lei nota giustamente, considera bizzarro e assurdo il comportamento di Madame de Clèves – che rinuncia all’amore per non tradirlo e per non soffrire quando finirà – e allo stesso tempo le dà completamente ragione, cioè giudica che l’amore è precario e perituro per natura. Ma ad essere assurda non è questa schizofrenia della cultura dominante? Non è assurdo il fatalismo con cui il mondo si lascia trascinare nel turbine doloroso del desiderio e dell’amore, pur sapendo che è doloroso? Perché il sapere non genera un atteggiamento più riflessivo? Perché ci si consegna fatalisticamente alla malinconia o alla depressione?
Il fatto è che l’amore non è una decisione, non è una scelta fatta con conoscenza di causa. L’amore è comunque un avvenimento, una fatalità: ci si innamora, non si decide di essere innamorati di qualcuno. «Malgrado me per un altro», scrive Emmanuel Lévinas. Il soggetto innamorato è spossessato: perde il controllo, la padronanza di sé. L’amore è un’alienazione, ma talvolta (non sempre) è un’alienazione positiva. L’amore fa assaporare a noi altri, soggetti così fieri della nostra propria autonomia, una condizione migliore di quella della libertà.

Il capitolo che il suo libro dedica a Bergman sembra anche smontare un mito romantico convalidato dall’illuminismo di Kant e dall’ossessione democratica odierna per la trasparenza: quello secondo cui chi si ama deve dirsi tutto con piena sincerità. L’amore ha bisogno di bugie, o almeno ha bisogno che non tutto sia detto. Amore e verità dunque sono tendenzialmente in conflitto?
Io non direi che l’amore ha bisogno della menzogna. Senza dubbio gli amanti devono evitare di sprofondare in una specie di comunità fusionale. Gli amanti non sono destinati a essere una cosa sola. Contrariamente a quello che vuole dirci il mito dell’androginia nel Simposio di Platone. Premesso questo, l’amore è anche un patto fondato sulla fiducia. Resta il problema di cosa sia meglio fare quando uno dei due tradisce l’altro. Bisogna dire tutto? Non ho una risposta categorica per questa domanda molto delicata, ma capita che il silenzio giovi più della confessione. È esattamente quello che Bergman lascia intendere in Interviste private, perché quando Henrik apprende di essere stato tradito, questa confessione non gli basta, vuole sapere di più; la sua gelosia è insaziabile, più sa e più vorrebbe sapere, fino all’oscenità totale. E l’oscenità totale è mortale. Ecco perché la sincerità completa non può essere una soluzione universale: può succedere che la bugia sia misericordiosa, può succedere che protegga la durata dell’amore.

Sia nella letteratura che nella realtà si dà il caso di amori coniugali che durano, che contraddicono con la loro verificabile esistenza il disincanto post-romantico. Si può filosofare su questo?
Benjamin Constant scrive in Adolphe, il suo unico e magnifico romanzo, di aver voluto prendere in esame quella che definisce una delle principali malattie morali del nostro secolo: quell’inquietudine, quell’assenza di forze, quell’analisi pepetua che colloca una riserva mentale a fianco di tutti i sentimenti e che così facendo li fa sfiorire fin dalla loro stessa nascita. Oggi siamo tutti cugini di Adolphe, siamo tutti disincantati e disillusi sin dall’inizio, per così dire. L’amore è allo stesso tempo un sentimento e un giuramento, e quel giuramento noi lo pronunciamo senza crederci troppo: noi crediamo di ritrovarci prima o poi nell’usura dell’amore. Tuttavia può succedere che noi ci ritroviamo, oserei dire, delusi in positivo. Cioè la nostra vita può rivelarsi come un romanzo che inverte la traiettoria tradizionale delle illusioni perdute. Per parte mia, ho vissuto e vivo tuttora il romanzo non delle illusioni, ma delle disillusioni perdute. Un romanzo che però non scriverò mai, sia per ragioni di discrezione, sia perché non ne sarei capace.

Il suo libro sembra concludere che c’è un amore che dura, e non è l’amore passionale, ma l’amore disinteressato, oblativo: non eros, vittima dei capricci del desiderio, ma agape. Che non è riservato ai cristiani soltanto – anche se lei cita proprio la Deus caritas est di Benedetto XVI per illustrare il concetto – ma a tutti coloro che fanno l’esperienza della compassione per l’altro, che soffrono disinteressatamente per la mortalità dell’essere amato, che sono più addolorati per la morte dell’altro che per la propria. Tuttavia bisogna ammettere che l’amore che più si vorrebbe ricevere e più si vorrebbe dare alla persona amata è quello di sentirsi dire e di poter dire all’amato con verità: «Tu non morirai per sempre». Rainer Maria Rilke ha scritto: «Ama chi dice all’altro: “Non morire”». Cosa c’è dietro questo circuito fra mortalità e immortalità?
Voglio chiarire innanzitutto che non ho voluto fare della storia di Teresa e di Thomas nell’Insostenibile leggerezza dell’essere di Milan Kundera la lezione generale del mio libro. E per parte mia non distinguerei così categoricamente come fa lei nella sua domanda amore passionale e amore di compassione, ovvero eros e agape: io sarei, per quel che mi riguarda, incapace di amore se nel mio amore non ci fosse una componente erotica molto forte. Ma per rispondere alla sua domanda, ricorrerei a una citazione da un altro romanzo di Kundera, Il libro del riso e dell’oblio, là dove Tamina la vedova dice: «È così semplice: un morto che io amo non sarà mai morto per me. Non posso nemmeno dire: “L’ho amato”. No: io lo amo. E se mi rifiuto di parlare di lui usando un tempo al passato, ciò significa che colui che è morto, è». E Kundera conclude: forse è in questo che consiste la dimensione religiosa dell’essere umano.

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