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Don Giussani non va cercato solo nei suoi scritti, ma nella vita che da lui è nata

febbraio 27, 2013 Massimo Camisasca

L’omelia del vescovo di Reggio Emilia in occasione dell’anniversario della scomparsa del fondatore di Comunione e Liberazione

Pubblichiamo l’omelia dimonsignor Massimo Camisasca, vescovo di Reggio Emilia, nella messa di suffragio per don Luigi Giussani. Reggio Emilia, 22 febbraio 2013

Cari amici,

don Giussani è stata la persona decisiva che ha aperto la mia mente e il mio cuore agli orizzonti del mondo e della Chiesa. Se dovessi dire in estrema sintesi la ragione di maggior gratitudine che ho verso di lui, direi proprio questo: egli mi ha fatto innamorare di Cristo e della Chiesa. Non mi ha presentato un Dio rinchiuso in un passato irraggiungibile. Mi ha indicato Cristo presente nella comunione di chi oggi si lascia raggiungere da lui. Ha spalancato la mia umanità di ragazzo silenzioso e riservato alla conoscenza dell’uomo, dell’arte, della musica, della poesia. Mi ha insegnato cosa vuol dire accompagnare le persone, aiutarle a crescere e a fiorire, senza mai sostituirsi a loro. In lui ho visto la possibilità di valorizzare tutto e tutti nelle loro diversità. Mi ha riempito di curiosità per tutto, perché mi ha riempito di curiosità per Cristo. Egli, che era un grande comunicatore, mi ha trasmesso la passione per il rapporto personale con gli uomini e l’urgenza di far conoscere a tutti Gesù, l’unica risposta a quella sete di infinito che abita il cuore di ognuno e che don Giussani non smetteva di alimentare in chi gli stava vicino.

Per tutto questo, oggi, non solo da parte mia, ma a nome della Chiesa intera, desidero ringraziare don Giussani. La sua luminosa testimonianza, il suo infaticabile lavoro di educatore di generazioni e generazioni di uomini e donne al cristianesimo, la sua fede rocciosa che diventava, in modo naturale, luce per comprendere la realtà sono un faro importante all’interno della Chiesa. Egli è una miniera profondissima da cui si possono attingere tanti tesori. Le parole di stima che pochi giorni fa Benedetto XVI ha avuto ricordando don Giussani sono la testimonianza più grande e più autorevole di tutto ciò: «Ho conosciuto personalmente don Giussani – ha detto il papa –. Ho conosciuto la sua fede, la sua gioia, la sua forza e la ricchezza delle sue idee, la creatività della fede. È cresciuta una vera amicizia; così, tramite lui, ho conosciuto anche meglio la comunità di Comunione e Liberazione» (Saluto all’Assemblea generale della Fraternità San Carlo, 6 febbraio 2013).

Se uno volesse conoscere chi è stato don Giussani, dovrebbe sì leggere i suoi scritti, dovrebbe certamente studiarne la vita, ma, assieme a tutto questo, deve guardare a ciò che di lui vive tra noi. La vostra presenza qui, ci dice che don Giussani è vivo, perché vive ciò che da lui è nato. Ciò che da lui è nato muove anche la vita di persone che non lo hanno conosciuto direttamente. Come è possibile questo? Anche di altri personaggi storici possiamo conservare un grande ricordo, ma essi non muovono la nostra vita oggi. Che cosa, dunque, permette a don Giussani di vivere ancora? Rispondere a questa domanda è di capitale importanza, non solo per coloro che appartengono al movimento da lui fondato, ma per ogni uomo. Rispondere a questa domanda, infatti, significa addentrarsi nel segreto della vita, capire che cosa di noi non muore. Don Giussani si è affidato allo Spirito di Dio: ciò che è nato da lui è nato dalla sua obbedienza allo Spirito di Dio. Solo obbedendo a Dio, solo entrando nella sua volontà, le nostre opere e la nostra stessa vita possono portare frutto. Un frutto che rimane e può continuare a fecondare altre vite.

Entrare in ciò che Dio vuole è fondamentale per ogni esistenza. Dio parla innanzitutto attraverso i fatti. Entrare in questi fatti, che sono più grandi dei sentimenti, ci permette di entrare in una visione vera di noi stessi e del mondo. Stando accanto a don Giussani ci si accorgeva di iniziare a considerare in modo nuovo, realistico e positivo, i fatti, la realtà e, pian piano, si conosceva il Padre che attraverso quei fatti interpellava la nostra vita. Si imparava ad obbedire a Dio, ad entrare nella vita di colui che vive. Ecco allora la ragione più profonda per cui possiamo affermare che don Giussani vive ancora: perché si è lasciato prendere da Cristo che è il vivente.

Qualche giorno fa ho incontrato una grande scrittrice cristiana, Elena Bono. Ha ormai più di novanta anni, ma si ricordava ancora con grande lucidità il suo incontro con don Giussani. L’aveva conosciuto negli anni Settanta a Chiavari ed era stata così impressionata dalla sua personalità che ha sentito il desiderio di fissare per sempre quel momento in una poesia. «Il sorridente illuminato»: così in quei versi definisce don Giussani. Mi ha molto colpito il fatto che, seppur in un incontro abbastanza fugace, ella sia riuscita a cogliere un aspetto importante, direi centrale, della personalità di don Giussani: poiché non c’è nulla che sia perfetto – scrive la Bono – l’uomo può amarsi e amare solo quando si scopre amato gratuitamente da Dio. La suprema imitazione di Dio è dunque il perdono. Nessuno si ama veramente, [] / Di qui nasce il deserto / dentro e fuori di voi. / Ma tu imita Iddio / nella misericordia / che è la suprema Perfezione. / Va’ e perdona te stesso, – / sorrise a lui l’Illuminato (Elena Bono, Il magrissimo asceta fece un interminabile cammino, in Poesie. Opera omnia, Le Mani, Genova 2007, 408).

Amen.

 

 

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1 Commenti

  1. Raffaella scrive:

    Bellissimo!
    Grazie

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