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Con i cristiani d’Egitto rischiamo di perdere le tracce di una civiltà a cui dobbiamo molto

gennaio 19, 2017 Pier Giacomo Ghirardini

Senza i copti non conosceremmo la civiltà egizia, la sua “pietas” straordinaria. Chi può dire che lo stesso Gesù non abbia imparato qualche geroglifico?

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Pubblichiamo la rubrica di Pier Giacomo Ghirardini contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)

La tragedia dei nostri fratelli copti in Egitto dovrebbe turbare profondamente non solo i cristiani ma qualunque uomo di cultura, perché il debito della civiltà occidentale verso questi autentici eredi della lingua e della cultura dell’antico Egitto è immane – quanto misconosciuto.

L’egittologia è purtroppo una scienza giovanissima, e non c’è ancora un “cantiere di ricerca” capace di rappresentarci il lascito della cultura egizia nei confronti della tradizione giudaico-cristiana. La possibile estinzione dei copti rischia di recidere il vivo cordone ombelicale fra civiltà egizia, cristianesimo e Occidente. Quando in Egitto cesseranno le liturgie in lingua copta, tacerà per sempre il Logos che ha dato vita alla grande civiltà faraonica.

È stata la perfetta conoscenza del copto del diciassettenne Jean-François Champollion che ha consentito la sistematica decodificazione della lingua e della civiltà egizia. La stele di Rosetta è stata sì importante, fornendo spunti di decrittazione dei geroglifici, ma senza il copto gli egittologi brancolerebbero ancora nel buio. Non conosceremmo la religione egiziana, la potenza dei suoi simboli migrati – chissà mai perché – nel cuore del cristianesimo. L’offerta del pane e del vino. La ricerca di Dio da parte di un popolo che testimoniava la sua “pietas” in ogni stele funeraria con frasi come queste: ho dato cibo all’affamato, birra all’assetato, ho vestito l’ignudo, ho traghettato chi era senza barca.

Gesù da bambino è stato in Egitto. Chi può dire che non abbia parlato anche un po’ di egiziano e non abbia imparato qualche geroglifico?

Una volta mi hanno invitato a tenere una lezione di egiziano antico ai bambini di una scuola elementare: ho voluto fare un esperimento, andandoci giù duro e ho proposto loro la prima lezione della monumentale Egyptian Grammar di Sir Alan Gardiner. Dopo due ore ho fatto tradurre le prime frasi in geroglifico poste come esercizio da questo testo che si usa a Oxford. Ricordo la luce negli occhi di una bimba di sette anni che per prima mi ha consegnato i suoi geroglifici ricopiati con grafia tremante, la precisissima traslitterazione e traduzione: era raggiante perché aveva capito di avere capito.

Non penso che Gesù bambino in Egitto fosse meno intelligente di quella bimba, e non penso che abbia fatto fatica a trovare uno straccio di scriba meglio di me, disposto a spiegargli il senso di alcuni dei geroglifici che si trovano scolpiti ovunque in una qualsiasi città egizia, come pagine di libri aperti. Sono quei libri che i cristiani di Egitto ci hanno consentito di leggere e che sia la barbarie del radicalismo islamico che il cinismo della normalizzazione culturale di un Occidente morente vorrebbero riconsegnare alla polvere.

Foto Ansa

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