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«Nel silenzio generale crescono in Svizzera i numeri del suicidio assistito»

marzo 11, 2016 Benedetta Frigerio

Secondo il medico svizzero Franco Tanzi, «ormai ci si uccide anche da sani: la colpa è della normativa vigente e dell’ideologia che inganna i pazienti»

siringa-eutanasia-shutterstock-12789928Svizzera. Secondo i dati forniti da Exit, associazione che pratica il suicidio assistito, nel 2015 le morti procurate dalle pillole o dalle iniezioni letali fornite dagli operatori dell’associazione sono state 782, il 34 per cento in più rispetto al 2014. Secondo Exit, questi numeri dimostrano il «forte bisogno della popolazione svizzera, nonostante l’ampliamento della medicina palliativa», di ricorrere all’eutanasia.
Così, però, non la pensa il medico svizzero Franco Tanzi, co-responsabile del Centro di geriatria Clinica Luganese, da sempre impegnato su queste tematiche: «La colpa – spiega a tempi.it – è della normativa vigente e di una mentalità individualista, sponsorizzata dai mass media, che inganna i pazienti».

LIMITI FERREI? La norma che consente il suicidio assistito, racconta Tanzi, «fu varata prima della Seconda guerra mondiale per permettere ai militari disertori o macchiatisi di gravi colpe di suicidarsi piuttosto che affrontare il pubblico ludibrio». All’inizio degli anni Novanta, comparvero le associazioni come Exit, Dignitas e successivamente Liberty Life, «nei cui protocolli si leggeva che avrebbero “aiutato” le persone terminali a morire, ma con limiti, a loro detta, ferrei. In realtà, la disposizione di legge non afferma il diritto al suicidio ma sancisce che l’aiuto al suicidio, anche offerto a persone sane, non è punibile se privo di uno scopo egoistico. È per questo che la Svizzera ha sempre preferito chiudere un occhio piuttosto che legiferare in materia, generando ulteriori danni». Tanzi è convinto «che mettere la vita ai voti sia sempre fonte di morte».

INDIVIDUALISMO. Il problema è «l’individualismo, che porta le persone a concepirsi da sole, lasciandole prive dei legami necessari per affrontare il dramma della vita». Se attraverso le norme si crea una mentalità che «spinge gli anziani o i disabili a sentirsi un peso», inevitabilmente saranno indotti «a richiedere il suicidio». Per contrastare questo follia, spiega il medico, «bisogna fare di tutto per fare compagnia ai malati facendo capire loro che valgono, in qualsiasi condizione si trovino» e nello stesso tempo «cercare di combattere queste leggi, dato che, persino di fronte ad offerte di aiuto, c’è chi prosegue nei suoi intenti mortiferi».

IL TURISMO DELLA MORTE. Recentemente Tanzi, insieme a un collega di parere opposto, è stato invitato come esperto dalla Commissione sanitaria del Gran Consiglio ticinese. La Commissione doveva pronunciarsi su un’iniziativa parlamentare dei Verdi che mirava a permettere il suicidio assistito (che ora avviene nelle case) negli ospedali e negli istituti di cura. Se fosse passata, le associazioni come Exit avrebbero avuto accesso a ospedali, cliniche, case per anziani. «Ma la Commissione, consapevole della potenziale gravità che questa iniziativa avrebbe potuto avere, ha votato all’unanimità, meno un astenuto, per il “no”». Settimana prossima si attende il parere del Gran Consiglio chiamato a discutere e infine votare l’iniziativa: «Si immagina l’effetto emulativo che avrebbe la mozione in uno stato di debolezza come quello dei pazienti malati o anziani?».

IL CROLLO FINALE. L’operato delle associazioni pro-eutanasia ha «alimentato il turismo della morte: l’ultimo caso è quello di un paziente, segnalatomi da un collega altrettanto preoccupato, che si trasferirà dall’Italia per suicidarsi in una struttura vicino a Lugano. Sembra che una media di tre italiani al mese varchi il confine con questo intento». «Se all’inizio morivano solo i terminali ora i protocolli di Exit sono cambiati, permettendo anche a chi soffre di malattie non terminali (e ben presto anche mentali quali demenza e forse depressione refrattaria) di chiedere la morte». Ormai non occorre neppure essere malati: «Fra i miei pazienti ci fu una donna a cui amputarono una gamba: disse che così non voleva vivere e chiese di morire». Eppure la legge dovrebbe porre un limite al suicidio assistito per fini egoistici. «Sì, questo a parole. Ma, nel silenzio generale, accade di tutto. La invito a riflettere su un dato: farsi uccidere costa circa 8-12 mila franchi, un po’ meno se si è soci dell’associazione».

Foto da Shutterstock


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3 Commenti

  1. Mario scrive:

    Uccidono per soldi…ma non lo facevano solo i killer e i mafiosi????
    Mi viene in mente che in casi di cronaca si riferiva di chi partecipava a una setta…e in uno stato di debolezza mentale diventava facile preda di avidi assassini

  2. angelo scrive:

    Il problema non è l’ individualismo, ma una legislatura che consente il suicidio assistito.
    che invece deve essere vietato in quanto omicidio.

    • Samuele scrive:

      Strettamente parlando la norma penale NON VIETA. L’omicidio ma prevede una pena, come minaccia, per chi liberamente si autodetermina a commetterlo. Analogamente la legge penale non può vietare, come Lei preconizza, il suicidio assistito, che peraltro viene ampiamente integrato da altri lemmi codicisti (aiuto al suicidio, omicidio del consenziente). Ciò detto in punto di correttezza. Le Sue quindi rimangono solo anatemi ….

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