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Come si è arrivati alla pericolosa deriva che definisce la pedofilia solo un «disordine»

febbraio 20, 2013 Benedetta Frigerio

Linda Ames Nicolosi, direttore del Narth, ripercorre la strada con cui si è giunti a formulare il nuovo “Manuale diagnostico e statistico di disturbi mentali”

Il nuovo Manuale diagnostico e statistico di disturbi mentali (Dsm-V) uscirà nel maggio 2013. L’impostazione generale rimane quella precedente: si considera patologia tutto ciò che è dramma umano e dolore. Al contrario, l’invulnerabilità è considerata sinonimo di sanità mentale. Fra le patologie non appare più la pedofilia. Prima considerata una malattia, ora è diventata un “disordine”, e solo nel caso in cui provochi “disagio” a chi prova attrazione fisica verso i bambini o all’area sociale circostante al soggetto.
Fra gli studiosi intervenuti sul tema, c’è Linda Ames Nicolosi, direttore del Narth, l’Associazione americana di ricerca sulle terapie per l’omosessualità: «Da molti anni ad oggi – ha scritto sul sito dell’associazione – gli psicologi sono rimasti imprigionati in un dilemma filosofico: è la “malattia mentale” qualcosa che si può dire patologico, da un punto di vista oggettivo, scientifico e “neutrale”? La verità è che non c’è accordo universale su questo», nota la studiosa. E la confusione starebbe proprio qui. «Questo problema è evidente ora che si pone la discussione relativa alla pedofilia: molestare i bambini è illegale e la nostra cultura lo considera moralmente sbagliato, ma ora alcuni terapisti dicono che provare attrazione per un bambino non può essere considerato un orientamento mentale patologico».

I CAMBIAMENTI. I recenti cambiamenti nel manuale dell’Associazione degli psichiatri americani (Apa) hanno dato ragione a questi ultimi. «Nella prima versione del manuale diagnostico (Dsm-III) l’Apa aveva scritto che era sufficiente un’inclinazione verso un bambino per emettere una diagnosi di pedofilia. Poi, appena qualche anno più tardi, nel Dsm-IV, l’Apa ha cambiato i suoi criteri in modo da lasciare spazio a un tipo di pedofilia “normale”. Si considerava un disordine mentale quello di una persona che molestava un bambino, solo se la sua azione “causa sofferenze clinicamente significative o disagi nelle aree sociali, occupazionali o in altri importanti campi”».
In altre parole, un uomo che molestava un bambino senza provare rimorso, e senza sperimentare un disagio significativo nelle sue relazioni sociali e lavorative, poteva essere definito – almeno teoricamente – come un tipo di pedofilo “psicologicamente normale”». Ma, ricorda il direttore, quando alcuni fecero notare l’assunto, sollevando dubbi all’interno della comunità scientifica, l’Apa ritrattò rispondendo che «non aveva assolutamente alcuna intenzione di normalizzare la pedofilia».

TEMPESTA POLITICA. Ma una «tempesta politica colpì gli psicologi». Secondo il giornale dell’Apa, l’American Psychologist, quella tempesta si scagliò «come una burrasca sprigionata dai mezzi di comunicazione, dai leader del Congresso, dai legislatori degli Stati, e dalle organizzazioni conservatrici». Dunque il fiasco dell’Apa la portò «a formulare un giudizio abbastanza sorprendente: sostenne che, al di là di quanto la ricerca scientifica dimostrava (ricerca molto contestata “Rind Study”, ndr), in ogni caso gli effetti psicologici delle relazioni di pedofilia rimanevano nella sua opinione “moralmente” sbagliati». Per la prima volta si parlò di morale, anziché avanzare motivazioni scientifiche. Ma, chiede Nicololosi, «con che criteri si giudicano gli effetti psicologici morali o meno?». Da che criteri pesca la morale di cui si parla? Occorrerebbe rispondere perché questa morale «ha ora portato gli psichiatri a introdurre un ulteriore cambiamento del nuovo manuale diagnostico – la revisione del Dsm-IV – nella definizione di pedofilia: la pedofilia non è una patologia, ma un “disordine” considerato tale solo se la propria inclinazione si traduce in azione».

IL CORTOCIRCUITO. Per la Chiesa cattolica ad esempio, spiega la Nicolosi, «la pedofilia è moralmente inaccettabile perché lede l’integrità della persona, ma si è creduto che questi fossero concetti spirituali, difficilmente traducibili in termini strettamente psicologici». «Ma allora perché  – chiede – questa nuova tendenza a cercare criteri morali per giustificare affermazioni che dovrebbero essere scientifiche?». «I danni psicologici della pedofilia sono difficili da misurare scientificamente, perché siamo in un campo delicato. Può essere che i bambini molestati crescano traducendo in routine le relazioni sessuali con persone dello stesso sesso, che abbiano problemi con il matrimonio o a maturare nella propria intimità. Forse non avranno solo un concetto distorto della differenza sessuale, ma una comprensione innaturale delle distinzioni generazionali per cui potranno diventare pedofili a loro volta». Infatti, il bambino molestato più volte «può diventare di fatto un adulto che crede fermamente e che dichiara nelle ricerche (come molti dei casi riportati dallo studio di Rind a favore della pedofilia) di ricordare “come positiva la relazione”». Quasi si innescasse un processo di autodifesa per non soffrire del ricordo.

LA VIA POSSIBILE. Questo ci dice, continua Nicolosi, che «i danni sono difficili da misurare per gli psicologi. Forse molte delle ferite identitarie più profonde dei bambini – e degli autori degli abusi – vanno al di là della comprensione e degli studi dei terapisti». Così, provoca Nicolosi, «nel curioso scambio di ruoli, forse l’Apa aveva ragione nel dire che la pedofilia era “moralmente sbagliata”». Come dire che forse l’incapacità di dare motivazioni scientifiche nasce proprio dalla mancanza di qualsiasi legame o paragone con la morale che ora in un qualche modo, giusto o sbagliato, si ha la necessità di chiamare in causa.
Forse, si augura la direttrice del Narth, «il giorno sta per arrivare». E quando ogni riferimento verrà meno magari «gli psicologi riconosceranno e apertamente cercheranno di ritrovare la vera dimensione morale perduta, che nasce dal riconoscimento di una natura umana comune, fatta da una complessità di fattori: quello psicologico (mente), morale (anima) e fisico (corpo). Sarà solo nel riconoscimento dell’inseparabilità di questi aspetti che caratterizzano l’essere umano che allora forse la questione della pedofilia potrà essere giudicata per quella che è».

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