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Cinema e teatri sempre più vuoti. Una sola via d’uscita, «educare i ragazzi alla bellezza dell’arte»

dicembre 5, 2012 Paola D'Antuono

I dati diffusi dalla Siae evidenziano una flessione del mercato dello spettacolo. Come uscirne? Professor Valentino (La Sapienza): «Basta vivere di rendita. A cominciare dalla scuola, che deve insegnare agli studenti ad amare la cultura».

Non se la passa bene la cultura in Italia. A dirlo è la Siae, che ha reso pubblici i dati sull’attività di spettacolo relativi al primo semestre 2012, a cura dell’Osservatorio dello Spettacolo della Società degli Autori ed Editori. Secondo le rilevazioni effettuate rispetto al primo semestre 2011, sono in crescita l’offerta di spettacoli (+5,02 per cento), la spesa del pubblico (+2,47 per cento) e il volume d’affari (+10,79 per cento), ma registrano un’importante flessione gli ingressi agli spettacoli (-8,16 per cento) e la spesa al botteghino (-4,19 per cento). Nel complesso, calano gli ingressi e la spesa al botteghino al cinema e al teatro, mentre salgono quelli relativi agli eventi sportivi, che però hanno diminuito sensibilmente il numero di spettacoli. Molto diversi i dati che riguardano mostre e esposizioni, che hanno registrato risultati molto positivi: la spesa del pubblico, infatti è aumentata del 109,56 per cento, il volume d’affari del 103,50 per cento. «Se confrontiamo questi dati con quelli europei, ci rendiamo conto subito di quanto l’Italia sia indietro rispetto a moltissimi paesi nel settore dell’arte in senso generale. Che include il cinema e il teatro, ma anche il design e lo sport». Il professor Pietro Antonio Valentino è un economista della cultura e autore del volume L’arte di produrre Arte, una ricerca, edita da Marsilio, che fotografa le imprese culturali italiane e fa emergere dati preoccupanti. «Nonostante le nostre grandi potenzialità, non riusciamo a produrre risultati significativi».

ECONOMIA. L’Italia è da sempre definita la nazione della cultura e dell’arte, la culla del Rinascimento, il museo a cielo aperto. Eppure la cultura non riesce ad essere motore economico del nostro Paese: «Credo che potremmo aumentare del 20 per cento il numero degli occupati nel settore culturale, ma dobbiamo invertire la rotta. Continuiamo a vivere di rendita proprio perché siamo da sempre stati convinti di poter vivere di cultura. Tutto cambia, tutto si evolve, la tecnologia avanza eppure noi italiani rimaniamo seduti». Di chi è la colpa di tanto insuccesso? Il professor Valentino parla di un problema di educazione: «Dovremmo cominciare a far amare l’arte già a scuola, dovremmo incentivarne il consumo, insegnare ai ragazzi la bellezza della musica. In questo modo avremmo un maggior numero di consumatori e sarebbero anche più attenti».

TECNOLOGIA. «Un ruolo fondamentale devono giocarlo le nuove tecnologie. È vero, ci sono meno persone che vanno al cinema, ma ci sono moltissimi giovani che guardano film su Internet, bisogna intercettare questo pubblico, che spesso vive al Sud o in piccoli centri urbani dove i cinema e i teatri sono un’utopia». Solo allargandosi a un più ampio spettro di consumatori, la cultura potrà ripartire e creare posti di lavoro: «Anche perché l’effetto della crisi si è fatto sentire anche sui consumatori di cultura più compulsivi. Che, se prima compravano dieci libri e andavano a otto mostre, adesso devono fare i conti con un portafogli più striminzito e rinunciare a un Picasso o a un libro in più».

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