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Choi, la campionessa del mondo di boxe scappata dal regime nordcoreano: «Bisognava vincere per sopravvivere»

settembre 30, 2014 Leone Grotti

Ora gareggia con la Corea del Sud ma ricorda ancora quando venne arruolata a 11 anni dal regime per diventare pugile: «Chi perde deve subire il “Contrasto ideologico”»

È la campionessa del mondo di boxe dei pesi piuma e superpiuma, ma se nel 2008 avrebbe dovuto gareggiare alle Olimpiadi per la Corea del Nord, ora si batte per i colori della Corea del Sud. Choi Hyun-mi compirà 24 anni a novembre ma ricorda ancora quando all’età di 11 anni il regime comunista allora retto dal dittatore Kim Jong-il la arruolò per diventare pugile e arrivare preparata alle Olimpiadi del 2008, che si sarebbero tenute sette anni dopo.

COMBATTERE PER KIM. «Dovevo competere con gente infervorata da pensieri come questo: “Dobbiamo deliziare il Generale Kim”. Purtroppo – racconta Choi alla Cnn – non c’erano guantoni, al loro posto ci davano una sottile striscia di pelle. Le pugili più anziane avevano le mani così distrutte che non sembravano mani umane».

«IL CONTRASTO IDEOLOGICO». In Corea del Nord, spiega, non si combatte per partecipare ma per vincere e ottenere così «cibo extra e soldi» che permettono di sopravvivere. Ma per chi viene inviato a competizioni internazionali, come le Olimpiadi o gli Asian games, la posta è più alta: «Se perdi, [quando torni in patria] vieni costretto a stare in piedi davanti a una folla dove tutti ti accusano… Questa cosa si chiama “Contrasto ideologico” e vieni denunciato a tal punto che è quasi impossibile continuare a competere dopo».

MAI CONTRO UN NORDCOREANO. Se la sconfitta arriva contro avversari americani o sudcoreani è ancora peggio: «Non gareggerei mai contro un nordcoreano, mi verrebbero le vertigini. Loro devono vincere la medaglia d’oro per mangiare e sopravvivere. Io potrei essere la causa del loro licenziamento al lavoro».
Choi Hyun-mi è riuscita a scappare dalla Corea del Nord nel 2007 e come tutti i disertori ha fatto molta fatica ad adattarsi alla vita del Sud: «Vedendo i miei genitori attraversare tempi molto duri cercando di adattarsi al Sud e andando a scuola a studiare argomenti completamente diversi dal Nord, ho capito che dovevo farcela».

«TUTTO MERITO DI KIM». Il dittatore Kim Jong-un, come suo padre e suo nonno prima di lui, usa lo sport e gli eventi internazionali per un duplice scopo: pubblicizzare la sua presunta superiorità all’estero e dimostrare in patria che la Corea del Nord non è uno Stato fallito ma un paese dove tutto il resto del mondo vorrebbe vivere.
Anche per questo, chi primeggia nelle competizioni, deve sempre tessere le lodi del regime. Come Om Yun-chol e Kim Un-guk, atleti nordcoreani che hanno appena trionfato agli Asian Games, e che hanno commentato così le loro vittorie: «È tutto merito dell’amore e delle cure del generale Kim Jong-un. Con gli insegnamenti del nostro leader in mente, ho cercato di fare del mio meglio. Volevo battere il record e ho lavorato duro per portare il successo a Kim Jong-un».

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