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Chi l’ha detto che i film sono solo sceneggiatura? Sergio Leone è niente senza Morricone

luglio 26, 2012 Carlo Candiani

La musica che ascoltiamo, mentre scorrono le immagini di un film, in lingua inglese è denominata come soundtrack, cioè binario musicale, una specie di rotaia dalle sette note, qualcosa su cui le immagini “scorrono”, qualcosa che passa, una sovrastruttura (e vedremo poi come proprio le mega produzioni anglo-americane smentiscono tutto ciò). Nella nostra bella lingua […]

La musica che ascoltiamo, mentre scorrono le immagini di un film, in lingua inglese è denominata come soundtrack, cioè binario musicale, una specie di rotaia dalle sette note, qualcosa su cui le immagini “scorrono”, qualcosa che passa, una sovrastruttura (e vedremo poi come proprio le mega produzioni anglo-americane smentiscono tutto ciò). Nella nostra bella lingua italiana viene chiamata “colonna” sonora, che dà invece il senso di staticità, di imponenza, qualcosa su cui il film regge, esiste, dipana le sue immagini. Un concetto ben diverso dall’inglese “track”, dove si privilegia il movimento delle immagini, dettando il ruolo subordinato delle note musicali.

Mentre, agli albori dell’avventura cinematografica, le proiezioni venivano commentate da un musicista che nella sala aveva il compito quasi sempre al pianoforte di sottolineare “i sentimenti” che le facce degli attori facevano trasparire sul telo bianco dello schermo, con l’arrivo del sonoro forse inconsciamente la parola ebbe il sopravvento e da allora si ricordano pochi capolavori musicali all’interno di produzioni cinematografiche: pochi ma buoni, che sono rimasti nell’immaginario collettivo composti da maestri dal nome leggendario come il francese Maurice Jarre (Il dottor Zivago, Lawrence d’Arabia), Henry Mancini (Colazione da Tiffany, La Pantera Rosa) e altri. Per quasi trent’anni, a partire dagli anni quaranta, per esempio, troviamo un misconosciuto Alfred Newman, creatore di decine di colonne sonore tutte nominate agli Oscar. Ma queste composizioni non riuscivano ad attirare il grande pubblico, finché una nuova generazione non si impose all’attenzione dei produttori e piano piano il ricordo di un film cominciò ad essere riconducibile anche al suo commento sonoro: merito di Burt Bacharach, Jerry Goldsmith, John Barry.

Siamo nella metà degli anni ’70 e un nome su tutti si impone, grazie anche al ticket fortunato con registi produttori del calibro di George Lucas e Steven Spielberg: stiamo parlando del grande John Williams, che viene chiamato a dare “corpo” musicale ad immagini dei kolossal che cambieranno la storia del film d’avventura e di puro intrattenimento, lanciando veri e propri tormentoni. Un fenomeno nuovo nella storia del cinema: il Superman dai primi ingenui effetti speciali, la saga di Guerre Stellari e quella di Indiana Jones. Williams diventa fidato collaboratore del mago Spielberg, che gli affida tutti i suoi film, da quelli di puro intrattenimento a quelli più drammatici: ed ecco i grandi successi de Lo squalo, di Incontri ravvicinati del terzo tipo, di Schindler’s list e moltissimi altri, alcuni premiati con la mitica statuetta. Williams è stato “ispiratore” dei più giovani Hans Zimmer, Howard Shore, Danny Helfman, Alan Silvestri, (lasciamo a voi che leggete scoprire in quali film hanno lasciato la loro impronta).


Discorso diverso per i film firmati dalla Walt Disney, che fino al concludersi degli anni Ottanta ha rifuggito la colonna sonora, in quanto tale: esclusa l’irraggiungibile Mary Poppins, tutte le produzioni “in carne ed ossa” mancavano totalmente di un commento musicale. Andatevi a rivedere Quattro bassotti o il Maggiolino o Il Fantasma del Pirata Barbanera, anche le fasi movimentate non hanno il supporto del commento musicale, provocando nella visione un calo di ritmo notevole. Nei cartoni animati, invece, la Disney diede grande importanza alla canzone piuttosto che al tema strumentale: si attorniò di grandi autori di musica leggera che sfornarono una interminabile sequenza di canzoncine “pop”, che entrano di diritto nel catalogo della produzione ever green intergenerazionale. Dopo un periodo di crisi, a partire da “La Sirenetta”, ci sarà un periodo fecondo grazie all’apporto di Alan Menken, che nel decennio degli anni ’90 infila una serie non-stop di Oscar tra la categoria miglior colonna sonora e miglior canzone. Negli ultimi vent’anni la nuova stella del firmamento “animato”, la Pixar, abbandonando il “format” canzone, ha spesso affidato le sue soundtrack con risultati molto raffinati e coinvolgenti a Randy Newman, uno dei più eclettici e particolari autori pop americani.

Poche righe, ma ce ne vorrebbero molte di più, per i maestri di colonne sonore italiani: l’immenso ed eterno Ennio Morricone, inesauribile creatore di “emozioni sonore”, dai western di Sergio Leone ai grandi registi americani, con un Oscar che è arrivato solo “alla carriera”. Oscar che è stato vinto, invece, da Nino Rota con “Il Padrino”, dopo una lunga collaborazione con Federico Fellini. Altra menzione speciale per Riz Ortolani e per la produzione “leggera” di Guido e Maurizio De Angelis, nonché per il maestro Luis Bacalov, premio Oscar per “Il postino”, protagonista di una querelle per plagio, e per Nicola Piovani, coinvolto nel pluripremiato “La vita è bella” di Benigni. Negli ultimi anni, sempre più spesso, sono stati realizzati concerti e tournée, basati sulla riproposizione live di colonne sonore. In giro per il mondo (sono arrivati, tempo fa, anche in Italia) la britannica Royal Philarmonic Orchestra ha suonato dal vivo le musiche di Star Wars, in eventi kolossal, mentre sullo schermo apparivano le scene clou della saga fantasy. Diverse orchestre ed ensamble allietano nelle sale dei conservatori o sotto le volte stellate estive migliaia di spettatori.

E proprio in questi giorni sono programmati appuntamenti che ben volentieri segnaliamo: Al Festival di Ravello, sul palco allestito sul Belvedere di Villa Rufolo, gli oltre sessanta orchestrali della Brussels Philarmonic, interpreteranno dal vivo le partiture da Oscar della soundtrack di “The Artist”, che ha riesumato i fasti del cinema muto. Per chi vive a Milano e non è andato ancora in vacanza (se ci va), con prezzi molto abbordabili può godere di tre serate all’Auditorium in largo Mahler. Per la serie ”Cinema da ascoltare” giovedì  26 luglio alle ore 20,30, domenica 30 alle 18,00 e giovedì 3 agosto, sempre alle 20,30, l’orchestra Verdi, accompagnerà la platea all’interno della storia delle colonne sonore: dalla classica “usata” per il cinema, alla rassegna delle soundtrack hollywoodiane (protagonista la musica di Williams) e le produzioni dei maestri italiani (Morricone, Ortolani, Rota).

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