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«Chi l’avrebbe detto? Dobbiamo imparare dalla Chiesa del Benin»

novembre 28, 2011 Benedetta Frigerio

Don Carmelo Vicari, parroco a Palermo, conosce due sacerdoti beninesi in Italia. Il vescovo africano lo invita in occasione del viaggio del Papa. Il sacerdote spiega a Tempi.it la rivelazione e l’incredibile maturità di una piccola Chiesa africana: «Benedetto XVI vede in loro una speranza anche per l’Occidente»

«Abbiamo più bisogno dell’Africa di quanto ne abbia lei di noi: L’Africa è “un polmone spirituale per un’umanità in crisi di speranza e di fede” ha ricordato il Papa». A parlare così dal Benin è don Carmelo Vicari, parroco di Sant’Ernesto a Palermo. «Sono venuto qui perché con me ci sono due preti beninesi. Il loro vescovo, Eugène Cyrille Houndékon, della diocesi di Abomei, è voluto venire a conoscermi. Anche io desideravo sapere di più su questi due ragazzi. Il vescovo è rimasto poi colpito dall’esperienza di Comunione e liberazione a cui appartengo e ha esortato i due preti a parteciparvi e a far conoscere questo movimento: prima qui a Palermo sentivano tutto il dramma della secolarizzazione occidentale, nell’incontro con la nostra realtà hanno raccontato al Vescovo di sentirsi come fossero a casa».

Poi l’invito del vescovo ad approfittare del viaggio del Papa per visitare il Benin, dove don Carmelo scopre «quanto non avrei mai immaginato: non una Chiesa tribale, ma molto matura». Come mai Benedetto XVI abbia scelto proprio quel piccolo Stato africano il sacerdote palermitano lo spiega così: «Ho visto un paese entusiasta nell’attesa della visita del Papa. E molto coinvolto. Un popolo con una grande dignità, che vive con speranza la prospettiva ecclesiastica e politica. Il Benin è piccolo, ma il Papa lo ha scelto per tre motivi: la ricorrenza dei 150 anni di evangelizzazione del paese. La visita al suo grande amico, il defunto cardinal Bernarden, incardinato insieme a Lui, che ha contribuito alla creazione della democrazia e a far conoscere la Chiesa africana al Pontefice e a Roma. Inifne, la consegna ai vescovi dell‘esortazione post sinodale». Colpisce che il Papa abbia fatto alle istituzioni e alla Chiesa la stessa richiesta: li ha spronati a farsi carico delle istanze sociali e di libertà sorte nel continente. «Il Santo Padre nelle esortazioni sui problemi dell’Africa ha parlato delle rivolte nordafricane come positive, chiedendo alla Chiesa d’Africa di farsi carico di questa sfida, compresi tutti i problemi sociali, politici, economici e religiosi del paese, perché ormai la ritiene matura e in grado di sobbarcarsi tutte queste sfide».

Il Papa ha poi valorizzato più volte la religiosità africana. Non c’è il rischio che resti un sentimento superficiale? «Sicuramente c’è il pericolo della superficialità e quindi della commistione con i riti Vudù e le sette religiose. La Chiesa non deve spaventarsi, ma discernere e cogliere i lati positivi» continua don Carmelo. «Inoltre, questo rischio sta scemando sempre più. E il Papa lo ha intuito. Perciò, venendo ha sottolineato e ripetuto in ogni suo discorso il compito dell’evangelizzazione». Da quanto si è visto, balli, canti e Chiese piene di giovani e bambini, si intuisce che questo popolo, oltre ad essere religioso, non si nasconde. «Sicuramente non ha paura di vivere pubblicamente la dimensione spirituale, che esterna in ogni modo. Credo che il Pontefice veda in questo la speranza per la sua maggior preoccupazione: l’evangelizzazione, anche occidentale». Per questo il Papa ha sfidato questo paese ad aprirsi al mondo intero. «Ripeto: il risveglio dell’esigenza di trascendenza è la vera sfida per una nuova evangelizzazione. Io sono venuto qui e capisco che ho molto da imparare da queste persone. Il nostro contributo, invece, è quello di aiutare l’Africa nel suo cammino di maturità della fede, come consapevolezza e ragionevolezza. Come apertura culturale, passione per l’uomo e coscienza di sé. Ma l’opera educativa è urgente per l’Africa come per l’Occidente». Per questo il Papa ha esortato i giovani ad annunciare il Vangelo, senza avere paura della tanta «resistenza anche tra i battezzati che non conoscono più Cristo».

Ma ha poi indicato come unica strada per far conoscere Cristo quella di vivere in rapporto alla sua persona viva, ricordando innanzitutto che «il Suo Regno può essere messo in pericolo nel nostro cuore». Qui, ha detto il Santo Padre, «Dio si incontra con la nostra libertà. Noi – e soltanto noi – possiamo impedirgli di regnare su noi stessi e, di conseguenza, rendere difficile la sua signoria sulla famiglia, sulla società e sulla storia». Lo spettacolo della Messa Contou, per don Carmelo «è stato impressionante. Il popolo si è reso protagonista, togliendo subito il palcoscenico alle autorità. Non c’è stata nessuna difficoltà nel partecipare alla funzione. Per i beninesi è naturale il coinvolgimento partecipato alla liturgia. Cantano con grande ordine e preparazione. Diciamo che si vede un cuore che palpita di fede, utile ai nostri cuori più freddi. Impressiona la facilità nel vivere la fede senza rigidità: lo si vede nei bambini, nei giovani e nei vecchi. Quel che io sento ancora artificioso, per loro è naturale. Mi sono meravigliato in questi giorni delle cattedrali con Messe piene di persone gioiose e in canto».

Il Papa ha toccato il tema delle rivolte africane proprio in Benin per un motivo particolare: «Sicuramente lo ha fatto qui per la maturità della politica del paese. Questa nazione è un esempio di pace per l’Africa: quando negli anni Novanta ci fu la transizione dal marxismo al governo attuale, non ci sono stati spargimenti di sangue anche perché, grazie al lavoro del defunto cardinale Bernarden, il vescovo Isidore de Souza guidò la transizione. La Chiesa e il governo collaborarono per la pace. E ora il Benin è un paese solido». C’è ancora povertà però. «Ma questo non corrisponde alla mancanza di dignità. Ed è povertà spesso per i nostri standard. In questi giorni ho girato i villaggi che vivono d’agricoltura e ho visto gente che si deve procurare il pane quotidiano ogni giorno, ma lo fa allegramente, senza lamentarsi. Anche nelle città, dove ci sono problemi e contraddizioni, ho visto gente innamorata della vita. Sì, gli africani amano la vita. E sono un popolo giovanissimo, che fa figli e quindi spera». Per questo, forse, Bendetto XVI davanti ai bambini poveri e ai malati non ha fatto discorsi pietisti o rivendicativi. Anzi, ha detto loro di pregare e di non temere in quanto preferiti del Signore. Per questo, ha aggiunto, devono essere cari a tutti i fedeli.

Al ritorno in Italia ha poi raccontato di essere rimasto colpito dall’allegria e dall’entusiasmo anche delle persone sofferenti. I bambini della parrocchia di Santa Rita lo hanno accolto cantando. «Gli africani non vogliono aiuti pietisti: hanno una grande dignità. Perciò il loro problema è lo sviluppo educativo. Vedo persone che cominciano ad avere coscienza di loro stesse. Che desiderano riprendersi in mano la loro Chiesa, la pastorale, l’economia e la società». Don Carmelo è felice perché il viaggio «ha superato ogni mia attesa. Continuo a incontrare fedeli che hanno più coscienza di noi di cosa sia la cattolicità: parlano sempre della Chiesa in termini universali. Ora capisco perché i sacerdoti beninesi, con me a Palermo, sono tanto animati dal senso di essere preti per il mondo». È questo che si porta a casa? «Quello che mi porto a casa è un’affezione sempre più grande a questi preti africani, con il desiderio che contribuiscano ad arricchire la vita della nostra Chiesa e del movimento di Comunione e liberazione. Loro possono risvegliarci ad un’apertura nei confronti del mondo. Aiutarci a non chiuderci e a non aver paura di farci sconvolgere la vita».

Un’immagine di questa nazione? «È quella di un popolo capace di unire ogni dimensione della vita: mentre da noi festeggiamo il 150esimo dall’unità d’Italia, loro festeggiano i 150 anni di evangelizzazione. È una nazione che non considera la religione come un impedimento retrogrado, ma come essenziale allo sviluppo anche politico e istituzionale del paese». Don Carmelo non esclude che la provvidenza potrebbe riportarlo qui: «Non ho alcun progetto. Certo che venendo ho incontrato così tante persone e realtà che non so cosa potrà accadere. Non credo poi sia un caso l’incontro con realtà legate al movimento di cui faccio parte. E di cui non ero a conoscenza. Parlo del gruppo missionario di Merano che costruisce pozzi e del centro costruito da Gregoire insieme a Bertoli, medico di Cl, per aiutare i matti, da loro trovati in condizioni di abbandono disumane. Perciò sono aperto a qualsiasi cosa mi sarà mai chiesta da questo paese».

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