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Cervelli all’estero. Ma uno fa il master a Boston per diventare farmacista a Casalpusterlengo?

gennaio 13, 2013 Berlicche

È tutto un inno alla specializzazione all’estero e alla globalizzazione. L’esportazione dei laureati e le solite lagne

Mio caro Malacoda, ottima la decisione di far iniziare il 2013 degli statistici italiani con una lagna: mamma mia quanto ci costa la fuga dei cervelli all’estero! Il conto è stato fatto incrociando i dati sul costo sostenuto dallo Stato italiano per la formazione dei propri studenti e quelli pubblicati dall’Istat sulle migrazioni internazionali per scopi lavorativi. La fuga di materia grigia ci costerebbe un miliardo di euro all’anno: 124 mila euro per portare un giovane alla laurea moltiplicati per i 68 mila laureati che dal 2002 al 2011 hanno preferito mettere a frutto altrove le conoscenze e le competenze acquisite nel Belpaese.

Io capisco il nostro interesse all’autocommiserazione nazionale, ma in tutta sincerità sono sconcertato dalla schizofrenia di questi “ragionamenti”. È tutto un inno alla globalizzazione, all’internazionalizzazione dei mercati, alla specializzazione all’estero, alla necessità di imparare l’inglese (serve per rispondere ai turisti?) con cui genitori evoluti e progrediti tempestano i figli… e poi li vogliono impiegati sotto casa? Uno fa il master a Boston per vendere medicine nella farmacia comunale di Casalpusterlengo?

E il miliardo di costi? Forse che ce lo ritroveremmo in tasca se costoro restassero qui a gonfiare la riserva di disoccupati invece di cercare lavoro e reddito dove sono disponibili? In quelle stesse ricerche si trova, infatti, la considerazione che la crisi economica nel nostro paese non dà ormai possibilità di lavoro neppure ai laureati più brillanti, che cercano fortuna oltre confine. La lagna giunge incredibilmente alla deprecazione dello sfruttamento: 10.600 laureati nel 2011 hanno scelto l’espatrio verso Germania, Svizzera, Regno Unito, Francia, Stati Uniti e Brasile. «Stati che possono sfruttare le competenze acquisite dai laureati italiani in anni e anni di studio nella terra natale senza avere speso un solo euro per la loro formazione» (sic). Ma la nostra non era l’università più scassata del mondo civilizzato? Dove sono finite le classifiche, con cui ci siamo flagellati, che non vedono neanche un ateneo italiano tra i primi 100 del mondo? Adesso scopriamo che se i cervelli fuggono è perché i cervelli vengono formati?

Potrei sbagliarmi, ma questo tipo di pensiero mi sembra figlio del “tutto subito” in cui è cresciuta un’intera generazione, che ha come conseguenza l’incapacità della visione sul lungo periodo: se un laureato italiano trova lavoro in Olanda (che magari pure gli piace) sicuramente reca beneficio all’economia di quel paese, a se stesso, ma anche ai conti pubblici italiani, facendo risparmiare al suo paese sussidi e spesa sociale (vogliamo fare i conti su quanto costano all’anno 68 mila disoccupati?). Nel lungo periodo la qualificazione acquisita all’estero (e la conseguente ricchezza) potrà seguirlo in Italia quando il mutare della congiuntura (o la nostalgia) lo indurrà a ritornare. E infine: se i geni non vanno all’estero, come lo sosteniamo tutto questo orgoglio patriottico di ritorno? O pensiamo che gli ottimi stipendi del Cern di Ginevra e gli allori per la scoperta del bosone di Higgs debbano essere appannaggio solo di fisici svizzeri e non anche degli italiani che quel progetto hanno guidato cogliendo l’opportunità che veniva loro offerta? Un “No grazie io resto con papà e mamma” ci avrebbe fatto recuperare l’investimento?

Avanti con le idiozie, nipote. Dopo quella economica, all’Italia manca l’esperimento dell’autarchia intellettuale.

Tuo affezionatissimo zio Berlicche

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4 Commenti

  1. Poppi_Pippo says:

    il problema non è se uno vaglia le possibilità che gli vengono offerte e fra queste scegli l’estero, il problema è che non gli vengono offerte possibilità se non all’estero….

    “se un laureato italiano trova lavoro in Olanda (che magari pure gli piace) sicuramente reca beneficio all’economia di quel paese, a se stesso, ma anche ai conti pubblici italiani, facendo risparmiare al suo paese sussidi e spesa sociale”

    Questo è un ragionamento del cazzo, perchè per formare quel giovane si sono usati solti pubblici italiani, quindi se rimane in italia e aiuta a crescere la ricerca italiana, l’italia ci guadagna doppiamente. Il fatto è che in italia di ricerca non se ne fa, quindi è ovvio che uno va all’estero dove le competenze acquisite gli si riconoscono. il ragionamento che fai te è un’assurdo,è come se tu investissi i tuoi soldi per una casa che poi viene abitata da altri, è la stessa cosa.

  2. francesco taddei says:

    magari con delle liberalizzazioni vere, non come quelle in campo farmaceutico, a causa dell’opposizione del popolo delle libertà, il mercato si aprirebbe anche ai giovani italiani.

  3. Shinji says:

    Scusi, signor Poppi_Pippo,
    ma siamo italiani anche noi, che all’estero siamo andati. Ed italiani sono i nostri genitori che han pagato le tasse in questo paese. E dunque, i soldi pubblici spesi per le mie scuole dell’obbligo, il mio liceo, la mia santa laurea benedetta, son soldi spesi per un italiano. Ed in quella casa, vivo io. Ma poi, caro Poppi_Pippo, non è soo una questione di soldi. Che altrimenti, una laurea l’avrebbero tutti, in questo Paese, non solo il 10%. Ed un PhD, pure, invece siamo una mezza dozzina (metaforica, s’intende). Per dire, che ci ho messo del mio, Poppi_Pippo, e tanto, del mio. E dunque, mi creda, sento di non dover nulla al Paese.
    Intervistato dopo il Nobel in fisica, Riccardo Giacconi disse: Michelangelo rimase in Italia perchè aveva un muro da dipingere. Io, quel muro, non l’ho avuto. E così il Nobel lo ricevette da cittadino americano.

    Ottimo articolo, Berlicche! Grazie di cuore, un abbraccio dal mondo.

    • Poppi_Pippo says:

      Non capisco dove miri la sua obbiezione, io parlavo di quelli che una volta laureati, vorrebbero stare in Italia, ma non ci stanno perchè non trovano incarichi che valorizzino quello che hanno imparato in università. Se lei una volta laureato ha preferito andare all’estero, è liberissimo di farlo; conosco gente che all’estero c’è andata ma perchè costretta, altrimenti qui in italia doveva vanificare gli studi fatti.

      la citazione da lei fatta:
      “Michelangelo rimase in Italia perchè aveva un muro da dipingere. Io, quel muro, non l’ho avuto. E così il Nobel lo ricevette da cittadino americano.”

      avvalora ancora di + la mia tesi, magari se Riccardo Giacconi avvesse avuto un’opportunita seria in italia, il nobel l’avrebbe ricevuto come italiano.

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