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Caro giovane scrittore che hai un capolavoro nel cassetto, lascialo lì

marzo 13, 2012 Chiara Sirianni

È il divertito appello di Paolo Bianchi che col suo “Inchiostro Antipatico” sfata i miti dell’editoria italiana e invita gli aspiranti Manzoni a contenersi. Quanti sono gli alberi sacrificati alla vanità di grafomani illusi? Quale circo ruota intorno alla presunzione dei Pindaro del 2000? Inchiesta su un mondo che non si merita nemmeno lo scaffale della cantina.

Qualcuno ha calcolato, con un ampio grado di verosimiglianza, che se da questo momento in poi non venisse più pubblicato niente, un lettore che legge quattro libri alla settimana impiegherebbe duecentocinquantamila anni per affrontare tutti i libri già scritti. In Italia i volumi pubblicati sono tanti, forse troppi. E i lettori desolatamente pochi. Eppure la gente continua a scrivere ed è disposta a tutto pur di farsi pubblicare. Perfino pagare cifre cospicue per uno dei numerosissimi corsi di scrittura creativa. Nel tentativo (consciamente vano) di dissuaderci dalla scrittura, il giornalista Paolo Bianchi disvela con esempi, statistiche, aneddoti e citazioni una realtà – quella dell’editoria – ambita quanto ignota, con i suoi meccanismi nascosti, trappole e insidie. In un’epoca in cui chiunque si sente in dovere di custodire il proprio romanzo nel cassetto, Bianchi, con il suo Inchiostro antipatico – Manuale di dissuasione dalla scrittura creativa (Bietti Editore) invita caldamente a lasciarlo lì dov’è. Un’inchiesta divertente e divertita sulle patologie dell’assurda industria del libro, fatta di 60 mila volumi pubblicati ogni anno, di 9.676 case editrici (buona parte delle quali non pubblica nemmeno un libro all’anno) e di un esercito di vanagloriosi pronti a tutto.

«La mia non è una provocazione: è un accorato appello» sorride l’autore. «Trenta milioni di pubblicazioni, ogni anno, non vendono nemmeno una copia. Ha senso questo sterminio di alberi, che finiscono a riempire i magazzini?». L’inchiostro simpatico, perlomeno, svanisce, «invece quello vero, ahimè, rimane». La colpa è in gran parte di quel «meccanismo becero» per cui fantomatiche case editrici (di fatto, stampatori che si millantano editori) promettono a grafomani con manie di grandezza di vedere il proprio nome e cognome stampato su una copertina. Di solito l’operazione costa qualche migliaia di euro, ma comporta un piccolo, grande problema: le copie vengono stampate, ma non distribuite. E finiscono per arredare i sottoscala dei parenti dell’autore. Il fenomeno è tragico quanto antico, ma sta spopolando al punto che anche le grandi case editrici si stanno adeguando: «È un fenomeno che esploderà questa primavera, in un meccanismo meno becero, ma altrettanto problematico, che permette a chiunque di stampare il proprio testo: non con il marchio, per esempio, di Mondadori, ma nell’ambito dell’impresa Mondadori. Io credo sia un passo pericoloso, perché è una sorta di “stampa on demand” che porta a una seria confusione: che fine fa la selezione che fino a ora operavano gli editori? Per quanto potesse essere discutibile, si basava su alcuni criteri ben precisi. Chi sta preparando quest’operazione assicura che non ci saranno equivoci, ma in libreria avremo la pubblicazione vera e propria affiancata all’auto-pubblicazione. Siamo sicuri che saranno facilmente distinguibili?».

Certo, occorre tenere in considerazione l’oggettiva difficoltà di trovare chi si interessi ai propri manoscritti: «Ma molto spesso sono terribili. Occorre avere un’idea forte, che funzioni. Invece sui tavoli dei redattori delle case editrici arrivano qualcosa come trecentomila manoscritti l’anno: per lo più libri per bambini o biografie noiosissime. Stando ai dati dell’associazione italiana editori, sono moltissime le persone che si dedicano all’attività della scrittura anche senza avere nessuna base di partenza. Perché non accordarsi prima e sottoporre all’editore un progetto, una sinossi, invece che arrivare con un librone di quattrocento pagine sulla storia della propria famiglia, comprensivo di dedica in corsivo alla trisavola Giuseppina?».

La vanità di chi farebbe di tutto pur di vedere pubblicato un proprio libro nell’era dei social network è facilmente stanabile. Sono decine e decine le pagine su Facebook in cui completi sconosciuti invitano ad apporre “mi piace” alla loro ultima fatica, «come se a ogni clic corrispondesse una copia venduta! Sono fenomeni un po’ patetici». Il narcisismo sfiora componenti patologiche, come il giovane autore che ogni giorno minaccia il libraio sotto casa perché non abbastanza abile a vendere e reo di nascondere il suo libro in seconda fila». O come chi esagera con gli aggettivi: «Sono una giovane ventisettenne, scrivo poesie per pura passione. Sono convinta che scrivendo plasmi efficienti, poderose difese grazie alle quali possa attaccare insostenibili timidezze, esorbitanti apprensioni limpidamente identificabili; originare roboanti parole che saturino deleteri silenzi. Un libro è l’eccezionale miracolo espressivo che può materializzare infiammanti profluvi d’incontenibili, subissanti, stentorei sentimenti astratti, benché rampollati presso corporee sorgenti, sbaragliando l’irrazionale logica dell’irraggiungibilità comunicativa: esso esonda inibiti impeti, interdette esaltazioni facendoli zampillare in turgide espansività furoreggiando le intonse pagine vermiglie» (tratto da una storia vera).

E la poesia? È ancora un settore di nicchia, un sentiero poco battuto? C’è scampo, insomma, dall’esondazione del fiume di inchiostro? Pare di no: «Esistono più aspiranti poeti che libri di poesia già pubblicati. Gli imbrattacarte sono migliaia, quelli destinati a rimanere si contano sulle dita di due mani». Per ogni Alda Merini, insomma, ci sono sette-ottocento poetastri che non leggono Alda Merini. «Questo è il dato più paradossale. Se almeno fossero lettori forti, se non altro aumenterebbe la quota di mercato dei libri venduti. Invece loro non hanno tempo da perdere. È la frase che risuona più spesso, quella di chi si stringe nelle spalle davanti all’ennesimo rifiuto ed esclama: non sono un lettore, sono uno scrittore».

Non c’è proprio speranza? Nessuna isola di buona scrittura? «Ci sono editor in grado di trasformare un libro mediocre in una grande impresa di marketing. Sanno quello che vuole il pubblico e sanno scrivere, sanno lavorare sulla copertina, sul titolo: dovrebbero far loro dei monumenti. È chiaro che un piccolo editore non può investire così tanto nel maquillage di un libro. Ma questa è anche garanzia di qualità genuina: sono i casi in cui la forza del libro sta solo nella parola scritta. Quella è l’editoria sana e soprattutto autentica». 

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