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Si dà fuoco chiedendo libertà per il Tibet dalla Cina e muore. È già il 53esimo

ottobre 5, 2012 Leone Grotti

Si chiamava Gudrub e viveva a Driru, nella Regione autonoma tibetana: è morto ieri dopo essersi dato fuoco alle 10.30 del mattino al mercato. Ha lasciato un messaggio prima di morire, chiedendo a tutti i tibetani di «restare uniti» e di non «perdere il coraggio» nella lotta per un Tibet libero. Gudrub è la 53esima persona da febbraio 2009 a darsi fuoco in Tibet, che vive dal 1950 sotto l’invasione cinese. Di questi, 41 sono morti per la gravità delle ustioni, gli altri sono chiusi nelle prigioni cinesi.

«SCONFITTA, RABBIA E LACRIME». Testimoni dell’accaduto hanno raccontato a Radio Free Asia: «Gridava slogan per il Tibet mentre bruciava, è crollato a terra in meno di un minuto. La polizia cinese l’ha subito portato via, quando probabilmente era già morto». Prima di morire ha lasciato scritto in un messaggio: «Se guardiamo al passato non vediamo altro se non sconfitta, rabbia e lacrime». Il Tibet è stato “liberato pacificamente” dalla Cina nel 1950, con Mao, e il governo è fuggito in esilio nel 1959 dopo il massacro di circa 70 mila persone a Lhasa, la capitale tibetana. Da allora i tibetani «vivono in un inferno», secondo un’espressione usata anni fa dallo stesso Dalai Lama: il regime comunista cinese, infatti, discrimina i tibetani nell’assegnazione degli incarichi pubblici, impedisce la diffusione della religione e della cultura tibetana, controlla in modo asfissiante la popolazione, tanto che a Lhasa nessuno può entrare o uscire senza uno speciale permesso. Ogni manifestazione o forma di dissenso viene repressa nel sangue.

«PRESERVATE LA VOSTRA VITA». L’ultima auto-immolazione arriva esattamente sette giorni dopo che 400 tibetani in esilio si sono riuniti da 26 paesi in India per chiedere la fine delle auto-immolazioni in Tibet. Si sono infatti detti «seriamente preoccupati per le persone che si danno fuoco» e hanno chiesto ai tibetani che vivono sotto la dittatura cinese «di non prendere azioni drastiche, di preservare la vita perché anche una singola vita ha valore». Anche il Dalai Lama, pur comprendendo la disperazione che porta i tibetani a darsi fuoco, ha chiesto alla sua gente di smettere e cambiare forma di protesta. La Cina, che non sa come reagire davanti a questa forma di protesta, accusa sempre il Dalai Lama di fomentare le auto-immolazioni.

OBBLIGATI A GUARDARE “LA FELICITÀ DEL TIBET”. Prima di Gudrub, sabato scorso, si è dato fuoco un altro tibetano nella contea di Dzatoe, nella Regione autonoma tibetana, gridando slogan a favore del Tibet e del ritorno del Dalai Lama. Secondo alcune fonti, la goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata la decisione del governo cinese di costringere tutti gli abitanti di Dzatoe a guardare un film «che mostrava la “felicità del Tibet”» sotto il dominio cinese.

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