Non c'è reato, il magistrato non poteva farlo e l'eventuale segreto istruttorio è stato palesemente violato, eppure le intercettazioni della Procura di Trani che coinvolgono il presidente del Consiglio Berlusconi terranno banco fino al giorno delle elezioni, dopodichè probabilmente sfumeranno nel nulla e tutto tornerà come prima. Cioè i Pm di Trani che hanno violato tutte le procedure possibili resteranno al loro posto, Berlusconi riprenderà ad affermare che è necessaria una legge contro le intercettazioni selvagge, altri Pm si sbizzarriranno in intercettazioni ai limiti della legge e le passeranno ai giornali. Il clima politico diventerà sempre più pesante, il rischio di una rottura sempre più forte.
Che fare? Esattamente il contrario di quello che propone il centrodestra: non si tratta di limitare le intercettazioni, ma di liberalizzarle; non si tratta di proibire la pubblicazione delle intercettazioni, ma di ammetterla pienamente con la sola clausola che l'intercettato può denunciare giornali e tivù se ritiene di aver patito un pregiudizio. Chiunque dovrebbe avere il diritto di intercettare personaggi che ricoprono responsabilità pubbliche o lavorano per l'Ente pubblico, ovvero politici, magistrati, giornalisti e tutti i professionisti che accedono a commesse statali, e di diffondere i testi delle intercettazioni. Vi pare una proposta folle? A me pare l'unica soluzione possibile alla deriva suicida della vita politica italiana, quotidianamente in marcia verso la guerra civile. Proibire e limitare non serve a nulla: Pm, giornalisti e politici che si sono costruiti una carriera passando sotto banco, pubblicando e trasformando in linea politica le intercettazioni di quelli che considerano i loro avversari grideranno al regime, alla repressione, al diritto di cronaca conculcato. Diranno sempre che la sostanza è più importante della correttezza formale. I tentativi proibizionisti verranno sempre battuti in breccia. Invece se le intercettazioni fossero veramente liberalizzate - se cioè ciascuno di noi potesse far intercettare da investigatori privati professionisti le comunicazioni fra la Procura di Milano e Repubblica, fra la Procura di Trani e Il Fatto, fra Di Pietro e i suoi uomini nella Guardia di Finanza, nella Polizia e nei Servizi segreti- io sono sicuro che nel giro di un mese l'uso politico e denigratorio delle intercettazioni scomparirebbe. Se tutti potessero intercettare tutti, più nessuno intercetterebbe. Ovvero: più nessuno costruirebbe inchieste strampalate su intercettazioni e le diffonderebbe a mezzo stampa.
Naturalmente per varare una legge siffatta bisogna prima abolire le leggi che proteggono la privacy delle persone appartenenti alle categorie che ho sopra indicato. Per il bene della nazione, qualcuno deve soffrire perché tutti si salvino. Sono giornalista, e sono pronto al sacrificio per il bene dei miei figli e del mio popolo. Naturalmente chi è intercettato ed eventualmente sputtanato sui giornali avrà il diritto di trascinare in giudizio chi abbia manipolato le intercettazioni a suo carico, chi abbia fatto saltare con le rivelazioni un'inchiesta giudiziaria sacrosanta dei magistrati, ecc. Ci sono molte cose da mettere a punto. Ma io credo che nulla di tragico accadrebbe, perché le riflessioni attorno alle conseguenze di questa piena libertà di intercettazioni convincerebbero tutti del valore della prudenza e dell'autocontrollo: io sono convinto che la diffusione di veleni cesserebbe, che in poche settimane Repubblica e Il Fatto si trasformerebbero in gazzette per educande, Di Pietro si cercherebbe un lavoro, Travaglio passerebbe a scrivere di sport. Chi ha proposte migliori le faccia pervenire.
Il tempo è galantuomo, e non ci vorrà molto prima che una ricostruzione dettagliata dell'accaduto confermi senza possibilità di smentita che il tentativo di escludere la lista del governatore Formigoni dalle elezioni regionali in Lombardia non è stata affatto un imparziale tentativo di far rispettare le regole, ma un vero e proprio agguato ispirato da motivazioni politiche. Per intanto vi consiglio di leggere l'articolo di Enrico Lagattolla apparso su Il Giornale del 6 marzo, dove si comincia a scoprire che se gli stessi criteri di verifica usati per la Lista Formigoni fossero stati effettivamente applicati anche per le altre liste, probabilmente nessuno in Lombardia potrebbe correre per la carica di governatore.
Quel che va detto sin da ora, è che gli uomini politici e gli attivisti che in questo momento si stanno stracciando le vesti per il decreto interpretativo del governo che a loro parere "modifica le regole del gioco a partita in corso", rappresentano la solita italica platea di ipocriti e farisei. Ben pochi fra loro possono vantare la buona fede, e quelli che possono farlo (alcuni scamiciati del cosiddetto Popolo Viola) sono ragazzi ingenui e disinformati strumentalizzati dai soliti furbi. Perché avrete tutti certamente qualche amico brizzolato che fa politica, non importa in quale partito. E lui potrà raccontarvi come stanno le cose in Italia in materia di firme e autenticazioni delle liste elettorali, dai tempi del referendum per scegliere fra Monarchia e Repubblica ai giorni nostri. Ebbene, fino alla metà degli anni Settanta in Italia c'erano soltanto sette-otto partiti (Dc, Pci, Psi, Msi-Dn, Pri, Psdi, Pli, Svp e Unione Valdostana) e i presentatori delle liste si procuravano le sottoscrizioni necessarie da ignari elettori trascrivendo i loro nominativi presi dagli elenchi telefonici (sissignore) e falsificando le firme. Nessun magistrato si ingegnava di prendere in castagna gli autori di questa furbata, semplicemente perché a nessun magistrato veniva in mente di impedire a partiti che ricevevano milioni di voti di presentarsi alle elezioni per ragioni formali. Le cose cambiarono con l'apparizione del Partito Radicale, che sin dall'inizio ha improntato la sua azione politica all'esasperazione delle regole di funzionamento delle istituzioni. Tuttavia anche dopo di allora le raccolte delle firme per le liste si sono continuate a fare secondo modalità niente affatto legali, epperò mai indagate e punite dalla magistratura: le firme vengono solitamente raccolte su fogli bianchi, e solo successivamente vengono apposti bolli, vidimazioni, intestazioni, autenticazioni, ecc. che invece andrebbero fatte contestualmente all'apposizione delle firme. Ripeto: qualunque vecchio militante di qualunque partito può raccontarvelo.
Queste cose Bersani, Penati, Di Pietro, i soloni di Repubblica, ecc. le sanno. Ma fanno finta di non saperle per ragioni di bottega. Con Formigoni non potranno esercitarsi più di tanto nella propaganda faziosa, perché la lista del governatore è stata riammessa alla competizione non grazie al decreto del governo, ma ad una sentenza del Tar. Ma prima o poi saranno chiamati a rispondere della loro spudoratezza. Per adesso tenete presente questa cosa: il presidente della Corte d'Appello di Milano, Alfonso Marra, è stato nominato il 3 febbraio scorso. Sotto i suoi predecessori le disinvolture dei partiti non erano mai state prese in considerazione. Con lui è scoppiata la bagarre. Tenete d'occhio questo filone della storia.
Adesso che il bubbone è scoppiato, l'indignazione è generale: il senatore del Pdl per gli italiani all'estero Di Girolamo sarebbe stato eletto, stando alle accuse della Procura di Roma, grazie all'interessamento della 'ndrangheta che avrebbe rastrellato le schede di molti italiani residenti all'estero e apposto migliaia di preferenze per il candidato fiancheggiatore. Ed ecco che politici, giornalisti e autorità dello Stato si stracciano le vesti e chiedono a gran voce una riforma profonda, o addirittura l'abrogazione, della legge che istituì la rappresentanza parlamentare per gli italiani residenti all'estero e una modalità di voto specifica per loro. Ma che bravi. Peccato che io l'avessi scritto e detto in tivù già quattro anni fa (elezioni 2006) e ribadito due anni fa (elezioni 2008). Non lo sottolineo per vanteria, ma semplicemente perché mi girano le balle. Sul voto degli italiani all'estero ho fatto inchieste tutte e due le volte che si è votato, e in entrambi i casi ho raccolto innumerevoli testimonianze circa compravendite di voti, buste con schede elettorali rubate, voti di preferenza contraffatti, ecc. Nel 2008 ho comprato io stesso sei buste del voto per corrispondenza che avrei potuto, se lo avessi voluto, votare e mandare al consolato di Colonia. Tutto questo per dimostrare che quel modo di votare era apertissimo ad abusi, truffe, brogli. Credete che qualcuno abbia ascoltato? La Procura di Roma chiuse l'inchiesta -ho saputo- in quattro e quattr'otto. Mandarono due agenti della Digos a interrogarmi per chiarire uno -uno solo- degli episodi che avevo denunciato, avendo fatto venire allo scoperto la persona che aveva inviato un video a Striscia la notizia sull'accaparramento di voti in Belgio. Nel 2008, nonostante il sensazionalismo dell'inchiesta (c'era persino la foto di me con le schede comprate in mano), non uno straccio di Pm si fece vivo per chiedermi chiarimenti. Sia il Parlamento di sinistra del 2006 che quello di destra del 2008 hanno avuto il tempo per riformare la legge, per abolire quel voto per corrispondenza in posta semplice (sì, senza ricevuta postale!) che è l'origine di tutte le malefatte. Ma non l'hanno fatto. La morale della storia? Le denunce della stampa contano solo se passano attraverso la grande stampa. La quale, di solito, mette in prima pagine le carte che riceve dalle Procure, e molto raramente ispira le indagini col lavoro d'inchiesta giornalistico. Io qui a Tempi non ho mai ricevuto veline di Procura e la testata è fuori dai grandi giri. Nel 2006 facemmo una conferenza stampa al parlamento europeo a Bruxelles presentando i risultati dell'inchiesta, c'erano le grandi testate italiane ma nemmeno diedero la notizia. E allora che cosa deve fare un giornalista? Ragazzi, solo voi lettori potete darci una mano.
Mercoledì 17 febbraio sul Foglio è apparso un pezzo molto interessante sulla vicenda dell'ex detenuto di Guantanamo Moazzam Begg, testimonial delle campagne britanniche di Amnesty International (AI) per la chiusura del carcere militare americano in terra cubana insieme all'associazione Cageprisoners. Si racconta come la stampa britannica abbiamo scoperto che Cageprisoners, quando non condivide il palcoscenico con AI ma agisce da sola, fa campagna per la liberazione anche di jihadisti che non sono affatto prigionieri di coscienza come Abu Qatada, Abu Hamza, Anwar Al Awlaki. E che Begg, che ha sempre affermato di essersi trovato in Afghanistan per disintossicarsi dalla droga al momento della cattura da parte degli americani, aveva cercato anche di viaggiare in Bosnia ai tempi della guerra fra serbi, croati e musulmani e in Cecenia: località poco adatte al turismo o alla riabilitazione dalle tossicodipendenze.
Insomma, Amnesty c'ha fatto la figura dell'idealista ingenua che si fa strumentalizzare dai jihadisti, esperti nell'arte della dissimulazione e del doppio discorso. Cosa che, per la verità, molti pensano da tempo. La lettura mi ha fatto venire in mente un piccolo episodio del mio ultimo passaggio a Londra, qualche settimana fa. Stavo viaggiando sulla metropolitana dall'aeroporto di Heathrow verso il centro. La carrozza era semivuota, e a un certo punto è salita una signora musulmana di mezza età, foulard e vestito lungo neri, scarpe sportive ai piedi, cellulare in mano. Si è guardata attorno per sedersi ma poi, nonostante i molti posti liberi, è rimasta in piedi. Anch'io mi sono guardato attorno e ho notato un particolare: casualmente, tutti i posti liberi "confinavano" con posti occupati da viaggiatori di sesso maschile. Alla fermata seguente è salita una graziosa ragazza, palesemente anglosassone, gonna corta e libro in mano. Si è seduta proprio di fianco a me senza imbarazzo. Vorrei aggiungere "ovviamente", ma nel metrò di Londra questo avverbio non vale più.
Ancora una fermata ed è salito un signore barbuto, anche lui verosimilmente autoctono, che si è seduto proprio di fronte a me. Aveva una borsa trasparente piena di libri. Sul lato esposto verso di me vedevo il logo di Amnesty International e un lungo messaggio che diceva (vado a memoria) più o meno così: "questa borsa è prodotta dalle patate; è riciclabile, compostabile, biodegradabile e non contiene OGM. Se dovete disfarvi di libri metteteli in questa borsa e portateli alla nostra sede più vicina".
Ragazzi, questo succede a Londra, la città dove AI è nata, ma i militanti dei diritti umani non si accorgono di niente: sono circondati da persone che evitano persino di sedersi accanto a loro in metropolitana, ma la loro principale preoccupazione è la biodegradabilità delle loro borse, ricavate dalle patate. Nemmeno l'infortunio Moazzam Begg li risveglierà dalla loro percezione alterata della realtà. Tipica di chi assolutizza una causa, nel loro caso quella dei "diritti". E il dovere di non comportarsi da stupidi?
Non vorrei lasciar scivolare via il primo anniversario della morte di Eluana Englaro senza condividere l'amarezza profonda che mi provocano le parole del signor Beppino, ogni volta che le sue infelici dichiarazioni arrivano all'attenzione di tutti. Al presidente del Consiglio Berlusconi che esprimeva il suo rammarico per non aver potuto impedire la morte di Eluana (a causa della sciagurata intromissione del presidente Napolitano) papà Englaro ha replicato che non avrebbe parlato così se l'avesse vista di persona negli ultimi tempi della sua vita, e che oggi la medicina "può creare una condizione che non esiste in natura e che è solo lo sbocco senza uscita di una serie di terapie". Interessante questo giudizio sulla medicina che crea situazioni che "non esistono in natura". Anzitutto spinge a chiedersi cosa sia la medicina: è una pratica naturale o soprannaturale o extranaturale? Se la medicina è una pratica naturale, non può creare situazioni innaturali: sarebbe una contraddizione. Se si dice che la medicina crea una situazione che va contro la natura, questo significherebbe che la medicina è magia o stregoneria, o che l'hanno portata fra noi gli extraterrestri. I laicisti sono sempre molto confusi su questo punto: rigettano l'idea di natura come troppo teistica, poi parlano di situazioni contro natura create dall'uomo. Ma se dite che l'uomo è natura e nient'altro che natura, come può egli creare situazioni "contronatura"? I laicisti si contraddicono a ogni piè sospinto.
Vengono poi in mente tutte le situazioni create dalla medicina che non si danno in natura: le persone che vivono con organi trapiantati, che sopravvivono grazie a trasfusioni, alla somministrazione di antibiotici (quelli sì contronatura, tanto che inquinano l'ambiente quando vengono espulsi dal corpo), all'utilizzo di reni artificiali o polmoni di ferro. Cosa pensa di fare il signor Beppino con tutte le persone che si ritrovano in queste "condizioni che non esistono in natura"?
In realtà la mancanza di logica di papà Beppino (e dei suoi fan) si spiega con una psicopatologia: il narcisismo. Come tutti sanno, verosimilmente Eluana non soffriva. Non c'erano dolori atroci che facessero propendere per l'opportunità di porre fine alla sua vita. Però Eluana era diventata brutta, bruttissima come può diventare una persona da 17 anni in stato vegetativo persistente. E' questo che Englaro non sopportava: la vista della sua bella figlia trasformata in una brutta figlia. Englaro ha sempre messo l'esperienza visiva al di sopra delle altre esperienze sensoriali. A lui solo la vista trasmette emozioni, e la vista gli rimanda una brutta immagine della sua Eluana. Alla maggior parte dei genitori basta stringere la mano ai propri figli, anche in coma o in stato vegetativo persistente, per provare sensazioni che poi vengono elaborate in emozioni positive. Non così Beppino. Da qui è nata la sua feroce volontà di eliminare quella immagine, che non corrispondeva più a quella che in passato gli aveva dato piacere. Tutto il resto (il diritto all'autodeterminazione, il dibattito sulla vita che non è più vita, la volontà presunta di Eluana, ecc.) è stato solo pretesto, ideologia volta a giustificare una pulsione distruttiva. E il giudizio si estende ai fan di Englaro: gente che maledice Berlusconi perché ci ha imposto le sue televisioni, e poi ragiona sulla base del narcisismo televisivo dominante.
Il caso Morgan, musicista e giudice di X-factor protagonista di una devastante intervista al mensile Max dove la cocaina viene descritta come un farmaco antidepressivo, è approdato ieri sera a Porta a Porta con intenti catartici. Occorreva annullare l'effetto "cattivo maestro" dell'intervista con un'uscita pubblica nel corso della quale il cantante avrebbe chiesto scusa, condannato pubblicamente l'assunzione di droga, e gli altri partecipanti lo avrebbero aiutato a intraprendere il cammino della redenzione. Così è, in parte, stato. Anche se quella che avrebbe dovuto essere la giusta conclusione della serata -Morgan che dichiara di sua spontanea volontà, non per imposizione esterna, che non parteciperà a Sanremo- non si è veramente materializzata. Sull'argomento è stato tutto un andirivieni, con Morgan che prima dice "Non mi importa più nulla di partecipare a Sanremo" e poi sbotta "Ma perché non posso cantare a Sanremo? Io sono un artista e ho ammesso lo sbaglio".
Credo che tutti capiscano che la cosa giusta sarebbe stato un passo indietro di Morgan non solo rispetto a Sanremo, ma anche rispetto a tutte le trasmissioni televisive che ora invocheranno la sua presenza. Perché tutte queste apparizioni in pubblico contribuiranno a moltiplicare l'appeal della droga, e perché sarebbe sbagliato trasformare Morgan sia in un testimonial dell'antidroga che in un'icona della droga. L'uomo ha bisogno di essere comunque meno personaggio, se veramente vuole salvarsi come uomo.
E qui veniamo al punto dolente della trasmissione di ieri sera, di quelle che verranno e di tutta l'industria dello spettacolo, soprattutto televisivo. Bisogna guardare in faccia la realtà: c'è un link molto forte fra droga (e altre dipendenze) e spettacolo, non riducibile al mondo dellla musica pop e rock ma esteso a gran parte della tivù e a gran parte del cinema. E il motivo è chiaro. La droga è il sostitutivo di esperienze umane mancanti. Quando i rapporti umani diventano superficiali, quando la vita diventa consumo fra le quinte spettrali di centri commerciali e quartieri dormitorio delle città, la droga diventa il sostituto di sentimenti, emozioni, commozioni. Attori, musicisti, politici apparentemente vivono una vita non così povera e banale. Ma in realtà anche in loro c'è un'allarmante povertà di esperienza umana: la loro persona si identifica col ruolo, con la parte che recitano. C'è sovrapposizione fra il personaggio e la persona col prevalere del primo sul secondo. Ma un personaggio non vive veramente rapporti, tutto quello che gli accade gli è esterno, non implica veramente la sua persona. Di qui un'aridità affettiva dalla quale si cerca di liberarsi con la droga.
L'inghippo dunque è il seguente: la tivù non può, anche con le più edificanti motivazioni, contribuire a risolvere il problema di un Morgan che assume stupefacenti, perché è proprio la tivù nella sua essenza ad essere un fattore del disagio che sfocia nell'assunzione di stupefacenti. La tivù crea e propone personaggi, ma è proprio l'essere un personaggio che facilita la discesa nell'inferno della droga. Per liberarsi, Morgan ha bisogno di essere meno personaggio. Quindi deve apparire meno in tivù, e non di più, nemmeno "a fin di bene". Mille trasmissioni tivù contro la droga non servono a nulla come prevenzione o repressione del fenomeno, anzi: fanno pubblicità alla droga, oggetto proibito che invita alla trasgressione. Serve di più andare a giocare insieme una partita di pallone, raccontarsi storie di fidanzate, parlare con tuo figlio di una cosa che lo ha spaventato, zappare l'orto, aggiustare una porta che non si chiude, ecc. Mi spiego?
Scusate la lunga pausa, dovuta soprattutto al fatto che il sito di Tempi era sottoposto a lifting informatico. C'eravamo lasciati poco prima di Natale con la mia semiseria accorata lettera da Copenaghen, dove stava fallendo (almeno dal punto di vista degli organizzatori) il Cop15, la Conferenza Onu sui mutamenti climatici. Come ho accennato su Tempi, Copenaghen è stato un fallimento politico storico per l'ideologia ambientalista, ma un trionfo dal punto di vista dell'egemonia culturale. Di più: a Copenaghen ho visto i prodromi della nuova religione dell'umanità per il XXI secolo (secolo II dell'era ecologista), che sarà appunto centrata sul culto della Natura così come gli ecologisti la concepiscono e sui precetti che ne derivano.
Ogni nuova religione mette in cattiva luce quelle che trova già presenti, e gli ambientalisti non sfuggono alla regola. Sul sito internazionale di Greenpeace ho scovato un testo che attacca frontalmente Sant'Agostino accusandolo di avere "razionalizzato la guerra e la tortura per i suoi boss nella nuova religione di Stato romana". Per quale motivo? Per un brano dellla Città di Dio: "Ci sono molte cose vere che non è utile che il popolo sappia, e ci sono certe cose che, benchè siano false, tuttavia è utile che la gente le creda". Agostino sarebbe un cinico e un servo del potere per aver scritto questo. Peccato che stesse semplicemente spiegando il pensiero di Marco Terenzio Varrone, che nelle pagine successiva confuta. Quelli di Greenpeace hanno troppa fretta di prendere il posto del cristianesimo per permettersi di essere onesti quando lo criticano.
Per molte questioni, in realtà, la frase andrebbe applicata a loro. Ieri ero a Londra e dai giornali ho appreso che Greenpeace sta acquistando un terreno nei pressi dell'aeroporto di Heathrow per impedire che venga costruita la terza pista dell'aeroporto. L'azione viene descritta come "the next frontline in the fight against climate change", il nuovo fronte nella lotta ai cambiamenti climatici. Cioè: noi compriamo la terra, ne suddividiamo la proprietà fra 60 mila sostenitori per rendere amministrativamente impossibile l'esproprio in tempi certi, la terza pista non si fa, volano e atterrano meno aerei, viene emessa meno CO2 e quindi il clima non viene alterato. Ma cosa succede al cervello di certi ambientalisti? Non riescono a immaginare che se la domanda di voli su Londra aumenta saranno ampliati gli altri quattro aeroporti della regione (City Airport, Gatwick, Stansted, Luton)? Oppure ci saranno più voli sulle piste già esistenti, in condizioni di sicurezza peggiori di quelle attuali (grazie a loro)? Secondo me lo sanno benissimo, ma hanno bisogno comunque di una causa "concreta" per eccitare i propri seguaci e attirarne dei nuovi. Sanno che quel che dicono è falso, ma è utile alla causa. Come diceva Agostino citando Varrone , "Ci sono molte cose vere che non è utile che il popolo sappia, e ci sono certe cose che, benchè siano false, tuttavia è utile che la gente le creda".
Sono le ore 17.30 di venerdì 18 dicembre qui al Bella Center di Copenaghen, dove si sta concludendo il COP15 Onu sui cambiamenti climatici, ed è ormai realtà palpabile che si concluderà con un fallimento. Il summit doveva salvare il pianeta dal riscaldamento globale, e invece le delegazioni stanno cercando semplicemente di salvare la faccia: due anni di negoziati, un vertice con 45 mila partecipanti e 119 capi di Stato o di governo che si sono alternati alla tribuna (la più massiccia presenza di capi di Stato fuori dal Palazzo di Vetro di New York in tutta la storia delle Nazioni Unite), e un documento in arrivo che, perdonate il gioco di parole in questo momento drammatico, conterrà solo aria calda e ben fritta! Perdonate pure il parallelo con le ultime lettere dei soldati tedeschi a Stalingrado, contenuto nel titolo di questo post, ma effettivamente anche qua stiamo andando incontro a una sconfitta storica: quella del sistema multilaterale Onu, che non sarà più lo stesso dopo questa controperformance. Viene in mente un altro episodio della Seconda Guerra mondiale, la battaglia (aerea) d'Inghilterra. Rovesciando la celeberrima frase con cui Winston Churchill ne descrisse l'esito, si può dire che "mai così tanti produssero così poco per così tanti". Onestamente, se invece di questo megacirco senza speranza di riuscita si fosse convocato un G20 ad hoc, si sarebbe pervenuti a un documento finale un po' più concreto di quello in arrivo e si sarebbero risparmiati un sacco di soldi. Qui in giro per i padiglioni del Bella Center, soprattutto nella grande hall centrale, non si vede che gente intenta a consumare elettricità al PC o al cellulare o a mangiare freneticamente le improponibili pietanze danesi. Ci saremmo risparmiati gli exploit istrionici di Hugo Chavez e le untuose prediche di Ahmadinejad, le star mediatiche dell'evento quasi quanto Obama. Chavez e il boliviano Morales si trascinano dietro dieci volte più fotografi, cameramen e giornalisti (di ogni nazione) che non il presidente della Banca Mondiale (come si chiama? Zoellick? Qua nessuno se lo ricorda).
Dice il salmo: "Se il Signore non costruisce la città, invano i costruttori mettono pietra su pietra". Ahmadinejad e altri hanno invocato l'Onnipotente, e non gli hanno fatto una buona pubblicità. L'Unione Europea ha portato nei locali della Fiera l'unico albero di Natale che sono riuscito a vedere, ma le palline sono foglietti rotondi rossi su una faccia e scritti sull'altra con frasette ultrapoliticamente corrette. C'è una stanza per la preghiera e/o la meditazione, ed è la più squallida di tutto il complesso. Un vasto spazio occupato da una moquette, tre sedie e una scarpiera con su scritto: "non calpestare, lasciare qui le scarpe". Insomma, una specie di moschea. E i cristiani? A Malmoe (di là dallo stretto in Svezia, 20 km da Copenaghen) ieri sera la Chiesa luterana ha organizzato il "Concerto di Natale per Gesù bambino e la Madre Terra". Viene voglia di strozzare un ugonotto e rapinare una beghina.
Ieri sera ho partecipato a una surreale puntata di "Iceberg", talk-show di Telelombardia. Il tema formale era l'aggressione di domenica a Berlusconi, in realtà la trasmissione era stata studiata a tavolino per promuovere il libro di Gioacchino Genchi sulle stragi di mafia, presente in studio e in vena di velenose dietrologie che hanno mandato in bestia più di uno degli invitati. Vi basti sapere che secondo Genchi, ispettore di polizia esperto di dati sensibili (flussi telefonici e telematici, ecc.) sospeso dal servizio e indagato per costituzione abusiva di archivi, quello che è successo in Piazza Duomo è una sinistra trama che aveva per obiettivo quello di risollevare le sorti di Berlusconi, in difficoltà politiche e giudiziarie. Lasciamo perdere. Qui vorrei commentare un'altra questione. Il civilissimo ex ministro degli Interni Enzo Bianco, che partecipava in collegamento da Roma alla trasmissione, a un certo punto ha detto: "Solidarietà incondizionata a Berlusconi vittima di un'aggressione, ma a Bonn aveva detto cose molto gravi". Non sono d'accordo. A Bonn Berlusconi ha pronunciato pesanti giudizi politici sulle cosiddette istituzioni di garanzia: Corte Costituzionale e Capo dello Stato. Non sono state "parole gravi", ma una forte denuncia politica. Berlusconi ha detto che queste istituzioni sono politicizzate, e sono politicizzate a sinistra. Dire, come ha fatto urbanamente Bianco, o come scrive stracciandosi le vesti Repubblica, che si è trattato di un attacco alle istituzioni, è dare prova di ipocrisia. Come si fa a non ipotizzare la politicizzazione di una Corte costituzionale che prima boccia il lodo Schifani evidenziando determinati profili di incostituzionalità, e poi quando arriva il lodo Alfano, che corregge quei profili, se ne inventa dei nuovi pur di bocciare un provvedimento berlusconiano?
Da Inviato internazionale vorrei far notare un'altra cosa: Berlusconi ha parlato a Bonn in sede di Partito Popolare Europeo. E infatti le polemiche sulla politicizzazione delle istituzioni di garanzia e sul loro conflitto coi soggetti politici della società riguardano vari paesi dell'Unione Europea: in Spagna è braccio di ferro fra la Corte costituzionale, che dopo 3 anni di esame è sul punto di bocciare passaggi rilevanti del nuovo Statuto d'autonomia della Catalogna, e partiti e movimenti politici catalani, che hanno indetto referendum di autodeterminazione proprio per sfidare la Corte. In Romania la Corte costituzionale ha bocciato la legge che da anni permetteva ai cittadini rumeni di consultare i dossier che la Securitate (polizia politica) aveva realizzato su di loro al tempo del regime di Ceausescu, e il governo è dovuto intervenire con un decreto d'emergenza per rendere inoperante la sentenza della Corte. Per non parlare dell'America centrale, dove una Corte costituzionale ordina l'arresto di un presidente (a mio parere giustamente, come ho scritto nei miei servizi) in Honduras e un'altra permette al capo dello Stato di ripresentarsi alle elezioni anche se la Costituzione prevede espressamente che non si possa ricoprire più di un mandato (Nicaragua).
Insomma, nei paesi dove c'è una forte polarizzazione politica le Corti costituzionali emettono sentenze che sanno sempre meno di dottrina e sempre più di partigianeria politica. Berlusconi ha detto ad alta voce quello che tutti, anche Bianco e Repubblica, sanno, ma fanno finta di non sapere.
Sì, a questo punto possiamo proprio sciogliere la riserva: per quanto riguarda la politica estera, Barack Obama è un pericoloso ingenuo. Chi, come me, ipotizzava sottilissime e astutissime doppiezze, è costretto a ricredersi. La prova regina è data dai contenuti e dai modi dell'annuncio del "surge" di truppe americane in Afghanistan (richiesto mesi fa dal generale Chrystal, inviato sul campo da Obama in persona). Dunque il presidente americano ha annunciato nello stesso medesimo discorso che altri 30 mila soldati Usa andranno a rinforzare il contingente, che altri 10 mila ce li metterà la coalizione, e che il ritiro della truppe americane comincerà a metà del 2011. Un annuncio strategicamente sciagurato. Immaginatevi un Eisenhower che nel bel mezzo della guerra nel Pacifico annuncia: "Ho deciso di mandare altri 30 mila marines nel teatro di guerra, ma state certi che fra 18 mesi comincerò a ritirare le nostre truppe". Come avrebbero reagito i giapponesi? Allo stesso modo dei talebani oggi: brindando alla sua salute (con la differenza che i giapponesi potevano bere alcolici, i talebani no). Perché conoscere le intenzioni strategiche dell'avversario fino a sapere esattamente oltre a quale sforzo non è disposto ad andare, dà un vantaggio decisivo. Ai giapponesi di allora sarebbe bastato resistere 18 mesi per avere vinta la guerra (e conoscendo i giapponesi, ci sarebbero riusciti), idem per i talebani oggi.
D'altra parte Obama è la stessa persona che una decina di giorni fa aveva preannunciato la dichiarazione circa l'invio di nuove truppe in Afghanistan durante una conferenza stampa tenuta insieme al primo ministro dell'India. Un altro colossale errore da dilettanti della politica internazionale: in Afghanistan è in corso dai giorni della caduta del regime talebano un braccio di ferro fra Pakistan e India per esercitare influenza sul paese. Con la caduta del mullah Omar e l'avvento di Karzai l'Afghanistan è passato da una prevalente influenza pakistana a una più importante influenza indiana (anche se non così forte come quella che il Pakistan esercitava attraverso i talebani). Annunciare l'invio di truppe americane in compagnia del primo ministro indiano è un autogol catastrofico: sicuramente i pakistani ora boicotteranno l'iniziativa americana, forniranno segretamente armi e mezzi ai talebani più di quanto non hanno già fatto finora.
Perché Obama fa questi errori? Perché ci mette 100 giorni a valutare un rapporto sull'Afghanistan che lui stesso ha chiesto e a prendere una decisione sull'invio di truppe, dopo aver ripetuto per tutta la sua campagna elettorale che l'errore di Bush era stato di aver aperto il fronte Iraq anzichè concentrarsi sull'Afghanistan? E perché se ne viene fuori con un annuncio che incoraggia di fatto i talebani anzichè demoralizzarli? Per la semplice ragione che Obama subordina la politica estera a quella interna. Ha concepito un messaggio che rassicurasse sia gli americani che vogliono portare fino in fondo la lotta al terrorismo islamista (che lui non cita mai con questo nome), sia quelli che vogliono il disimpegno americano dalle aree di crisi. Probabilmente non ha convinto nessuno dei due gruppi. In compenso ha spalancato la via del successo ai miliziani talebani.