tempi.blog di Rodolfo Casadei Martedì 09 Febbraio 2010 

 

Caso Morgan in tv: il gatto si morde la coda

Postato il 05 Feb 2010 da rodolfo

Il caso Morgan, musicista e giudice di X-factor protagonista di una devastante intervista al mensile Max dove la cocaina viene descritta come un farmaco antidepressivo, è approdato ieri sera a Porta a Porta con intenti catartici. Occorreva annullare l'effetto "cattivo maestro" dell'intervista con un'uscita pubblica nel corso della quale il cantante avrebbe chiesto scusa, condannato pubblicamente l'assunzione di droga, e gli altri partecipanti lo avrebbero aiutato a intraprendere il cammino della redenzione. Così è, in parte, stato. Anche se quella che avrebbe dovuto essere la giusta conclusione della serata -Morgan che dichiara di sua spontanea volontà, non per imposizione esterna, che non parteciperà a Sanremo- non si è veramente materializzata. Sull'argomento è stato tutto un andirivieni, con Morgan che prima dice "Non mi importa più nulla di partecipare a Sanremo" e poi sbotta "Ma perché non posso cantare a Sanremo? Io sono un artista e ho ammesso lo sbaglio".

Credo che tutti capiscano che la cosa giusta sarebbe stato un passo indietro di Morgan non solo rispetto a Sanremo, ma anche rispetto a tutte le trasmissioni televisive che ora invocheranno la sua presenza. Perché tutte queste apparizioni in pubblico contribuiranno a moltiplicare l'appeal della droga, e perché sarebbe sbagliato trasformare Morgan sia in un testimonial dell'antidroga che in un'icona della droga. L'uomo ha bisogno di essere comunque meno personaggio, se veramente vuole salvarsi come uomo.

E qui veniamo al punto dolente della trasmissione di ieri sera, di quelle che verranno e di tutta l'industria dello spettacolo, soprattutto televisivo. Bisogna guardare in faccia la realtà: c'è un link molto forte fra droga (e altre dipendenze) e spettacolo, non riducibile al mondo dellla musica pop e rock ma esteso a gran parte della tivù e a gran parte del cinema. E il motivo è chiaro. La droga è il sostitutivo di esperienze umane mancanti. Quando i rapporti umani diventano superficiali, quando la vita diventa consumo fra le quinte spettrali di centri commerciali e quartieri dormitorio delle città, la droga diventa il sostituto di sentimenti, emozioni, commozioni. Attori, musicisti, politici apparentemente vivono una vita non così povera e banale. Ma in realtà anche in loro c'è un'allarmante povertà di esperienza umana: la loro persona si identifica col ruolo, con la parte che recitano. C'è sovrapposizione fra il personaggio e la persona col prevalere del primo sul secondo. Ma un personaggio non vive veramente rapporti, tutto quello che gli accade gli è esterno, non implica veramente la sua persona. Di qui un'aridità affettiva dalla quale si cerca di liberarsi con la droga. 

L'inghippo dunque è il seguente: la tivù non può, anche con le più edificanti motivazioni, contribuire a risolvere il problema di un Morgan che assume stupefacenti, perché è proprio la tivù nella sua essenza ad essere un fattore del disagio che sfocia nell'assunzione di stupefacenti. La tivù crea e propone personaggi, ma è proprio l'essere un personaggio che facilita la discesa nell'inferno della droga. Per liberarsi, Morgan ha bisogno di essere meno personaggio. Quindi deve apparire meno in tivù, e non di più, nemmeno "a fin di bene". Mille trasmissioni tivù contro la droga non servono a nulla come prevenzione o repressione del fenomeno, anzi: fanno pubblicità alla droga, oggetto proibito che invita alla trasgressione. Serve di più andare a giocare insieme una partita di pallone, raccontarsi storie di fidanzate, parlare con tuo figlio di una cosa che lo ha spaventato, zappare l'orto, aggiustare una porta che non si chiude, ecc.  Mi spiego?

Greenpeace denigra Sant'Agostino e inganna il popolo

Postato il 29 Gen 2010 da rodolfo

Scusate la lunga pausa, dovuta soprattutto al fatto che il sito di Tempi era sottoposto a lifting informatico. C'eravamo lasciati poco prima di Natale con la mia semiseria accorata lettera da Copenaghen, dove stava fallendo (almeno dal punto di vista degli organizzatori) il Cop15, la Conferenza Onu sui mutamenti climatici. Come ho accennato su Tempi, Copenaghen è stato un fallimento politico storico per l'ideologia ambientalista, ma un trionfo dal punto di vista dell'egemonia culturale. Di più: a Copenaghen ho visto i prodromi della nuova religione dell'umanità per il XXI secolo (secolo II dell'era ecologista), che sarà appunto centrata sul culto della Natura così come gli ecologisti la concepiscono e sui precetti che ne derivano. 

Ogni nuova religione mette in cattiva luce quelle che trova già presenti, e gli ambientalisti non sfuggono alla regola. Sul sito internazionale di Greenpeace ho scovato un testo che attacca frontalmente Sant'Agostino accusandolo di avere "razionalizzato la guerra e la tortura per i suoi boss nella nuova religione di Stato romana". Per quale motivo? Per un brano dellla Città di Dio: "Ci sono molte cose vere che non è utile che il popolo sappia, e ci sono certe cose che, benchè siano false, tuttavia è utile che la gente le creda". Agostino sarebbe un cinico e un servo del potere per aver scritto questo. Peccato che stesse semplicemente spiegando il pensiero di Marco Terenzio Varrone, che nelle pagine successiva confuta. Quelli di Greenpeace hanno troppa fretta di prendere il posto del cristianesimo per permettersi di essere onesti quando lo criticano.

Per molte questioni, in realtà, la frase andrebbe applicata a loro. Ieri ero a Londra e dai giornali ho appreso che Greenpeace sta acquistando un terreno nei pressi dell'aeroporto di Heathrow per impedire che venga costruita la terza pista dell'aeroporto. L'azione viene descritta come "the next frontline in the fight against climate change", il nuovo fronte nella lotta ai cambiamenti climatici. Cioè: noi compriamo la terra, ne suddividiamo la proprietà fra 60 mila sostenitori per rendere amministrativamente impossibile l'esproprio in tempi certi, la terza pista non si fa, volano e atterrano meno aerei, viene emessa meno CO2 e quindi il clima non viene alterato. Ma cosa succede al cervello di certi ambientalisti? Non riescono a immaginare che se la domanda di voli su Londra aumenta saranno ampliati gli altri quattro aeroporti della regione (City Airport, Gatwick, Stansted, Luton)? Oppure ci saranno più voli sulle piste già esistenti, in condizioni di sicurezza peggiori di quelle attuali (grazie a loro)? Secondo me lo sanno benissimo, ma hanno bisogno comunque di una causa "concreta" per eccitare i propri seguaci e attirarne dei nuovi. Sanno che quel che dicono è falso, ma è utile alla causa. Come diceva Agostino citando Varrone , "Ci sono molte cose vere che non è utile che il popolo sappia, e ci sono certe cose che, benchè siano false, tuttavia è utile che la gente le creda".

 

Ultime lettere da Copenaghen

Postato il 18 Dic 2009 da rodolfo

Sono le ore 17.30 di venerdì 18 dicembre qui al Bella Center di Copenaghen, dove si sta concludendo il COP15 Onu sui cambiamenti climatici, ed è ormai realtà palpabile che si concluderà con un fallimento. Il summit doveva salvare il pianeta dal riscaldamento globale, e invece le delegazioni stanno cercando semplicemente di salvare la faccia: due anni di negoziati, un vertice con 45 mila partecipanti e 119 capi di Stato o di governo che si sono alternati alla tribuna (la più massiccia presenza di capi di Stato fuori dal Palazzo di Vetro di New York in tutta la storia delle Nazioni Unite), e un documento in arrivo che, perdonate il gioco di parole in questo momento drammatico, conterrà solo aria calda e ben fritta! Perdonate pure il parallelo con le ultime lettere dei soldati tedeschi a Stalingrado, contenuto nel titolo di questo post, ma effettivamente anche qua stiamo andando incontro a una sconfitta storica: quella del sistema multilaterale Onu, che non sarà più lo stesso dopo questa controperformance. Viene in mente un altro episodio della Seconda Guerra mondiale, la battaglia (aerea) d'Inghilterra. Rovesciando la celeberrima frase con cui Winston Churchill ne descrisse l'esito, si può dire che "mai così tanti produssero così poco per così tanti". Onestamente, se invece di questo megacirco senza speranza di riuscita si fosse convocato un G20 ad hoc, si sarebbe pervenuti a un documento finale un po' più concreto di quello in arrivo e si sarebbero risparmiati un sacco di soldi. Qui in giro per i padiglioni del Bella Center, soprattutto nella grande hall centrale, non si vede che gente intenta a consumare elettricità al PC o al cellulare o a mangiare freneticamente le improponibili pietanze danesi. Ci saremmo risparmiati gli exploit istrionici di Hugo Chavez e le untuose prediche di Ahmadinejad, le star mediatiche dell'evento quasi quanto Obama. Chavez e il boliviano Morales si trascinano dietro dieci volte più fotografi, cameramen e giornalisti (di ogni nazione) che non il presidente della Banca Mondiale (come si chiama? Zoellick? Qua nessuno se lo ricorda).

Dice il salmo: "Se il Signore non costruisce la città, invano i costruttori mettono pietra su pietra". Ahmadinejad e altri hanno invocato l'Onnipotente, e non gli hanno fatto una buona pubblicità. L'Unione Europea ha portato nei locali della Fiera l'unico albero di Natale che sono riuscito a vedere, ma le palline sono foglietti rotondi rossi su una faccia e scritti sull'altra con frasette ultrapoliticamente corrette. C'è una stanza per la preghiera e/o la meditazione, ed è la più squallida di tutto il complesso. Un vasto spazio occupato da una moquette, tre sedie e una scarpiera con su scritto: "non calpestare, lasciare qui le scarpe". Insomma, una specie di moschea. E i cristiani? A Malmoe (di là dallo stretto in Svezia, 20 km da Copenaghen) ieri sera la Chiesa luterana ha organizzato il "Concerto di Natale per Gesù bambino e la Madre Terra". Viene voglia di strozzare un ugonotto e rapinare una beghina.

Corte costituzionale politicizzata? Sì, e non solo in Italia

Postato il 15 Dic 2009 da rodolfo

Ieri sera ho partecipato a una surreale puntata di "Iceberg", talk-show di Telelombardia. Il tema formale era l'aggressione di domenica a Berlusconi, in realtà la trasmissione era stata studiata a tavolino per promuovere il libro di Gioacchino Genchi sulle stragi di mafia, presente in studio e in vena di velenose dietrologie che hanno mandato in bestia più di uno degli invitati. Vi basti sapere che secondo Genchi, ispettore di polizia esperto di dati sensibili (flussi telefonici e telematici, ecc.) sospeso dal servizio e indagato per costituzione abusiva di archivi, quello che è successo in Piazza Duomo è una sinistra trama che aveva per obiettivo quello di risollevare le sorti di Berlusconi, in difficoltà politiche e giudiziarie. Lasciamo perdere. Qui vorrei commentare un'altra questione. Il civilissimo ex ministro degli Interni Enzo Bianco, che partecipava  in collegamento da Roma alla trasmissione, a un certo punto ha detto: "Solidarietà incondizionata a Berlusconi vittima di un'aggressione, ma a Bonn aveva detto cose molto gravi". Non sono d'accordo. A Bonn Berlusconi ha pronunciato pesanti giudizi politici sulle cosiddette istituzioni di garanzia: Corte Costituzionale e Capo dello Stato. Non sono state "parole gravi", ma una forte denuncia politica. Berlusconi ha detto che queste istituzioni sono politicizzate, e sono politicizzate a sinistra. Dire, come ha fatto urbanamente Bianco, o come scrive stracciandosi le vesti Repubblica, che si è trattato di un attacco alle istituzioni, è dare prova di ipocrisia. Come si fa a non ipotizzare la politicizzazione di una Corte costituzionale che prima boccia il lodo Schifani evidenziando determinati profili di incostituzionalità, e poi quando arriva il lodo Alfano, che corregge quei profili, se ne inventa dei nuovi pur di bocciare un provvedimento berlusconiano?

Da Inviato internazionale vorrei far notare un'altra cosa: Berlusconi ha parlato a Bonn in sede di Partito Popolare Europeo. E infatti le polemiche sulla politicizzazione delle istituzioni di garanzia e sul loro conflitto coi soggetti politici della società riguardano vari paesi dell'Unione Europea: in Spagna è braccio di ferro fra la Corte costituzionale, che dopo 3 anni di esame è sul punto di bocciare passaggi rilevanti del nuovo Statuto d'autonomia della Catalogna, e partiti e movimenti politici catalani, che hanno indetto referendum di autodeterminazione proprio per sfidare la Corte. In Romania la Corte costituzionale ha bocciato la legge che da anni permetteva ai cittadini rumeni di consultare i dossier che la Securitate (polizia politica) aveva realizzato su di loro al tempo del regime di Ceausescu, e il governo è dovuto intervenire con un decreto d'emergenza per rendere inoperante la sentenza della Corte. Per non parlare dell'America centrale, dove una Corte costituzionale ordina l'arresto di un presidente (a mio parere giustamente, come ho scritto nei miei servizi) in Honduras e un'altra permette al capo dello Stato di ripresentarsi alle elezioni anche se la Costituzione prevede espressamente che non si possa ricoprire più di un mandato (Nicaragua).

Insomma, nei paesi dove c'è una forte polarizzazione politica le Corti costituzionali emettono sentenze che sanno sempre meno di dottrina e sempre più di partigianeria politica. Berlusconi ha detto ad alta voce quello che tutti, anche Bianco e Repubblica, sanno, ma fanno finta di non sapere. 

Ora è ufficiale: Obama è un ingenuo

Postato il 02 Dic 2009 da rodolfo

Sì, a questo punto possiamo proprio sciogliere la riserva: per quanto riguarda la politica estera, Barack Obama è un pericoloso ingenuo. Chi, come me, ipotizzava sottilissime e astutissime doppiezze, è costretto a ricredersi. La prova regina è data dai contenuti e dai modi dell'annuncio del "surge" di truppe americane in Afghanistan (richiesto mesi fa dal generale Chrystal, inviato sul campo da Obama in persona). Dunque il presidente americano ha annunciato nello stesso medesimo discorso che altri 30 mila soldati Usa andranno a rinforzare il contingente, che altri 10 mila ce li metterà la coalizione, e che il ritiro della truppe americane comincerà a metà del 2011. Un annuncio strategicamente sciagurato. Immaginatevi un Eisenhower che nel bel mezzo della guerra nel Pacifico annuncia: "Ho deciso di mandare altri 30 mila marines nel teatro di guerra, ma state certi che fra 18 mesi comincerò a ritirare le nostre truppe". Come avrebbero reagito i giapponesi? Allo stesso modo dei talebani oggi: brindando alla sua salute (con la differenza che i giapponesi potevano bere alcolici, i talebani no). Perché conoscere le intenzioni strategiche dell'avversario fino a sapere esattamente oltre a quale sforzo non è disposto ad andare, dà un vantaggio decisivo. Ai giapponesi di allora sarebbe bastato resistere 18 mesi per avere vinta la guerra (e conoscendo i giapponesi, ci sarebbero riusciti), idem per i talebani oggi.

D'altra parte Obama è la stessa persona che una decina di giorni fa aveva preannunciato la dichiarazione circa l'invio di nuove truppe in Afghanistan durante una conferenza stampa tenuta insieme al primo ministro dell'India. Un altro colossale errore da dilettanti della politica internazionale: in Afghanistan è in corso dai giorni della caduta del regime talebano un braccio di ferro fra Pakistan e India per esercitare influenza sul paese. Con la caduta del mullah Omar e l'avvento di Karzai l'Afghanistan è passato da una prevalente influenza pakistana a una più importante influenza indiana (anche se non così forte come quella che il Pakistan esercitava attraverso i talebani). Annunciare l'invio di truppe americane in compagnia del primo ministro indiano è un autogol catastrofico: sicuramente i pakistani ora boicotteranno l'iniziativa americana, forniranno segretamente armi e mezzi ai talebani più di quanto non hanno già fatto finora.

Perché Obama fa questi errori? Perché ci mette 100 giorni a valutare un rapporto sull'Afghanistan che lui stesso ha chiesto e a prendere una decisione sull'invio di truppe, dopo aver ripetuto per tutta la sua campagna elettorale che l'errore di Bush era stato di aver aperto il fronte Iraq anzichè concentrarsi sull'Afghanistan? E perché se ne viene fuori con un annuncio che incoraggia di fatto i talebani anzichè demoralizzarli? Per la semplice ragione che Obama subordina la politica estera a quella interna. Ha concepito un messaggio che rassicurasse sia gli americani che vogliono portare fino in fondo la lotta al terrorismo islamista (che lui non cita mai con questo nome), sia quelli che vogliono il disimpegno americano dalle aree di crisi. Probabilmente non ha convinto nessuno dei due gruppi. In compenso ha spalancato la via del successo ai miliziani talebani.  

Obama in Cina, di male in peggio

Postato il 17 Nov 2009 da rodolfo

Tutte le volte che Obama pronuncia un importante discorso a livello internazionale la grande stampa europea e americana liberal si esalta, a me invece cascano le braccia mentre vengo invaso da un sentimento di sconforto. D'accordo, G.W. Bush ha fallito su quasi tutta la linea e gli Usa non hanno più nè i mezzi nè la voglia per fare i duri nelle varie aree di crisi; d'accordo, anche volendo gli Usa non potrebbero più ricoprire il ruolo dell'egemone incontrastato nel sistema internazionale, e hanno sbagliato dopo la fine della Guerra fredda a non cercare una riforma della governance mondiale che riconoscesse uno spazio e un compito di prestigio anche ad altri paesi. Adesso hanno troppi debiti, troppa crisi economica, troppi morti in Iraq e Afghanistan per continuare a fare gli sceriffi del mondo come prima. D'accordo, ma c'è modo e modo di gestire un declino, che diamine! Dopo la legittimazione dell'islam politico integralista volto al Califfato universale, che Obama ha espresso col suo discorso del Cairo (vedi relativo post), è arrivato anche il passaggio dello scettro del primato alla Cina comunista. Dite che esagero? E secondo voi come hanno inteso i cinesi, e non solo quelli che reggono il governo del paese, la dichiarazione di Obama a Shanghai "Ci auguriamo che la Cina sia un membro forte, prospero e di successo della comunità delle nazioni"? D'accordo per il "prospero" e per il "di successo", ma che bisogno c'era di augurarsi e promuovere una Cina "forte"? La Cina è un sistema totalitario che nega i diritti degli individui. Come ci si può augurare che divenga "forte" senza prima rinunciare a tale sistema?  Come si può pensare che userà la sua forza in modo benefico e pacifico?

Non sono mai stato in Cina ma conosco molti missionari cristiani che ci sono stati in passato o riescono anche oggi ad entrarvi. I cinesi sono, oggi come 100-150 anni fa, dei grandissimi sciovinisti, convinti dell'assoluta superiorità della propria cultura e della propria tradizione storica. Nei loro libri di scuola si insegna agli studenti che tutte le grandi scoperte e le grandi invenzioni sono attribuibili al popolo cinese. Non ridete: il cinese medio è convinto che a scoprire l'America è stato un cinese e non Cristoforo Colombo, che a inventare polvere da sparo, bussola, stampa, telefono, computer e qualunque altra cosa vi venga in mente sono stati i cinesi e non gli europei o gli americani. Ora, andare a dire a gente di questo carattere "vi vogliamo forti, vi vogliamo potenti", ha lo stesso impatto psicologico che avrebbe avuto un presidente americano che avesse visitato la Germania di Hitler proclamando: "ci auguriamo un futuro di successo e di forza crescente per il popolo tedesco".

Chiunque abbia negoziato con le autorità cinesi sa che per ottenere qualcosa da loro bisogna battere i pugni sul tavolo e minacciare rappresaglie. Bisogna chiedere dieci per ottenere due. Obama è andato lì coi soliti sorrisi e la solita arrendevolezza, infatti è uscito facendo propria la linea cinese sulla conferenza di Copenaghen: i paesi industrializzati devono prendere impegni formali per la riduzione delle emissioni di Co2, la Cina (che è il più grande produttore di Co2 al mondo) non deve prendere nessun impegno vincolante. Uno che fa così non è più il leader del vecchio "mondo libero". E mi chiedo dove ci porterà uno così, con altri tre anni di presidenza davanti a sè. Meglio non pensarci.

Il "pensiero critico" manca ai giudici di Strasburgo, non a chi tiene i crocifissi nelle scuole italiane

Postato il 12 Nov 2009 da rodolfo

Scusate di nuovo il ritardo, ero in Spagna per un reportage e non ho potuto aggiornare il blog con un commento sulla vicenda della sentenza di Strasburgo contro i crocifissi nelle scuole pubbliche italiane. Tanto, ovviamente, è già stato detto. Io vorrei condividere con voi la rassegnata irritazione che mi è presa leggendo una delle motivazioni della sentenza, è cioè che le croci vanno tolte perché "Lo stato... deve cercare di instillare negli studenti il pensiero critico", che sarebbe compromesso dall'esposizione di un simbolo religioso. La verità è che, trattando il crocifisso come un simbolo religioso fra tanti, come potrebbe essere un Buddha che ride o un amuleto pellerossa, sono i giudici di Strasburgo a dimostrare una completa mancanza di pensiero critico. Diciamo pure una sconfinata, disperata ignoranza che condividono con i laicisti stile Repubblica. In queste settimane molti hanno difeso il crocifisso nelle aule scolastiche asserendo trattarsi di "simbolo culturale" che permette di affermare la nostra "identità storica". Non basta, bisogna aggiungere qualcosa di molto più decisivo: il crocifisso è puramente e semplicemente il fondamento della civiltà così come la conosciamo oggi. Che si creda o no alla divinità  di Cristo e al valore salvifico per l'eternità del suo sacrificio,  la rivoluzione antropologica  che il cristianesimo ha portato non la può negare nessuno.  Le signore Lautsi (si chiama così la signora italo-finlandese che ha fatto ricorso, vero?) che accennano alle "discriminazioni" cristiane  nei confronti delle donne e degli omosessuali come motivo per tenere le distanze dal crocifisso dimostrano un'abissale ignoranza  che le rende buone compari dei togati di Strasburgo. René Girard lo ha spiegato una volta per tutte: la crocifissione di Cristo è il sacrificio che mette fine a millenni di sacrifici umani, perché svela la falsità di tutto il precedente rapporto umano col sacro. I sacrifici umani restaurano l'equilibrio nella società e fra il mondo terreno e quello celeste individuando una vittima, un colpevole da eliminare: il capro espiatorio. Il sacrificio di Cristo smaschera il trucco: uccidendo Cristo gli uomini hanno ucciso l'innocente, come già avevano fatto milioni di volte. Ma stavolta il loro delitto sacrale è smascherato. E' a partire dalla crocifissione di Cristo che l'umanità prende coscienza dell'ingiustizia della violenza contro i deboli e gli innocenti, della perversità della logica del capro espiatorio. E prende coscienza del dovere di difendere e proteggere i deboli e gli innocenti. Questa non è una verità teologica, ma una verità dell'antropologia culturale, scienza oggettiva. L'adesione alla verità salvifica del sacrificio di Cristo riguardano la libertà umana e la Grazia, ma il riconoscimento del suo impatto positivo, "progressista", sulla storia umana è un dato scientifico!

Di conseguenza, considerare oggi il crocifisso semplicemente un simbolo religioso fra tanti, la cui presenza sarebbe sinonimo di proselitismo confessionale, denota totale mancanza di pensiero critico. E ordinarne la rimozione è solo un atto barbaro che ci riporta all'orizzonte antropologico che rende possibili gli orrori dei sacrifici umani pre-cristiani. Altro che i diritti delle donne e degli omosessuali conculcati dai cristiani! Sa la signora Lautsi qual era la condizione della donna prima del cristianesimo? Sa cosa si faceva al Colosseo prima che il cristianesimo si affermasse? Sa come venivano celebrati i funerali degli imperatori, sgozzando schiavi e prigionieri ? (queste cose succedono ancora là dove non è arrivato il cristianesimo, per esempio nelle aree remote della Nigeria!).

Juan Manuel De Prada esprimerebbe i suddetti concetti con una formula più poetica e graffiante: il crocifisso in pubblico costituisce un'offesa solo per tipi come Dracula o la ragazzina indemoniata del film "L'Esorcista".

 

Il Fini non giustifica i mezzi

Postato il 02 Nov 2009 da rodolfo

Scusate il ritardo del commento, ma le ultime uscite del Presidente della Camera (cittadinanza italiana dopo soli 5 anni di residenza regolare per gli stranieri, ora di religione islamica a scuola, e la dichiarazione che in Italia c'è tanta xenofobia) mi sono veramente andate di traverso, perché segnalano che  un fenomeno politico già molto avanzato in altri paesi (Spagna, Germania, Belgio, Olanda, ecc.) è approdato anche nel nostro. Trattasi della piena omologazione culturale fra destra e sinistra in nome del relativismo culturale, della cosiddetta laicità della politica (in realtà laicismo, parafrasando Samuel Johnson si può dire che oggi la laicità è l'ultimo rifugio delle canaglie) e dell'ideologia della cittadinanza (apposta la definisco ideologia). Omologazione che avviene sulla base dei valori del laicismo-progressismo, naturalmente. Per cui la destra (o centro-destra) si muove nello stesso solco culturale della sinistra, solo in maniera più contorta; e le differenze riguardano quasi solamente il personale politico e gli amici potenti da beneficiare una volta saliti al potere. Fini è certamente il capofila di questa tendenza in Italia. Quello che dice oggi dimostra quanto fosse ideologico, astratto, retorico il suo attaccamento ai valori di "patria", "nazione", "popolo", ecc. Del resto il fascismo sta alla nazione (storicamente intesa) come il fariseismo sta alla virtù.

Ma come si può anche lontanamente pensare che 5-anni-5 di residenza in un paese creino un legame talmente forte da poter chiederne e ottenerne la cittadinanza? Soprattutto nel mondo di oggi, così rimpicciolito dalle rivoluzioni mobiletica (cioè dei trasporti) e della comunicazione. Un tempo gli italiani partivano col bastimento per le Americhe, e della terra natìa non sapevano più nulla per anni, se non attraverso qualche lettera. Oggi qualunque emigrato vive in simbiosi col paese d'origine, che raggiunge quotidianamente via telefono, dal quale gli arrivano immagini via le tivù satellitari (la famigerata Al Jazeera, per esempio) e Internet. Con pochi risparmi può organizzare più viaggi di ritorno nel corso dell'anno. E' palese che oggi gli emigrati hanno maggiore difficoltà a integrarsi che nel secolo scorso, perché non "rompono" mai col paese d'origine.

Queste cose le sanno tutti, le sa anche Fini, e tuttavia se ne viene fuori con le sue uscite. Perché? Il fatto è che fra le caratteristiche che oggi sempre più politici di destra e politici di sinistra condividono c'è la natura del rapporto coi cittadini-elettori. Entrambi guardano ad essi come a una massa da asservire al proprio progetto di potere. Se i cittadini-elettori sono popolo, sono nazione, sono comunità storica, il politico potrà esercitare solo un potere relativo su di essi: dovrà veramente praticare la politica come servizio (dottrina sociale cristiana, ma anche della Grecia classica), dovrà dedicarsi a creare la condizioni migliori per l'espressione del popolo. Ma se invece il popolo è frammentato in una massa di individui senza storia e senza memoria, mossi solo dai loro egoismi personali o di gruppo, il politico potrà collocarsi nella potente posizione di mediatore-gestore dei conflitti, di colui che concede graziosamente diritti. In una società italiana frammentata, parcellizzata, senza identità comune, Fini e tutti gli altri politici (di destra e di sinistra) avranno molto più potere. Quando Fini dice che in Italia c'è tanta xenofobia, lo dice con compiacimento: la xenofobia, reale o immaginata, è una delle condiizoni necessarie per veder aumentare il suo ruolo di potere. E a Fini e a quelli come lui solo questo ormai importa: sono gente senza volto e senza storia che solo vivono dell'orgasmo del potere. (Poi, naturalmente, anche loro sono le marionette di un Potere più grande e più pervasivo, quello che Pasolini chiamava "il nuovo Potere" e che Juan Manuel De Prada chiama "il Matrix progressista"). 

Ma quanto sono scemi quelli del Financial Times

Postato il 10 Ott 2009 da rodolfo

La stampa internazionale è andata a nozze sulla faccenda del "lodo Alfano" bocciato dalla Corte costituzionale italiana. Senza approfondire minimamente la faccenda, senza spiegare ai lettori perché il premier e il Pdl abbiano accusato (a mio parere giustamente) i giudici della Corte di slealtà istituzionale, si sono preoccupati soprattutto di esprimere il proprio compiacimento per la sconfitta di un politico che a loro non piace proprio per niente. Abbiamo già spiegato varie volte su queste pagine come Berlusconi, con le sue maniere intemperanti e la sua scia di inchieste e processi (109 tutto compreso, tutti avviati DOPO che è entrato in politica, guarda caso: ma questo la stampa estera non lo scrive MAI), rappresenti la figura ideale che permette agli stranieri di esprimere le loro pulsioni razziste nei confronti degli italiani senza apparire razzisti. Qui vorrei attirare l'attenzione sull'editoriale del Financial Times del 9 ottobre intitolato "Berlusconi's crisis", che rappresenta un caso preclaro di disinformazione compiuta attraverso un organo di stampa prestigioso. Il FT è talmente poco professionale da scrivere che la Corte costituzionale ha respinto "a law passed in 2004", cioè il cosiddetto Lodo Schifani. Non hanno dunque nemmeno capito che a essere bocciata è stata la "correzione" del Lodo Schifani, cioè il Lodo Alfano che è del 2008. Poi insistono a scrivere, come tutta la stampa britannica, che la legge dava a Berlusconi "immunity from prosecution".  Le cose, com'è noto, non stanno così: il Lodo Alfano non restaura nessuna immunità, ma soltanto sospende i processi in cui Berlusconi è coinvolto. Processi che riprenderebbero una volta scaduto il suo mandato. "Immunità" è quella che la legge inglese riconosce ai Tudor, la famiglia reale britannica: il re/la regina e i suoi discendenti maschi diretti possono rifiutarsi di presentarsi a qualsiasi Corte di giustizia, e in tal caso non si possono emettere verdetti su di loro. Fin qui la disinformazione. Poi c'è l'opinionismo superficiale e fazioso che fa scrivere al FT: "Berlusconi entered politics to give himself a platform to defend himself from corruption charges". Un commento più degno di un oppositore politico poco intelligente e molto furbastro, tipo Di Pietro, che di un grande giornale che presume di spiegare le cose del mondo ai lettori e di saper giudicare gli uomini politici. Un grande giornale non dovrebbe fare illazioni e processi alle intenzioni, ma dovrebbe guardare ai fatti. Se Berlusconi scomparisse domani mattina, assunto in Cielo o sprofondato sotto Terra, che bilancio faremmo della sua azione politica? Provo a dire due-tre cose. Berlusconi è il leader che ha orientato il sistema politico italiano al bipolarismo e ha riassorbito nella politica istituzionale due forze anti-sistema come l'allora Msi e l'allora Lega Lombarda; ha chiuso con un'importante ex colonia italiana (la Libia) una vertenza storica che durava da 40 anni; ha svolto un prezioso ruolo di mediazione per impedire che la crisi Russia-Georgia precipitasse in guerra aperta; ha riformato un po' le  pensioni e reso meno rigido il mercato del lavoro (legge Biagi), ha riaperto le porte del nucleare in Italia; aveva anche realizzato un'ampia  riforma federalista  e un'iniziale riforma della giustizia, ma la sinistra è riuscita a farle decadere, riportando il paese allo stallo precedente.  Questo bisognerebbe scrivere, se Berlusconi sparisse domani.  Poi si potrà scrivere anche quello che non è riuscito a fare, ed è tanto: a volte per colpa sua, a volte per colpa dei suoi avversari. Ma quello che scrive il FT semplicemente non vale la carta su cui è stampato.

Ricci-Lerner 4 a 0 (le donne nude in tivù non le ha inventate Berlusconi)

Postato il 02 Ott 2009 da rodolfo

Avete visto ieri sera "Striscia la notizia?". Due giorni prima, all'"Infedele", un accigliato Lerner aveva puntato il dito contro Antonio Ricci, indicato come l'anima nera dietro alla mercificazione televisiva della donna che le tivù di Berlusconi avrebbero introdotto in Italia. Dalle ragazze di Drive-In alle Veline di Striscia la notizia, il "Dante Alighieri" del berlusconismo inteso come riduzione della donna a oggetto del divertimento visivo del maschio sarebbe proprio il tanto osannato quanto temuto Ricci. Mal gliene è incolto, al povero Gad. Ieri sera "Striscia la notizia" ha proposto vecchissimi filmati di varietà con donnine a seno scoperto che spaziavano dalla Rai a molte tivù locali, ben prima che Berlusconi-Ricci inventassero Drive-In; ha sbugiardato gli autori di "Videocracy" laddove attribuiscono a una tivù locale dell'impero berlusconiano il primo strip-tease televisivo-casereccio in Italia; infine ha trafitto Lerner che sul settimanale Vanity Fair fa l'apologia della rinuncia alla chirurgia estetica mentre nella pagina a fianco fa mostra di sè una pubblicità antirughe (e non è certo questa l'unica cosa che si potrebbe rinfacciare a Vanity Fair su chirurgia estetica e presenza femminile nelle pubblicità). Vi ricordate la guerra lampo dell'estate scorsa fra Russia e Georgia? Beh, l'impressione è stata la stessa: Saakashvili ha dato l'assalto all'Ossezia del sud per liberarla, e l'esercito russo per poco non è andato a prenderlo per il bavero a Tbilisi; allo stesso modo Lerner è partito lancia in resta contro Ricci, e quello lo ha spianato. Se sei la Georgia, è meglio che tu non attacchi la Russia; se sei Lerner, non molestare Ricci che, televisivamente parlando, ti sovrasta. Ma considero questo scontro impari benvenuto non solo per il divertimento che reca a noi spettatori, ma perché contribuisce a sgombrare il campo da un incredibile equivoco, che può prendere corpo solo su una scena pubblica come quella italiana, dominata dalla paranoia antiberlusconiana. Solo un riflesso paranoico (oppure la malafede) può alimentare la convinzione che la reificazione televisiva della donna sia il frutto di un'egemonia culturale berlusconiana realizzata attraverso la televisione. Scambiare uno dei tanti sintomi per la causa della malattia fa perdere fiducia nell'intelligenza (o nella buona fede) di chi diffonde tali corbellerie. E' vero che varietà come quelli italiani, con prosperose giovani scosciatissime, si vedono solo da noi. Ma posso testimoniare che sulle tivù tedesche e spagnole è possibile vedere in chiaro film pornografici (veramente pornografici) nello stesso orario in cui da noi si guarda "Porta a porta". Dunque? Lerner non lo vorrà sentire, ma la reificazione televisiva della donna è uno dei sottoprodotti della liberazione sessuale di sessantottina memoria e di quello che Fabrice Hadjadj (trovate il mio colloquio-intervista con lui nel corrente numero di Tempi, e fra qualche giorno anche online) chiama il "femminismo fallico", cioè il femminismo che mima il maschilismo. Che la liberazione sessuale fosse funzionale ad alimentare il consumismo borghese del sesso l'ha capito e l'ha detto Pier Paolo Pasolini già 35 anni fa (vedi la sua "abiura" della sua Trilogia: Decamerone, Le Mille e una Notte e Racconti di Canterbury). Ed è ovvio che se la natura stessa della sessualità femminile, fatta di accoglienza e fecondità, viene negata dalle donne in nome della corsa al potere e della necessità di evitare la maternità per poter fare tale corsa, la visione rapace e predatoria del sesso femminile continuerà a dominare. Se la donna smette di essere donna per essere una caricatura di maschio, il maschio senza più contrappesi spingerà alla caricatura certe sue inclinazioni maschili. Dare la colpa del tutto a Berlusconi equivale a una ricerca del capro espiatorio per evitare a molti di recitare un mea culpa.

Il mondo è grigio il mondo è blu

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