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Quando ti trovi nella tana della nebbia occorre avere memoria e fede

febbraio 10, 2013 Marina Corradi

Trenta gennaio, Autostrada A7, tra Genova e Tortona – Sul mare c’erano le stelle: alti e netti i due Carri, e la Cintura di Orione. Poi verso mezzanotte, abbandonata la costa, siamo entrati in Piemonte. Di colpo, come caduti in una pozza di vapori. Dentro la tana della nebbia. Non c’è più orizzonte: solo questa cappa, così densa da sembrare materia. Giallognola più che bianca, nella luce di rari lampioni che non riescono a fenderne la cortina. Il colpo di freno è il segnale della attenzione nostra che si alza dentro a un elemento inafferrabile ma, con evidenza, ostile.

Pochi, in una notte come questa, si avventurano sull’asfalto. Nessuna luce davanti a noi, solo i deboli bagliori dei catarifrangenti lungo i guard rail, traccia di una strada che non si vede. Dall’altra corsia a tratti un’aura di chiarore precede le luci di un Tir solitario. (Arriva soffocato il rombo del motore: la nebbia ovatta, e mangia anche quello). A momenti, poi, davanti solo il nulla. Occorre aver memoria per esser certi che questa è una autostrada fra due grandi città, e per sapere quanto d’estate qui l’asfalto bolla sotto al sole, e arroventi le auto in coda verso la Riviera; occorre memoria per sapere quanta luce c’è allora, fra le colline e il mare, e quanto cielo. Bisogna, in un certo senso, avere fede dentro la grande nebbia, per non dubitare che il mondo permane, in una notte cieca di gennaio. Notte e nebbia come un doppio ermetico strato che sbarra lo sguardo. Qui attorno certamente ci sono case, e cascine, e uomini dentro stanze illuminate e calde; ma come in un sortilegio agli occhi nostri tutto è cancellato.

Andiamo adagio, con l’ansia non detta di vedere un cartello, un’indicazione. Per chilometri, niente. Poi, a stento intravediamo il nome di un paese. E di nuovo vapore, soltanto. Se abbassi il finestrino una lingua umida entra a lambirti (ha un odore la nebbia, sa di polvere, di freddo). A tratti allenta la morsa. Poi, di nuovo, si gonfia.  Da dove sale, così strabordante? Dov’è la fucina? Nelle rogge, qui attorno, di acqua immobile; nei campi fradici, nelle zolle nere e molli dove i semi stanno chiusi e all’apparenza inerti.

Fiato di freddo e di buio. Ha qualcosa di mortifero la nebbia, mentre la sua presa stringe. E tuttavia anche lei fa parte di quel lungo lento giro di danza che ogni anno ricalca i suoi passi e conduce la natura alla morte, o almeno a una morte apparente; irrigidisce, gela, spoglia; ma poi, in un giorno chiaro e freddo di marzo, rinasce. La cappa giallina che aliena il mondo stanotte è come il velo sotto a cui, indicibile, il miracolo si compie. Occorre aver memoria in una notte come questa; occorre, direi quasi, aver fede.

6/2013

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