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Perché nemmeno un giorno vada perso. Ode al padre cinese che si consuma per portare il figlio a scuola

marzo 12, 2014 Pino Suriano

figlio-scuolaQuasi quasi lo faccio Eroe dell’anno, altro che del giorno. Ma mi fermo per prudenza: siamo ancora a marzo e non si sa mai. Eppure mi risulta difficile, in questo momento, anche solo immaginare un eroe più eroe di questo. Mi commuove e mi esalta – i due sentimenti certe volte viaggiano insieme – la storia, anzi la vita quotidiana di Yu Xukang, 40enne contadino delle colline cinesi, ripresa oggi da Paolo Di Stefano per il Corriere della Sera e qui da tempi.it.

È la storia immensa, sconfinata – è uno di quei casi in cui bisognerebbe esagerare con la retorica fino a diventare pacchiani – di un padre che ogni giorno percorre 18 miglia a piedi, ovvero 29 chilometri – la metà dei quali con un ragazzo disabile in spalla – e sapete per cosa? Perché – udite udite – non vuole che suo figlio perda anche solo un giorno di scuola. «4,5 miglia per andare a scuola nella borgata più vicina – si legge – 4,5 miglia per tornare in paese a lavorare, 4,5 per tornare a scuola, 4,5 miglia ancora per riportare il bambino a casa. 4,5 miglia quattro volte al giorno». Dopo il divorzio, nove anni fa, decise di “caricare” su di sé (è proprio il caso di dirlo) suo figlio e il suo futuro. E tutto questo per non fargli mancare – nonostante il “consumo” (anche qui il senso è letterale…) del proprio corpo – quel momento di vita comune chiamato scuola e che noi non sappiamo più apprezzare.

Non aggiungo commenti, cosa potrei aggiungere? Yu Xukang fa pensare a uno dei personaggi più semplici e profondi della nostra letteratura: Mastro Geppetto e la sua giacca venduta per quel piccolo birbante di Pinocchio che non capisce (ma poi sì) il suo amore di padre. Eccolo qui, in quei 29 km, l’amore di padre. «Piccolo Ercole delle colline cinesi» lo ha definito Di Stefano sul Corriere, che come me sa che gli eroi, metà uomini e metà dei, esistono ancora. Io concordo, ma toglierei l’aggettivo “piccolo”.

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1 Commenti

  1. Giorgio scrive:

    Vivere intensamente il reale. Che stupore!

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